giovedì 17 agosto 2017

L’Austria invia 70 militari al confine con il Brennero per i controlli sull’immigrazione

I soldati saranno utilizzati per coadiuvare le forze di polizia, ma per il ministero dell'Interno italiano è una “misura ingiustificata”


Il comandante militare territoriale del Tirolo, Herbert Bauer, ha annunciato in una conferenza stampa che l’Austria sta inviando 70 militari al confine del Brennero per “aiutare la polizia nei controlli, anche sull’immigrazione”.

“Ciò non significa che al Brennero saranno messi in azione i carri armati”, ha spiegato il capo della polizia locale Helmut Tomac.

Rispetto ai toni delle ultime settimane, durante le quali si era ipotizzato l’utilizzo dei panzer per azioni repressive alla frontiera italo-austriaca, l’Austria ha deciso di agire in maniera più leggera, annunciando l’invio dei militari per coadiuvare le forze di polizia. Ma per il ministero dell’Interno italiano questa decisione è una “misura ingiustificata”.

Lo stesso ministro Marco Minniti ha spiegato che la situazione al confine è assolutamente tranquilla.

“Gli ingressi alla frontiera italo-austriaca sono in calo, complice la diminuzione degli sbarchi e i maggiori controlli. Sono stati 4.463 gli immigrati irregolari fermati dalla polizia tirolese fino ai primi di agosto, nel 2016 erano 7.749”, ha spiegato Minniti in conferenza stampa.

Nei primi sette mesi del 2017, alla frontiera italo-austriaca è stato inibito l’ingresso sul territorio nazionale a 1.200 cittadini stranieri, che dimostrano come i maggiori movimenti migratori siano dall’Austria verso l’Italia.

Per questo motivo, secondo La Stampa, Minniti avrebbe chiesto al Dipartimento della Polizia di Stato di fare un passo verso i propri omologhi austriaci, perché iniziative “unilaterali” come queste “rischiano di pregiudicare il positivo lavoro di cooperazione che quotidianamente viene svolto”.

Il Viminale, inoltre, sottolinea con dati come l’Austria a tutt’oggi non abbia accolto neanche un richiedente asilo, quando il primo ministro Wolfgang Sobotka, a marzo 2017, aveva annunciato l’impegno del governo di Vienna ad accettarne da Grecia e Italia.

Inoltre, secondo i dati diffusi dal Viminale, al 10 agosto i richiedenti asilo ricollocati sono 8.129, di cui 759 minori. Il paese che ne ha accolti di più è la Germania con 3.215, davanti a Norvegia (816), Svizzera (751), Paesi Bassi (714), Finlandia (707), Svezia (513), Francia (330), Portogallo (302), Belgio (259) e Spagna (168).

Fonte: The Post Internazionale

61 sospetti piromani sono stati arrestati in Portogallo

Il bilancio delle vittime degli incendi nel 2017 è stato il più grave dell'ultimo decennio. Oltre 141mila ettari di terreno sono andati distrutti e almeno 64 persone sono morte a causa delle fiamme divampate in tutto il paese


Mercoledì 16 agosto, la polizia portoghese ha dichiarato di aver arrestato 61 sospetti piromani dall’inizio dell’anno. Gli incendi nel paese iberico sono in aumento e le cifre mostrano che il bilancio delle vittime nel 2017 è stato il più grave dal 2003.

Secondo i funzionari della protezione civile locale, gli incendi di quest’anno, in Portogallo, oltre ad aver ucciso più di 60 persone e ad averne ferito centinaia, hanno distrutto 141mila ettari di boschi e terreni.

Un risultato tre volte superiore alla media dell’ultimo decennio. “Le eccezionali condizioni di calore e siccità, accompagnate da forti venti, hanno contribuito alla propagazione delle fiamme”, ha detto all’agenzia di stampa statunitense Associated Press, Rui Esteves, a capo della protezione civile portoghese.

I vigili del fuoco hanno dovuto affrontare più di 10mila incendi nel solo 2017, duemila e cinquecento in più rispetto allo stesso periodo del 2016.

Anche se non è stato ancora raggiunto il record di 426mila ettari distrutti nel 2003, gli incendi del 2017 hanno causato più vittime.

Le fiamme divampate a metà giugno vicino Pedrogao Grande, nel centro del paese, hanno ucciso almeno 64 persone e ne hanno ferite oltre 250. Alcuni delle vittime sono state sorprese dall’incendio mentre si trovavano nelle proprie auto e non hanno potuto fuggire dalle fiamme.

Un’altra ondata di incendi tra luglio e agosto ha ferito almeno 74 persone, sei delle quali in modo grave, costringendo i servizi di emergenza del Portogallo a chiedere l’aiuto della comunità internazionale.

Al momento quasi 700 vigili del fuoco, 200 mezzi di soccorso e una dozzina di Canadair stanno cercando di spegnere due grandi incendi che bruciano nelle regioni centrali di Santarem e Castelo Branco.

Fonte: The Post Internazionale

La Spagna ha salvato 600 migranti in 24 ore

Secondo l'Organizzazione internazionale delle migrazioni, nel 2017 la Spagna potrebbe superare la Grecia per numero di arrivi via mare

Reuters

La guardia costiera spagnola dice di aver salvato 600 migranti provenienti dal Marocco in un periodo di tempo di 24 ore.

I migranti salvati erano su 15 imbarcazioni inclusi pedalò e moto d’acqua. Tra le persone tratte in salvo, 35 bambini e un neonato.

Secondo l’Onu, dall’inizio del 2017 a oggi, in Spagna sono arrivate più di 9mila persone: il triplo di quelle giunte lo scorso anno.

Si ritiene che oltre 120 persone siano annegate tentando di attraversare il mare. L’Organizzazione internazionale delle migrazioni dell’Onu ritiene che il numero di migranti che giungono via mare in Spagna potrebbe superare quello della Grecia.

La maggior parte arriva attraversando i 12 chilometri dello Stretto di Gibilterra e molti di questi migranti scelgono imbarcazioni a basso costo, senza motori, che permettono di evitare il circuito dei trafficanti di persone e le loro richieste economiche.

Come ha dichiarato un corrispondente della Bbc presso la città spagnola di Tarifa, alcuni migranti usano i social media per contattare le autorità spagnole e informarle della loro posizione una volta che sono in acque territoriali.

Tuttavia, un numero molto più grande, quasi 100mila persone, ha attraversato la Libia per giungere in Italia dall’inizio dell’anno. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, 2.242 persone sono morte su quella rotta.

Nel mese di giugno, circa 5mila persone sono state salvate in un solo giorno nel Mediterraneo al largo della Libia, ha detto la guardia costiera italiana.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 16 agosto 2017

Il presidente della Sierra Leone ha chiesto aiuto alla comunità internazionale per la frana avvenuta nella capitale

Lunedì 14 agosto, il disastro provocato dalle forti piogge aveva causato la morte di centinaia di persone nella città di Freetown e in diverse altre aree del paese, uno dei più poveri del continente 

Credit: Reuters

Si è aggravato il bilancio delle vittime della frana di fango avvenuta a Freetown, capitale della Sierra Leone. I morti sono almeno 400, di cui oltre un centinaio sono minori. A riferirlo sono fonti ufficiali del governo. Le autorità intanto stanno continuando a prestare soccorso ai feriti tra le macerie.

Ernest Bai Koroma presidente della Sierra Leone ha quindi chiesto alla comunità internazionale di aiutare il proprio paese ad affrontare l’alluvione causata dalle forti piogge intervenute nei giorni scorsi e che hanno causato almeno 400 vittime e oltre 600 dispersi.

“Siamo stati sopraffatti dal disastro”, ha detto il presidente Koroma. “La Sierra Leone ha urgente bisogno di aiuto”. “Abbiamo già recuperato 400 corpi ma le previsioni ci fanno temere almeno 500 vittime”, ha aggiunto il presidente.

Diversi governi tra cui quello di Israele, del Regno Unito e la Commissione europea hanno già dichiarato il loro pieno sostegno al paese africano.

Lunedì 14 agosto, una frana provocata dalle forti piogge aveva causato la morte di centinaia di persone nella città di Freetown e in diverse altre aree del paese, uno dei più poveri del continente.

La situazione peggiore però è proprio quella della capitale, dove le abbondanti precipitazioni hanno fatto crollare un’intera collina della città. La frana di fango ha così travolto le abitazioni, abusive, costruite sulle sue pendici.

Le inondazioni non sono insolite in Sierra Leone, dove spesso le abitazioni costruite in economia vengono spazzate via dalle forti precipitazioni. Nel 2015, a Freetown sono morte dieci persone per alcune frane causate da un’alluvione.

Fonte: The Post Internazionale

Cosa c’è scritto nell’inchiesta del New York Times sulla morte di Giulio Regeni

Il quotidiano statunitense ha dedicato una lunga inchiesta sul caso del giovane ricercatore morto nel 2016 al Cairo e dalla quale emergono importanti rivelazioni sui rapporti tra Italia ed Egitto


“La leadership egiziana era pienamente consapevole delle circostanze intorno alla morte di Regeni”, lo scrive in una lunga e approfondita inchiesta del New York Times il giornalista Declan Walsh che cita come fonti tre ex funzionari dell’amministrazione Obama.

Il quotidiano statunitense ha infatti dedicato un lungo articolo dal titolo “Perché un dottorando italiano è stato torturato e ucciso in Egitto?” nel quale ha esaminato i rapporti tra Italia ed Egitto e ha rivelato alcune importanti informazioni sulla morte del ricercatore italiano il cui cadavere martoriato fu ritrovato il 3 febbraio 2016 in un fosso alla periferia del Cairo.

L’articolo è stato pubblicato il 15 agosto, stesso giorno in cui la Farnesina ha annunciato che l’ambasciatore italiano Giampaolo Cantini tornerà al Cairo, in Egitto, dopo un anno e quattro mesi di assenza.

Ma cosa dice esattamente l’articolo del Nyt?

L’inchiesta ripercorre diverse fasi della morte di Regeni e si sofferma sulle informazioni in possesso dell’amministrazione statunitense, di quelle trasferite al governo italiano e dei complessi equilibri di potere tra Italia ed Egitto.

“Nelle settimane successive alla morte di Regeni gli Stati Uniti vennero in possesso dall’Egitto di prove di intelligence esplosive: elementi che dimostravano come Regeni fosse stato rapito, torturato e ucciso da elementi della sicurezza egiziana”, scrive il giornalista. ” ‘Avevamo prove incontrovertibili di responsabilità ufficiali egiziane’, spiega un membro dell’amministrazione Obama, uno dei tre ex esponenti governativi che hanno confermato l’esistenza di quelle prove. Su raccomandazione del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca, gli Stati Uniti consegnarono questa conclusione al governo Renzi. Ma per evitare di bruciare la propria fonte, gli statunitensi non condivisero i materiali di intelligence”, prosegue l’articolo.

Dunque gli americani sapevano e dissero agli italiani che la leadership egiziana era pienamente a conoscenza delle circostanze relative alla morte di Regeni. “Non avevamo dubbi sul fatto che questa era una cosa nota fino ai livelli più alti”, spiega al giornalista Declan Walsh un altro ex rappresentante del governo. “Non so se ne fossero responsabili. Ma sapevano. Sapevano”.

Ma se l’Italia era a conoscenza delle responsabilità del governo egiziano perché non intervenne in modo più deciso nei confronti dell’Egitto?

Probabilmente perché, secondo le ricostruzioni del Nyt, il governo italiano non poteva in alcun modo recidere i rapporti con l’Egitto: le agenzie di intelligence italiane avevano bisogno dell’aiuto dei colleghi egiziani per affrontare la “minaccia dell’Isis, gestire il conflitto in Libia e monitorare l’ondata di migranti nel Mediterraneo”.

Ma la condizione di subordinazione al volere del governo egiziano non sembra essere stato l’unico problema dell’intelligence italiana nel corso delle indagini sulla morte di Regeni.

Secondo quanto rivelato dal Nyt, sembrerebbe che “l’avvertita collaborazione fra Eni e servizi di intelligence italiani diventò fonte di tensione all’interno del governo”.

“Secondo un funzionario del ministero degli Esteri italiano, i diplomatici erano giunti alla conclusione che l’Eni si era unita alle forze del servizio di intelligence dell’Italia nel tentativo di trovare una rapida risoluzione del caso”, si legge nell’articolo. “Ministero degli Esteri e funzionari dell’intelligence cominciarono a essere prudenti gli uni con gli altri, talvolta trattenendo informazioni”.

Un’altra possibile risposta alla domanda titolo dell’articolo del Nyt fa riferimento alla precisa volontà del governo egiziano di mandare “un messaggio ad altri stranieri e governi stranieri per smettere di giocare con la sicurezza dell’Egitto”, scrive Walsh. “Sotto al Sisi, anche un occidentale poteva essere sottoposto a torture brutali”. Tale tesi sarebbe in parte confermata anche da un altro particolare: il ritrovamento del cadavere di Giulio puntellato a un muro. “Volevano che venisse ritrovato?” si domanda il giornalista.

Scoprire la verità sulle atrocità commesse sul corpo del giovane ricercatore italiano sarebbe stato reso ancora più complesso per i continui “depistaggi compiuti dalle forze di intelligence egiziane”.

L’allora ambasciatore italiano Massari avrebbe dovuto ricorrere a soluzioni vecchio stile per comunicare con Roma per il timore che i suoi messaggi venissero decriptati dagli egiziani impiegati presso la sede diplomatica italiana e poi inviati alle agenzie di sicurezza egiziane.

“Presto smise di usare le email e il telefono per le comunicazioni delicate,ricorrendo ad una soluzione vecchio stile, per comunicare con Roma: una macchina che scriveva messaggi criptati su carta. Si temeva che in un appartamento posto accanto all’ambasciata, le cui luci erano costantemente spente, fosse stato piazzato quanto necessario per spiare le mosse dei rappresentanti italiani”, si legge nell’articolo.

Una terza possibile spiegazione alla morte di Giulio Regeni viene identificata nel coinvolgimento del giovane ricercatore in una guerra incrociata tra le diverse agenzie di sicurezza e intelligence egiziane: la Sicurezza Nazionale, l’Intelligence militare, e la General Intelligence Service,— l’equivalente egiziano della Cia — se pur tutte fedeli al presidente Al Sisi, vengono descritte come “in competizione tra loro”.

L’ipotesi del coinvolgimento di qualche apparato di sicurezza egiziano nell’uccisione di Regeni non era una cosa nuova. Mesi dopo, nel settembre 2016, gli stessi investigatori egiziani ammisero per la prima volta che Regeni era stato indagato dalla polizia egiziana, un’informazione fino a quel momento sempre smentita dall’Egitto.

Sulle rivelazione fornite dall’inchiesta del Nyt restano aperte alcune domande: quando esattamente queste prove furono passate dall’intelligence statunitense al governo italiano? Di quali prove si parla? Fino a che punto il governo egiziano è responsabile della morte di Regeni? Quanto al Sisi è coinvolto in questo caso?

Fonte: The Post Internazionale

martedì 15 agosto 2017

La Farnesina ha disposto il rientro dell’ambasciatore italiano in Egitto

Il 15 agosto, Giampaolo Cantini, attuale rappresentante diplomatico per l'Italia, tornerà al Cairo, dopo gli sviluppi registrati nella cooperazione tra Italia ed Egitto per le indagini sulla morte di Giulio Regeni


Dopo quattro anni e tre mesi di assenza, la Farnesina ha annunciato che l’ambasciatore italiano Giampaolo Cantini tornerà al Cairo, in Egitto. Nell’aprile del 2016, l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni aveva richiamato in Italia il nostro rappresentante diplomatico come forma di protesta verso la scarsa collaborazione egiziana nelle indagini sul caso della morte di Giulio Regeni.

Giulio Regeni era un ricercatore italiano che nel 2016 viveva in Egitto e che stava svolgendo un dottorato di ricerca sui sindacati indipendenti egiziani per l’università di Cambridge. Il 3 febbraio dello scorso anno il suo corpo martoriato fu trovato in un fosso alla periferia del Cairo.

Da quel giorno ancora ci si interroga sulle cause che hanno portato alla morte del giovane ricercatore e sui responsabili delle torture applicate a Giulio che lo hanno portato alla morte.

Nonostante ancora poche siano le informazioni pervenuto dal governo egiziano, per il 15 agosto 2017 è stato disposto il rientro dell’ambasciatore in Egitto: a sbloccare la situazione l’annuncio, fatto ieri dalla Procura di Roma, di aver ricevuto nuovi atti dai colleghi del Cairo.

“Alla luce degli sviluppi registrati nel settore della cooperazione tra gli organi inquirenti di Italia ed Egitto sull’omicidio di Giulio Regeni, il governo italiano ha deciso di inviare l’ambasciatore Giampaolo Cantini nella capitale egiziana, dopo che – l’8 aprile 2016 – l’allora Capo Missione Maurizio Massari venne richiamato a Roma per consultazioni”, si legge in una nota della Farnesina.

“Nell’ambito della collaborazione nelle indagini sull’omicidio di Giulio Regeni, vi è stato un colloquio telefonico nella mattinata di oggi tra il procuratore generale della Repubblica Araba d’Egitto e il procuratore della Repubblica di Roma. Il procuratore Sadek ha voluto condividere gli ultimi sviluppi investigativi compiuti dal team investigativo egiziano a seguito del sesto incontro tra le delegazioni dei due uffici avvenuto nel maggio scorso”: con questo comunicato congiunto tra la procura di Roma e la procura Araba di Egitto si motiva la decisione del rientro.

“In particolare sono stati nuovamente ascoltati, come richiesto dalla procura di Roma tutti i poliziotti che hanno avuto un ruolo negli accertamenti seguiti alla denuncia del capo dei sindacati indipendenti degli ambulanti del Cairo; la consegna di quanto raccolto alle autorità italiane è stata completata in data odierna”, prosegue il comunicato.

Tramite una nota e un post pubblicato dalla madre di Giulio Regeni, la famiglia ha espresso “indignazione per le modalità, la tempistica ed il contenuto della decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore al Cairo”.


Fonte: The Post Internazionale

Buon Ferragosto


lunedì 14 agosto 2017

Almeno 180 persone sono morte per una frana in Sierra Leone


Una frana provocata dalle forti piogge ha causato la morte di almeno 180 persone nella città di Freetown, capitale della Sierra Leone. Il bilancio delle vittime non è ancora definitivo, l’agenzia di stampa Afp parla di 180 possibili morti ma secondo il vice presidente del paese, Victor Foh, “è probabile che sotto le macerie ci siano centinaia di corpi”.

Dopo le abbondanti precipitazioni che si sono abbattute sulla capitale, un’intera collina della città è crollata coprendo di fango due quartieri. Secondo la Bbc, molte persone potrebbero essere state travolte dal fango nelle loro abitazioni durante il sonno.

I servizi di emergenza sono al lavoro per soccorrere chi è rimasto intrappolato in casa.

Le inondazioni non sono insolite in Sierra Leone, dove spesso le abitazioni più pericolanti vengono spazzate via dalle forti precipitazioni. Nel 2015, a Freetown sono morte dieci persone per le frane.

Fonte: The Post Internazionale

Un ragazzo italiano di 22 anni è morto in una discoteca in Spagna

Niccolò Ciatti è deceduto dopo essere stato picchiato da tre ragazzi in un locale di Lloret de Mar, vicino Barcellona, nella notte tra il 12 e il 13 agosto


Un ragazzo italiano di 22 anni di nome Niccolò Ciatti è morto nella notte tra sabato 12 e domenica 13 agosto in una discoteca di Lloret de Mar, località balneare vicino Barcellona, in Spagna.

Il giovane è deceduto a seguito di un’aggressione avvenuta intorno alle tre del mattino davanti al locale “St. Trop’s” e scatenata, secondo le prime ricostruzioni, per futili motivi: tre presunti aggressori hanno colpito la vittima per una spinta con calci in faccia e pugni, fino a lasciarlo esanime a terra.

Dopo le violenze i tre sono scappati sul lungomare catalano ma la polizia della Catalogna, i Mossos d’Esquadra, li ha rapidamente fermati poco dopo il fatto: si tratterebbe di tre ragazzi ceceni – di 20, 24 e 26 anni – che dalla Francia si sarebbero poi trasferiti in Spagna. Interrogati dagli investigatori hanno risposto in francese, tradotti da un interprete.

Niccolò Ciatti era originario di Scandicci, città alle porte di Firenze. La polizia, grazie ai filmati delle telecamere di sorveglianza del locale e agli interrogatori sta cercando di ricostruire nei dettagli la dinamica dell’accaduto.

“La Farnesina e il Consolato generale d’Italia a Barcellona stanno seguendo sin dall’inizio il caso con la massima attenzione. Il consolato, che sta prestando alla famiglia ogni possibile assistenza, è in contatto con le autorità locali e al momento sono in corso accertamenti volti a chiarire la dinamica dei fatti”, si legge nella nota del ministero degli Esteri.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 13 agosto 2017

Anche Save the Children e Sea Eye sospendono i soccorsi al largo della Libia

La decisione segue quella presa da Medici senza frontiere a causa del comportamento minaccioso della guardia costiera libica nei confronti delle Ong

Credit: Reuters/Darrin Zammit Lupi

Le organizzazioni umanitarie Save the Children e Sea Eye hanno scelto di sospendere le proprie operazioni di soccorso al largo della Libia, dopo che il governo di Tripoli ha deciso di istituire una propria zona di Search and Rescue nel Mediterraneo, un tratto di mare cioè in cui la guardia costiera libica avrà il potere di coordinare gli interventi umanitari.

L’intenzione del governo libico è quella di limitare l’accesso delle Ong alle acque internazionali e questo costituisce un rischio per la sicurezza secondo le organizzazioni che operano nell’area, a causa del comportamento minaccioso della guardia costiera libica.
“Ci troviamo costretti a questa decisione a causa della mutata situazione di sicurezza nel Mediterraneo”, ha fatto sapere la Ong tedesca Sea Eye. “Non possiamo più continuare il nostro lavoro, non possiamo garantire la sicurezza degli equipaggi”.

“L’espansione delle acque territoriali libiche e le minacce alle Ong non ci lasciano altra scelta”.

Non solo l’organizzazione tedesca ma anche Save the children ha deciso per la sospensione della propria attività al largo delle coste libiche.

“L’organizzazione si rammarica di dover essere costretta a mettere in pausa le proprie operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo a causa delle decisioni dalla Marina Libica di controllare le acque internazionali in cui normalmente opera la nave della Ong con l’obiettivo di salvare vite umane” si legge in una nota di Save the children.

“Si tratta di una situazione molto preoccupante per il rischio di sicurezza dello staff e per la reale capacità della Vos Hestia di mettere in atto la propria missione di soccorso”, continua il testo, facendo riferimento alla nave dell’organizzazione impegnata a salvare migranti nel canale di Sicilia.

“I libici oramai possono fare quello che vogliono con il sostegno dell’Europa e dell’Italia”, ha poi detto Stefano Argenziano, coordinatore dei progetti di migrazione di Medici senza frontiere.

“Il governo ha istituito ufficialmente una zona di ricerca e salvataggio in cui nessuna nave straniera avrà il diritto di accedere salvo una richiesta espressa alle autorità libiche”, ha detto il generale Abdelhakim Bouhaliya, comandante della base navale di Tripoli.

La decisione non è tuttavia ancora stata resa operativa. Prima che un paese possa infatti istituire una sua zona di ricerca e salvataggio ha bisogno del consenso dei suoi confinanti.

“Abbiamo ricevuto una comunicazione dalla Libia e siamo in attesa delle conferme”, ha detto un funzionario dell’Organizzazione marittima internazionale.

“Quando le avremo ottenute, pubblicheremo la circolare”. Sono dunque tre le Ong che hanno deciso di fermare le operazioni di soccorso al largo delle coste libiche al momento: Medici senza frontiere, Save the children e Sea Eye.

Msf ha anche rifiutato di firmare il codice di condotta voluto dal ministro dell’Interno Minniti e dal governo Gentiloni per regolare l’operato delle organizzazioni che soccorrono i migranti nel Mediterraneo.

Le polemiche sull’attività delle ong sono cresciute negli ultimi mesi, a partire dalle dichiarazioni del procuratore di Catania Carmenlo Zuccaro sui presunti legami tra alcune ong e gli scafisti.

Fonte: The Post Internazionale

La Cina chiede a Trump di non peggiorare la situazione con la Corea del Nord

Pechino è il maggior alleato della Corea del Nord, ma al Consiglio di sicurezza Onu ha votato in favore delle sanzioni economiche a Pyongyang

Il presidente cinese Xi Jinping. Credit: Reuters

Il presidente cinese Xi Jinping ha chiesto a Donald Trump di evitare “parole o azioni” che possano accrescere la tensione con la Corea del Nord. Lo riferiscono i media statali cinesi, dopo i continui scambi di provocazioni che negli ultimi giorni sono intercorsi tra Washington e Pyongyang.

Il tentativo di smorzare la tensione da parte di Pechino arriva all’indomani di un tweet in cui il presidente statunitense ha scritto: “Tutte le opzioni militari sono in campo e pronte a rispondere qualora la Corea del Nord dovesse agire incautamente. Spero che Kim Jong Un intraprenda una strada diversa!”.

La Cina è il maggior alleato della Corea del Nord, con la quale intrattiene anche rilevanti scambi commerciali. Ciononostante, lo scorso 4 agosto Pechino ha votato in favore delle sanzioni economiche a Pyongyang per le minacce agli Stati Uniti.

La tensione internazionale tra i due paesi è cresciuta dopo che nel mese di luglio Pyongyang ha annunciato di aver testato con successo due missili balistici intercontinentali in grado di colpire il territorio statunitense.

Una dichiarazione della Casa Bianca riporta che Usa e Cina concordano sul fatto che la Corea del Nord debba interrompere le provocazioni e si sono detti favorevoli al disarmo del paese.

Fonte: The Post Internazionale

Una donna è morta dopo che un’auto ha investito un corteo antirazzista negli Stati Uniti

La vicenda è avvenuta a Charlottesville, in Virginia dopo che alcuni suprematisti bianchi avevano marciato in città contro la rimozione di una statua del generale Lee da un parco pubblico

Credit: Reuters

Una dimostrante è morta e almeno trenta persone sono rimaste ferite a Charlottesville, in Virginia, sulla costa est degli Stati Uniti, dopo che un’auto guidata da un suprematista bianco ha investito un corteo antirazzista in città.



La vittima si chiama Heather Heyer, aveva 32 anni ed era un’assistente legale di Green County, in Virginia e stava marciando contro la presenza dei razzisti a Charlottesville. “Se non sei arrabbiato, non stai prestando attenzione”, aveva scritto su Facebook in relazione alla manifestazione razzista in corso in città.

L’uomo alla guida dell’auto è stato invece arrestato e identificato dopo che ha tentato la fuga a bordo dello stesso veicolo. Si tratta di James Alex Fields Jr, un ventunenne suprematista bianco, residente a Maumee, in Ohio, negli Stati Uniti centrali.


La vicenda fa seguito agli scontri avvenuti nella notte tra i manifestanti del corteo e alcuni gruppi neonazisti che avevano sfilato il giorno prima per le strade di Charlottesville per protestare contro la rimozione di una statua del generale confederato Robert Edward Lee da un parco pubblico.

La decisione di rimuovere il monumento in memoria del comandante militare della confederazione schiavista durante la guerra civile americana aveva scatenato le ire dei gruppi razzisti e nazisti in tutti gli Stati Uniti.

I manifestanti avevano marciato con alcune torce in mano urlando cori tra cui “white lives matter” (“la vita dei bianchi conta”), in contrapposizione al movimento antirazzista “black lives matter”(“la vita dei neri conta”) e “gli ebrei non ci rimpiazzeranno”.

“Sono morte delle persone, chiedo a tutti di andare a casa”, ha detto Michael Signer, sindaco di Charlottesville, che aveva già condannato la sfilata razzista in città e che, insieme al consiglio comunale locale, ha proclamato il coprifuoco.

Terry McAuliffe, governatore dello stato della Virginia, ha poi proclamato lo stato di emergenza in città, allertando la guardia nazionale e invitando i suprematisti ad andarsene. “Nazisti e suprematisti bianchi non sono i benvenuti in Virginia, andatevene, non c’è posto per voi qui”.

Oltre l’attacco di Field al corteo, si è anche verificato un incidente collegato alle proteste. Un elicottero della polizia infatti, che stava pattugliando la zona, è precipitato e i due agenti a bordo sono morti sul colpo.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha condannato l’accaduto, con una dichiarazione pubblicata su Twitter.


“Non c’è posto per questo tipo di violenza in America”, ha scritto Trump. “Dobbiamo essere tutti uniti e condannare l’odio”, invitando poi la nazione a unirsi.

In una dichiarazione andata in onda sull’emittente televisiva statunitense NBC, il presidente ha poi ribadito la sua condanna dei fatti di Charlottesville, attirandosi però le critiche dei democratici perché ha evitato di nominare i neonazisti e i suprematisti bianchi.

“Condanniamo nel modo più forte possibile questa deprecabile manifestazione di odio, intolleranza e violenza, da qualunque parte provenga”, ha infatti detto Trump.


Il senatore democratico Bernie Sanders, nonché candidato alle primarie del partito contro Hillary Clinton, ha così invitato il presidente a non nascondere i veri autori dell’attacco.

“Questo è un tentativo provocatorio dei neonazisti di fomentare il razzismo e l’odio e di creare violenza”, scritto Sanders su Twitter. “Lo definisca per quello che è”, ha poi aggiunto, rivolgendosi al presidente Trump.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 8 agosto 2017

Cosa sappiamo (e cosa non torna) sul caso della modella britannica rapita a Milano

Ci sono diverse incongruenze nella storia del presunto rapimento della ventenne britannica Chloe Ayling, incluso un filmato in cui lei compra delle scarpe insieme al presunto rapitore


Negli ultimi giorni ha fatto parecchio discutere il caso di una modella britannica che ha denunciato di essere stata rapita da una presunta organizzazione criminale dedita alla vendita online di giovani donne a uomini dei paesi arabi.

La ventenne londinese Chloe Ayling ha detto alla polizia italiana di essere stata aggredita da alcuni uomini mentre si trovava in un locale di Milano. Un sospetto rapitore, il trentenne polacco Lukasz Pawel Herba, è stato arrestato con l’accusa di sequestro di persona a scopo di estorsione dopo aver condotto la ragazza presso il consolato britannico di Milano.

La storia raccontata dai due ha dell’incredibile e presenta anche delle incongruenze che sono al vaglio degli investigatori italiani.

La versione della modella

Chloe Ayling ha raccontato di essere arrivata a Milano lo scorso 10 luglio attirata dalla proposta di un servizio fotografico. Secondo il suo racconto, la mattina successiva all’arrivo, mentre si trovava in un negozio situato nella parte sud della città, è stata aggredita da cinque uomini che le hanno somministrato della droga contro la sua volontà con un’iniezione.

La modella sostiene di essersi risvegliata mentre era dentro il bagagliaio di un auto e di essere poi stata condotta in un casolare isolato dove ha potuto dormire su un letto matrimoniale.

Ayling sarebbe stata liberata sei giorni dopo il presunto rapimento, cioè lo scorso 17 luglio. Alle autorità ha raccontato che dietro il suo sequestro ci sarebbe un gruppo criminale chiamato “Black Death” (morte nera).

La donna dice che le è stato fatto capire che l’organizzazione era strutturata su venti diversi livelli gerarchici e dedita a una serie di crimini, dal traffico di droga agli omicidi, e operava sul cosiddetto deep web. Durante il suo rapimento sostiene di non essere mai stata sottoposta a violenza o molestata sessualmente, perché questo sarebbe stato “vietato dalle regole dell’organizzazione”.

Chloe Ayling ha detto inoltre che, quando l’ha accompagnata al consolato britannico, il presunto rapitore le ha consegnato un biglietto da visita con un indirizzo mail da utilizzare per avere informazioni sull’organizzazione e passarle ai media.

In un’intervista concessa al Tg1, la modella ha ringraziato la polizia italiana e quella inglese che l’hanno liberata da un incubo durato sei giorni. “Ho subito un’esperienza terribile. Ho temuto per la mia vita minuto per minuto”, ha detto. “Sono infinitamente grata alla polizia italiana e a quella britannica per avermi salvato”.

La versione del presunto rapitore

Herba è un cittadino polacco che vive nel Regno Unito. È stato lui stesso ad accompagnare la modella al consolato di Milano e secondo quanto riportato da alcuni giornali è stato descritto da alcuni membri delle forze dell’ordine come un “mitomane”.

Secondo la polizia, dal suo computer risulta essere stata inviata la richiesta di riscatto all’agente della ragazza. Inizialmente, Herba avrebbe chiesto all’agente di Ayling 300mila dollari, poi avrebbe ridotto la richiesta a 50mila, suggerendo all’agente di far pagare il riscatto a tre ricchi amici della ragazza.

Le indagini parlano inoltre del tentativo di “vendere all’asta” la donna. Tuttavia non risultano al momento legami tra Herba e alcuna presunta organizzazione attiva in queste operazioni criminali.

L’unico altro nome presente nelle carte dell’indagine della polizia è quello del fratello maggiore di Herba, Mikail, del quale tuttavia non è ancora chiaro il ruolo né il livello di coinvolgimento nel caso.

Nel corso di un interrogatorio con la polizia italiana, il presunto rapitore ha raccontato di essere malato di leucemia e di aver iniziato a collaborare con tre rumeni di Birmingham per procurarsi il denaro per le cure. Questi uomini lo avrebbero pagato per affittare locali in diverse città europee, da utilizzare per i presunti rapimenti di giovani modelle a scopo di riscatto o di vendita a facoltosi uomini mediorientali.

Herba sostiene che a un certo punto avrebbe deciso di ribellarsi e di liberare la ragazza. Il motivo, secondo i racconti della donna, è che dal profilo Instagram della modella era evidente che lei fosse una madre, e questo andava contro le regole dell’organizzazione.

I dubbi della polizia

La stranezza più evidente del caso è la ragione per cui Herba, dopo aver deciso di liberare la modella, l’abbia accompagnata al consolato britannico, di fatto consegnandosi alle forze dell’ordine.

L’agenzia europea di polizia Europol ha detto lunedì 7 agosto che il gruppo denominato Black Death è presente solo una volta nel suo archivio, e che questo non vuol dire necessariamente che esista davvero.

Un altro dubbio della polizia è relativo alle modalità con cui la donna sarebbe stata drogata. Infatti, la donna ha raccontato che le è stata fatta un’iniezione al braccio di sostanze stupefacenti. Ma in quel momento Ayling indossava un giacchino di pelle attraverso il quale è difficile eseguire un’iniezione.

Ayling inoltre ha detto che cinque uomini hanno partecipato al suo sequestro, ma oltre ad Herba nessuno è stato fermato né risulta indagato.

Infine, il mistero più grande riguarda un filmato in possesso delle forze dell’ordine in cui si vedrebbe la donna mentre compra un paio di scarpe in compagnia del suo presunto rapitore, poco prima che lui la conducesse al consolato britannico.

Secondo Francesco Pesce, avvocato della modella, Ayling si trovava in stato di soggezione psicologica che le faceva credere che altri membri del gruppo l’avrebbero ferita se avesse provato a fuggire.

Fonte: The Post Internazionale

L’Onu sostiene la missione navale italiana in Libia

Il ministro degli Esteri Alfano ha incontrato l'inviato speciale Onu per la Libia in un vertice alla Farnesina per discutere della soluzione della crisi in corso nel Mediterraneo

Credit: Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

Il nuovo inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamé, ha incontrato alla Farnesina il ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano.

Si tratta della prima visita di Salamé in Europa da quando ha assunto il suo incarico ed è il primo incontro diplomatico dopo il summit avuto a Tripoli con le parti libiche.

Prima dell’appuntamento con l’inviato Onu, Alfano aveva sottolineato le priorità italiane per la soluzione della crisi in Libia.

Il governo italiano chiede in particolare la riduzione di tutti i negoziati in corso a un unico tavolo internazionale che riunisca tutte le parti in causa e che sia guidato dall’Onu.

Roma promuove poi il sostegno e la collaborazione con il governo di Tripoli, presieduto da Fayez al-Sarraj, l’unica amministrazione riconosciuta dalla comunità internazionale.

L’Italia chiede inoltre a tutti paesi impegnati di aiutare economicamente il governo libico per implementare lo sviluppo del paese e rafforzare le legittime autorità di Tripoli, per permettere al governo riconosciuto di assumere il controllo dell’intera Libia e tornare a gestire autonomamente la crisi in corso nel Mediterraneo.

Alfano ha poi sottolineato ancora la necessità di un’azione di concerto europea per mettere fine al traffico di esseri umani tra l’Africa e le coste del vecchio continente.

“Serve una reductio ad unum dei formati negoziali in Libia, l’Onu deve prenderne la leadership”, ha dichiarato il ministro Alfano al termine del vertice. “Fino ad oggi ci sono stati troppi negoziati, troppi negoziatori e zero risultati finali: l’instabilità politica in Libia è una priorità assoluta”.

“Sono contrario a ogni derby tra rigore e umanità, tra regole e solidarietà, tra sicurezza e diritti umani”, ha aggiunto il ministro, dicendosi convinto della necessità di rispettare e garantire la salvezza e l’integrità dei migranti presenti in Libia e che sbarcano in Europa.

“L’Italia deve continuare a essere il paese che ha sposato entrambi gli aspetti”.

L’inviato dell’Onu Salamé ha invece voluto sottolineare l’importanza e la legittimità della missione navale italiana in Libia, a supporto della locale guardia costiera. “So che ci sono state discussioni in Libia, ma credo che la cooperazione e la trasparenza tra Italia e Libia siano il modo più costruttivo”, ha detto Salamé.

“Siamo sulla strada giusta per vincere una sfida che coinvolge tutti quanti”.

A seguito del vertice tenutosi a Roma, il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha commentato le richieste di aiuto italiane all’Unione europea per gestire la crisi dei migranti, prendendosela con l’incapacità del paese di creare gruppi di pressione all’interno delle istituzioni di Bruxelles.

“L’Italia purtroppo non è presente come dovrebbe nel consesso europeo: siamo molto introflessi, molto preoccupati delle elezioni comunali, molto preoccupati della piccola cosa, della crisi di governo della piccola bega quotidiana senza avere una dimensione statuale che permetterebbe all’Italia di contare di più”, ha detto Tajani al canale televisivo RaiNews24.

Fonte: The Post Internazionale

Terremoto nel Mar Egeo a largo della città di Bodrum, in Turchia

La scossa si è verificata a meno di tre settimane dall'ultimo terremoto che ha colpito l'isola di Kos, in Grecia, uccidendo due persone

Credit: USGS

Un terremoto di magnitudo 4,9 ha colpito la popolare località turistica turca di Bodrum, nel mar Egeo.

La scossa arriva a meno di tre settimane dopo un altro violento terremoto nell’area di magnitudo 6,6 e che ha colpito in particolare l’isola di Kos, in Grecia, uccidendo due persone.

Non sono stati riportati danni o feriti a causa della scossa. Bodrum è una popolare meta turistica, soprattutto in estate, per viaggiatori provenienti sia dalla Turchia che dall’Europa.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 5 agosto 2017

In Venezuela si è insediata l’Assemblea costituente

È l'organo che avrà il compito di riscrivere la costituzione a favore del governo, e ancora ieri è stato duramente contestato dalle opposizioni

(AP Photo/Ariana Cubillos)

Venerdì 4 agosto si è insediata la nuova Assemblea costituente del Venezuela, voluta dal presidente Nicolas Maduro e dal suo partito, il Partito Socialista Unito del Venezuela, e osteggiata dalle opposizioni. L’Assemblea costituente è un organo composto da 545 membri che ha l’incarico di riscrivere la Costituzione, quasi sicuramente per consegnare ancora più poteri al governo socialista di Maduro. Dopo essersi insediata, l’Assemblea ha anche eletto all’unanimità la sua presidente: è Delcy Rodriguez, ex ministra degli Esteri e alleata di Maduro. Nel suo primo discorso da presidente ha definito “fascisti” quelli che si oppongono a Maduro e ha detto che l’Assemblea si rifiuterà di subire “interferenze straniere”. Molti stati si sono infatti rifiutati di riconoscere la validità dell’Assemblea costituente, e di recente l’ha fatto anche il Vaticano.

Mentre si insediava l’Assemblea ci sono state numerose manifestazioni in Venezuela: alcune a favore di Maduro, in cui si sono viste molte fotografie di Hugo Chávez, di cui Maduro è il successore; molte altre sono state fatte da chi si oppone a Maduro. Negli ultimi quattro mesi, da quando cioè si sono intensificate le manifestazioni dell’opposizione contro Maduro, si stima che almeno 100 persone siano morte negli scontri con gli agenti in tutto il paese, che 1.500 siano state ferite e che più di 500 siano state arrestate.

Come ha scritto il Guardian, la nuova assemblea è «interamente composta da persone leali al governo»: 181 membri su 545 arrivano da determinati gruppi sociali (tra loro: pensionati, indigeni, contadini e studenti) che l’opposizione accusa però di essere a servizio del presidente. Gli altri 364 membri sono stati scelti con delle elezioni organizzate nei distretti municipali. In tutto, I candidati erano circa 6mila.

Non è ben chiaro quante persone abbiano partecipato all’elezione dell’Assemblea costituente, ed è un dato importante, perché le opposizioni avevano chiesto di boicottare il voto. Il governo aveva parlato di 8 milioni di votanti, ma la società che ha gestito il voto ha detto che in realtà hanno votato meno persone, non si sa ancora quante in meno rispetto ai dati ufficiali. Intanto, venerdì 4 agosto è stato riportato agli arresti domiciliari Antonio Ledezma, uno dei due leader dell’opposizione che due giorni dopo il voto erano stati portato via dai servizi segreti venezuelani. Non si hanno invece notizie su Leopoldo López, l’altro leader.

L’attuale costituzione venezuelana fu scritta nel 2000, dopo l’elezione nell’anno precedente di una Assemblea costituente voluta da Chávez. Maduro ha detto che, in caso di ulteriori proteste, il suo governo è «pronto ad affrontare qualsiasi scenario». L’Assemblea costituente voluta da Chávez fu scelta nel febbraio 1999 e la nuova costituzione fu pubblicata nel marzo del 2000. Non è chiaro quanto potrebbe metterci questa Assemblea a scrivere la nuova costituzione. Osservatori e oppositori sostengono che Maduro voglia soprattutto guadagnare tempo, ritardando le elezioni il più possibile per rimanere al potere: non c’è infatti un termine entro il quale si prevede l’Assemblea costituente debba riscrivere la costituzione.

Fonte: Il Post

La guardia costiera libica ha salvato e arrestato 826 migranti al largo della Libia

Gli arrestati sono stati trovati a bordo di tre gommoni e due barche in legno mentre cercavano di attraversare il canale di Sicilia

Credit: Reuters

In due diverse operazioni a Sabrata, nel nord della Libia, la guardia costiera del paese africano ha salvato e poi arrestato 826 migranti. A riferirlo è stato Ayoub Qassem, portavoce della Marina militare libica.

I migranti sono stati consegnati all’organismo libico per la lotta all’immigrazione clandestina.

Qassem ha riferito che tra i fermati ci sono anche alcuni bambini di nazionalità marocchina, tunisina, algerina, sudanese, siriana e di altri paesi dell’Africa sub sahariana.

I migranti sono stati trovati a largo delle coste libiche a bordo di tre gommoni e due barche in legno mentre cercavano di attraversare il canale di Sicilia per raggiungere le coste europee.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 2 agosto 2017

Bologna, 2 agosto 1980. La più grande strage italiana di terrorismo


Alle 10.25 del 2 agosto 1980 una valigia lasciata nella sala d’aspetto di seconda classe, contenente 20 chili di esplosivo militare militare gelatinoso, esplode sbriciolando la sala d’aspetto, sfondando quella di prima classe, due vagoni del treno Ancona-Basilea sventrati come il ristorante. In pochi secondi 85 morti e 205 feriti di cui 70 con invalidità permanente. La più grande strage italiana di terrorismo.

In trent’anni sono stati condannati due manovali neo-fascisti Francesca Mambro e Giusva Fioravanti ma non conosciamo ancora i mandanti e i complici che lavorarono a un gigantesco depistaggio che non è ancora finito.

La strage di Bologna parla così alla nostra memoria e noi dobbiamo ricordarlo se crediamo alla nostra costituzione e agli uomini e donne migliori della repubblica.

29 persone sono morte in un attentato in Afghanistan

L'attacco è stato rivendicato dal sedicente Stato Islamico attraverso la sua agenzia ufficiale Amaq

Credit: Reuters

Un’esplosione in una moschea sciita nella città afgana occidentale di Herat ha ucciso 29 persone e ne ha ferite almeno altre 64. A riportarlo è stata la polizia locale.

Abdulhai Walizada, un portavoce della polizia locale, ha detto che diversi attentatori suicidi si sono fatti esplodere tra i fedeli, dopo aver lanciato alcune granate tra la folla.

L’esplosione, che ha colpito la moschea di Jawadia, ha coinciso con la preghiera serale delle ore 20:00.

Attraverso la sua agenzia ufficiale Amaq, il sedicente Stato Islamico, ha rivendicato l’attentato sostenendo che il bilancio delle vittime sia più grave di quello ufficiale.

“Almeno 50 sciiti sono stati uccisi e 80 sono rimasti feriti in un attacco dei miliziani dello Stato Islamico in un’assemblea nella città afghana occidentale di Herat”, si può leggere nel comunicato rilasciato dai terroristi.

Herat, capitale dell’omonima provincia vicino al confine con l’Iran, è considerata una delle città più tranquille dell’Afghanistan.

L’attacco arriva un giorno dopo l’attentato all’ambasciata irachena della capitale Kabul, che ha visto i miliziani del sedicente Stato Islamico assaltare la missione diplomatica del governo di Bagdad.

Fonte: The Post Internazionale

Il Parlamento italiano ha dato il via libera alla missione navale in Libia

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni aveva dato l’annuncio di questa operazione durante la conferenza stampa in occasione della visita del premier libico al-Sarraj a Roma


Dopo l’approvazione delle commissioni riunite Esteri e Difesa, prima la Camera, con un’unica risoluzione che ha ricevuto 328 sì, 113 no e 22 astenuti e poi il Senato, con ben due diverse mozioni approvate, una con 191 sì e 47 no e l’altra con 170 sì, 33 no e 37 astenuti, hanno autorizzato la missione navale italiana in Libia.

La spedizione prevede che una nave logistica, un moto trasportatore costiero ed un pattugliatore supportino la Guardia costiera libica, operando in accordo con le autorità locali.

Un ricognitore sarà immediatamente inviato verso Tripoli, con a bordo ufficiali delle forze armate che dovranno interloquire con i loro colleghi nord africani.

In seguito il moto trasportatore costiero si unirà alla spedizione, allo scopo di occuparsi della manutenzione dei mezzi libici. Il pattugliatore resterà invece a disposizione nel porto della capitale libica, dove è già presente una motovedetta della Guardia di finanza.

“Da questa interlocuzione deriverà l’area d’azione, non decidiamo noi a prescindere, ma insieme ai libici dove andremo ad operare”, ha detto la ministra della Difesa Pinotti.

L’approvazione in commissioni riunite era arrivata con i sì decisivi del Partito democratico e di Forza Italia. La Lega Nord e il M5S si erano detti contrari alla missione, mentre Fratelli d’Italia si è astenuto.

“La nostra attenzione e il nostro consenso è condizionato all’esito della missione sul campo, un risultato che verificheremo”, ha detto Maurizio Gasparri, di Forza Italia.

Il Movimento dei democratici e progressisti ha chiesto invece al governo di Paolo Gentiloni di riferire sulle regole di ingaggio della missione e sulla destinazione dei migranti che le navi militari italiane intercetteranno in mare.

A riguardo la ministra ha risposto che sarà improbabile che la marina incontri barconi che trasportano migranti, in quanto la missione prevede che siano le unità libiche a pattugliare il mare.

“Con la missione navale italiana non si profila alcuna lesione alla sovranità libica”, aveva detto Pinotti alle commissioni riunite martedì 1 agosto.

“Il nostro obiettivo è anzi quello di rafforzarla”. La ministra ha poi precisato che la missione non costituisce affatto un blocco navale. “È la risposta a una richiesta d’aiuto” riferendosi alla lettera ricevuta dal governo italiano in cui era stato chiesto dal governo di Tripoli un supporto per la ricognizione delle acque libiche.

Per quanto riguarda lo scopo della spedizione, Pinotti ha chiarito che le unità navali italiane saranno impegnate in un mero supporto logistico, tecnico e operativo alla Guardia costiera libica.

“Le regole di ingaggio saranno tratte dall’operazione Mare sicuro, con l’inclusione di una nave di supporto logistico, ma senza nessun onere aggiuntivo”, ha detto la Pinotti.

La ministra ha poi sottolineato che le navi italiane potranno anche usare la forza se necessario. “L‘autodifesa dei nostri militari è sempre lecita”. ha detto Pinotti. “I dettagli sono da definire con i libici, ma se gli scafisti sparano contro una nostra nave possiamo rispondere e la stessa cosa vale se è a rischio una nave libica”.

Il governo italiano aveva deciso di inviare una missione militare in Libia a supporto della Guardia costiera locale, per arginare gli sbarchi di migranti sulle coste italiane e prevenire i naufragi nel Mediterraneo.

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni aveva dato l’annuncio di questa operazione durante la conferenza stampa in occasione della visita del premier libico al-Sarraj a Roma.

“Non è certo un’iniziativa che si prende contro la sovranità libica”, aveva detto Gentiloni. “È un contributo che può essere molto rilevante per contrastare i mercanti di esseri umani e governare i flussi migratori che giungono nel nostro Paese”.

Almeno 600mila migranti hanno raggiunto le coste italiane dal nord Africa dal 2014, la maggior parte di questi sono partiti dalla Libia. Il paese è infatti fuori controllo dopo la caduta del dittatore Muammar Gheddafi nel 2011.

Fonte: The Post Internazionale