martedì 25 aprile 2017

25 aprile, la festa della Liberazione


Oggi si festeggia la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo. Il 25 Aprile è l’anniversario della rivolta armata partigiana e popolare contro le truppe, ormai di occupazione, naziste e i loro fiancheggiatori fascisti della repubblica sociale italiana. Grazie al sangue versato dai partigiani fu possibile dare agli italiani la libertà che era stata negata durante il ventennio di dittatura fascista.

Su Alitalia ha vinto il No all’accordo

Nel referendum i dipendenti hanno rifiutato il piano industriale e i progetti di tagli, e adesso l'ipotesi del fallimento è molto realistica

(ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

I dipendenti di Alitalia hanno respinto con un referendum il pre-accordo che era stato raggiunto tra la compagnia aerea e i sindacati, con la mediazione dei rappresentanti dei ministeri del Lavoro e dello Sviluppo Economico, per definire i tagli e i licenziamenti da attuare per rilanciare la società: l’affluenza è stata molto alta (circa il 90 per cento degli aventi diritto è andato a votare) e i “no” sono stati il 67 per cento del totale dei voti.
La bozza di accordo era stata concordata tra azienda e sindacati dopo settimane di trattative e scioperi, indetti quando a metà marzo Alitalia aveva annunciato un piano di rilancio aziendale per gli anni 2017-2021 che prevedeva un aumento dei ricavi e un taglio dei costi compresi quelli per il personale e per i salari. I sindacati avevano deciso di sottoporre la bozza di accordo all’approvazione dei 12.500 dipendenti di Alitalia, che hanno votato da giovedì scorso alle 16 di lunedì, in nove seggi tra Milano e Roma. Avevano fatto campagna a favore del sì i sindacati CISL, UIL e UGL, e anche la segretaria della CGIL Susanna Camusso aveva riconosciuto l’importanza della trattativa.

Con il respingimento del pre-accordo, la grave situazione di Alitalia è ulteriormente complicata. Il ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda domenica aveva detto che con questo risultato «si va verso il rischio concretissimo di una liquidazione della compagnia», e che il governo «non è intenzionato a mettere ancora soldi pubblici dentro Alitalia». Lo scenario che è stato previsto è quello di un’amministrazione straordinaria, ipotizzata dal ministro dei Trasporti Graziano Delrio: è una procedura istituita nel 2003 dopo la crisi di Parmalat. Prevede che il governo nomini da uno a tre commissari, che nel giro di qualche mese preparino un piano industriale per cessare le attività, riportare la società in attivo oppure venderla a una terza parte (la procedura prevede che l’acquirente mantenga tutti gli attuali posti di lavoro per almeno due anni). Come ha spiegato al Corriere Cesare Cavallini, docente di Diritto fallimentare alla Bocconi, la soluzione dell’amministrazione straordinaria è più complicata per Alitalia, rispetto per esempio a Parmalat o Ilva, perché la società dovrebbe continuare a erogare i propri servizi, con i creditori che vorranno essere pagati subito e il conseguente accumulo di debiti. Questo significa che l’ipotesi di mandare avanti la società nella sua forma attuale, cercando di riportarla in attivo, è molto difficile. Anche trovare un acquirente per una società così grande molto vicina al fallimento è assai arduo, e perciò secondo Cavallini l’ipotesi più probabile è quella che gli eventuali commissari facciano richiesta di fallimento. È anche quello che pensa il presidente di Alitalia Luigi Gubitosi, che nei giorni scorsi ha detto che l’unica possibilità in caso di vittoria del no è «un accompagnamento verso la liquidazione dell’azienda, il fallimento».

Se avesse avuto l’approvazione del referendum, il consiglio di amministrazione di Alitalia avrebbe voluto riunirsi domani per autorizzare una ricapitalizzazione della società per 2 miliardi di euro e ottenere così nuova liquidità. In parte i soldi sarebbero stati ottenuti da una conversione in azioni dei crediti delle banche che avevano prestato soldi ad Alitalia, soprattutto Intesa Sanpaolo e Unicredit. Altri dovevano arrivare da nuovi prestiti e linee di credito, fornite dalle banche stesse. Assieme al piano finanziario, Alitalia avrebbe presentato anche un piano industriale per il rilancio della compagnia: tra le altre cose, aveva spiegato nei giorni scorsi il presidente Luigi Gubitosi, si sarebbero rinegoziati gli accordi con Air France e Delta, i contratti di leasing troppo costosi, l’apertura di nuove rotte a lunga percorrenza, e altri tipi di investimenti.

Nel piano iniziale di Alitalia erano previsti 1.338 esuberi del personale a tempo indeterminato, che nel pre-accordo erano stati ridotti a 980, attraverso il superamento «dei progetti di esternalizzazione delle aree manutentive e di altre esternalizzazioni, il ricorso alla cassa integrazione straordinaria entro il maggio 2017 per due anni, l’attivazione di un programma di politiche attive del lavoro (riqualificazione e formazione del personale) e misure di incentivazione all’esodo, e miglioramenti di produttività ed efficienza». Era previsto anche un taglio dell’8 per cento degli stipendi del personale di volo (inizialmente era del 30 per cento), la riduzione di un o una assistente di volo negli equipaggi a lungo raggio e una riduzione dei riposi dai 120 annuali a 108 con minimo di 7 al mese. Ma il referendum tra i lavoratori ha ora rifiutato anche questo approccio. I dati sono così sintetizzati dal Sole 24 Ore:


A Milano (dove il personale Alitalia è costituito da piloti e assistenti di volo) ha stravinto il no. A Linate i voti contrati sono stati 698 no e i favorevoli 153. A Malpensa i no sono stati 278, i sì 39 (2 bianche e 2 nulle). A Roma, il primo parziale risultato, relativo all’urna che accoglieva i voti del personale di volo (non di quello di terra), mostrava a Fiumicino in netto vantaggio il no con 2315 voti, contro 226 sì. I seggi per votare a Roma erano sei, di cui cinque a Fiumicino e uno alla Magliana. La proclamazione dell’esito del referendum è atteso in nottata.


Il piano originale per il rilancio di Alitalia era stato deciso per provare a risolvere l’ennesima crisi della compagnia aerea, che ora appartiene per il 51 per cento alla cordata di imprenditori italiani CAI, e a Etihad, che di fatto la gestisce con il 49 per cento delle azioni.

Fonte: Il Post

Marine Le Pen lascia temporaneamente la guida del Front National

"Stasera non sono più la presidente del Front National, sono la candidata alle presidenziali", ha annunciato la candidata di estrema destra.

Marine Le Pen

Marine Le Pen, che ha ottenuto il 21,3 per cento dei voti al primo turno e che sfiderà Emmanuel Macron al ballottaggio del 7 maggio 2017, ha annunciato di aver temporaneamente lasciato la guida del Front National.

“Ho sempre pensato che il presidente della Repubblica sia il presidente di tutti i francesi e che debba riunire tutti i francesi. È per questa ragione che mi è sembrato indispensabile mettermi in congedo dalla presidenza del Front National. Stasera non sono più la presidente del Front National, sono la candidata alle presidenziali”, ha dichiarato.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 24 aprile 2017

Gabriele Del Grande è tornato in Italia

Il documentarista italiano era stato liberato questa mattina, dopo avere passato due settimane in carcere in Turchia

Gabriele Del Grande insieme al ministro degli Esteri Angelino Alfano al suo arrivo all'aeroporto di Bologna, il 24 aprile 2017 (LaPresse - Massimo Paolone)

Gabriele Del Grande, giornalista e documentarista italiano di 35 anni che da due settimane era detenuto in Turchia, è stato liberato ed è tornato in Italia. La notizia della liberazione di Del Grande era stata confermata dal ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, che aveva detto di avere avvisato i familiari di Del Grande dopo avere ricevuto dal suo collega turco, Mevlut Cavusoglu, informazioni sulla liberazione. Del Grande è arrivato all’aeroporto di Bologna questa mattina, intorno alle 10.30.



Gabriele Del Grande, che è di Lucca, era stato fermato dalla polizia ad Hatay, nella provincia sud-orientale al confine con la Siria, e tra il 9 e il 10 aprile era stato portato in carcere. Il ministero degli Esteri italiano aveva confermato la notizia, e dato informazioni sulle sue buone condizioni il 15 aprile, mentre solo il 18 Del Grande aveva potuto fare una telefonata verso l’Italia, comunicando a familiari e amici di trovarsi a Muğla, nella parte sud-occidentale della Turchia. Il ministero degli Esteri italiano aveva chiesto in più occasioni la sua liberazione “nel pieno rispetto della legge”.

Del Grande aveva raggiunto la Turchia il 7 aprile scorso per realizzare interviste a profughi siriani per il suo nuovo libro Un partigiano mi disse, dedicato alla guerra in Siria e alla formazione dello Stato Islamico (o ISIS). Secondo il governo turco, Del Grande si era spinto in una zona di confine nella quale non è consentito l’accesso ai giornalisti, da qui la decisione di arrestarlo. In un primo momento sembrava che la Turchia fosse intenzionata a espellere Del Grande entro poche ore dall’arresto, ma ciò non era avvenuto e la situazione si era fatta più complicata, con difficoltà da parte del ministero degli Esteri italiano a ottenere informazioni sulle sue condizioni.

Il 18 aprile il ministero degli Esteri aveva diffuso una nota nella quale confermava il proprio impegno, e quello dell’ambasciata italiana ad Ankara, per ottenere la liberazione di Del Grande. Il 21 aprile il documentarista aveva incontrato in carcere il console italiano e un avvocato di fiducia, per la prima volta dal momento del suo arresto. La vicenda e la scarsità di informazioni sulla prigionia avevano portato nei giorni scorsi a campagne e iniziative sui social network, coordinate con l’hashtag #iostocongrabriele.

Fonte: Il Post

I risultati delle elezioni presidenziali francesi

Al ballottaggio sarà sfida tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen

Al terzo posto è arrivato il candidato Repubblicano Francois Fillon, leggermente davanti rispetto all'esponente della sinistra radicale Melenchon

Quando lo spoglio dei voti è quasi concluso (mancano ancora i dati definitivi di un dipartimento che non potranno comunque cambiare gli equilibri in campo) viene confermato, come dai primi exit poll, il ballottaggio tra il candidato indipendente di En Marche! Emmanuel Macron e la leader del Front National Marine Le Pen.

Il centrista Macron ha raccolto il 23,8 per cento delle preferenze, contro il 21,4 per cento di Le Pen. Dietro di loro il candidato repubblicano Francois Fillon, di poco davanti all'esponente della sinistra radicale Jean-Luc Melenchon.

Qui i risultati dei candidati principali:

Emmanuel Macron (En Marche!) 23,8

Marine Le Pen (Front National) 21,4

Francois Fillon (Repubblicani) 19,9

Jean-Luc Melenchon (La France insoumise) 19,6

Benoit Hamon (Socialisti) 6,3

Nicolas Dupont-Aignan (Debout la France) 4,7

Jean Lassalle (Resistons) 1,2 Philippe Poutou (NPA) 1,1

Gli altri candidati hanno raccolto meno dell'1 per cento delle preferenze. In totale si sono presentati alla corsa all'Eliseo 11 candidati.

Subito dopo i primi exit poll, sia il candidato Repubblicano che quello Socialista hanno ammesso la sconfitta e hanno dichiarato il loro sostegno, in vista del ballottaggio, a Macron, per sconfiggere l'estrema destra di Marine Le Pen. Ha fatto sapere di lasciare libertà di coscienza, invece, il candidato della sinistra radicale Melenchon.

Macron si è affermato soprattutto nella zona ovest della Francia e nelle grandi città. Risultati migliori per Le Pen in tutta la parte est del paese e nei piccoli centri.

L'affluenza al voto è stata del 78 per cento, circa due punti percentuali in meno rispetto al 2012.

Il movimento En Marche! di Macron non si era mai presentato prima alle elezioni. Il Front National ha invece raccolto il miglior risultato della sua storia (anche se era già arrivato al ballottaggio con Jean-Marie Le Pen, padre di Marine e fondatore del partito, nel 2002), superando quota 7 milioni di voti.

Per la prima volta nella storia della quinta Repubblica né il partito Socialista né quello Repubblicano hanno raggiunto il ballottaggio. I due partiti, finora, avevano sempre governato il paese.

Nella serata del 23 aprile, subito dopo la diffusione dei primi dati, sono iniziate alcune manifestazioni di protesta in piazza, terminate con degli scontri, in particolare in alcune strade di Parigi. Qualche manifestante è rimasto lievemente ferito.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 22 aprile 2017

Il ciclista Michele Scarponi è morto in un incidente stradale

Il vincitore del Giro d'Italia 2011 è stato investito in sella alla sua bici mentre si allenava alle porte di Filottrano, suo paese natale in provincia di Ancona


Il ciclista italiano Michele Scarponi è morto in un incidente stradale mentre si allenava alle porte di Filottrano, suo paese di origine in provincia di Ancona. Lo riporta l'agenzia di stampa Ansa a cui la notizia è stata confermata dal presidente della Federciclismo, Renato Di Rocco.

Scarponi è stato investito frontalmente da un autocarro mentre era in sella alla sua bici ed è morto sul colpo. L'incidente è avvenuto intorno alle 8 di stamattina e sull'accaduto indagano i carabinieri di Filottrano e Osimo.

Il ciclista aveva 37 anni e venerdì 22 aprile aveva concluso al quarto posto il Tour of the Alps, dove aveva vinto la prima tappa il lunedì precedente.

Professionista dal 2002, aveva vinto nel 2009 la Tirreno-Adriatico e nel 2011 il Giro d'Italia grazie alla squalifica per doping dello spagnolo Alberto Contador. L'ultimo suo successo risale al 2013 quando si è aggiudicato il Gp Costa degli Etruschi. Attualmente portacolori dell'Astana, Scarponi ne era stato nominato capitano per il prossimo Giro d'Italia, al via il 5 maggio, per il forfait di Fabio Aru. Scarponi lascia la moglie e due gemellini in tenera età.

Fonte: The Post Internazionale

Radiato per la prima volta in Italia un medico antivaccini

Roberto Gava è il primo medico radiato dall'Ordine per il suo “comportamento non etico e antiscientifico nei confronti dei vaccini”

Credit: Reuters

Roberto Gava è il primo medico radiato dall'Ordine per il suo “comportamento non etico e antiscientifico nei confronti dei vaccini”. Ad annunciarlo è stato, in un tweet, il presidente dell'Istituto superiore di Sanità (Iss), Walter Ricciardi.

“Grazie all'Ordine dei medici di Treviso per aver radiato primo medico per il suo comportamento non etico e antiscientifico nei confronti dei vaccini”.

Il medico radiato dall'Ordine è noto per le sue tesi contro le vaccinazioni.

Secondo Ricciardi, la decisione dell'Ordine dei Medici di Treviso di radiare il cardiologo Roberto Gava per le sue posizioni contro i vaccini è “un passaggio importantissimo, che deve essere un segnale per tutti i medici che non si comportano secondo la deontologia”.

“Il comportamento dell'Ordine, così come quello degli altri che stanno procedendo in modo simile e della presidente della Federazione Chersevani, va apprezzato per coraggio ed etica”, ha aggiunto.

“In tutti i paesi del mondo seri si agisce così, visti i danni che queste posizioni possono provocare la radiazione è una misura più che giustificata. In Italia stiamo vedendo gli effetti delle campagne contro i vaccini, con i tassi di copertura che sono crollati”, ha concluso Ricciardi.

Fonte: The Post Internazionale

Dodici persone sono morte durante le proteste in Venezuela

Nella notte del 21 aprile 8 di loro sono morti fulminati mentre saccheggiavano un negozio, altri due sono stati uccisi da colpi d'arma da fuoco

L'opposizione venezuelana ha annunciato nuove mobilitazioni contro il governo di Nicolas Maduro, convocando una “marcia del silenzio”. Credit: Reuters

Un uomo è stato ucciso con colpi d'arma da fuoco durante le proteste contro il presidente Nicolas Maduro a Caracas, la capitale del Venezuela, nella notte del 21 aprile.

Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Ansa nella notte sarebbero morte dodici persone. Otto di loro sarebbero morte fulminate mentre cercavano di saccheggiare un forno nella città di Caracas. Altri due, invece, sono stati uccisi da spari di arma da fuoco. Non ci sono, però, ulteriori dettagli sulla morte degli altri due.

Durante la notte del 21 aprile circa 20 negozi sono stati saccheggiati.

La nona vittima confermata dall'inizio delle proteste è Melvin Guaitan, ucciso a Sucre, nell'hinterland di Caracas. La notizia è stata data su Twitter dal sindaco della località, Carlos Ocariz. Si tratta della quarta vittima negli ultimi tre giorni.

“Chiediamo che i responsabili di quanto accaduto vengano puniti”, ha scritto Ocariz. Il sindaco ha detto che la nuova vittima si chiamava Melvin Guaitan, definito “un semplice lavoratore” che è stato “ucciso durante una protesta all'ingresso del Barrio 5 de julio”, un quartiere popolare del nord della capitale venezuelana.

“Questa opposizione fallita e ferita sta provando a generare caos nelle aree chiave della città per convincere il mondo che stiamo vivendo una guerra civile, la stessa strategia usata per la Siria, la Libia e l'Iraq”, ha affermato Freddy Bernal, esponente del partito Socialista. Il governo continua a resistere e invocare la fine delle proteste.

Le manifestazioni sono iniziate dopo la decisione della Corte Suprema, avvenuta il 30 marzo, con la quale la stessa corte aveva assunto momentaneamente i poteri del parlamento, di sostanza esautorandolo.

Dopo la manifestazione dell'opposizione del 20 aprile a Caracas, bloccata dalle forze dell'ordine che hanno impedito il passo dei cortei, nella notte si sono registrati scontri violenti fra militanti oppositori, unità della Guardia Nazionale e gruppi armati pro governativi, i cosiddetti colectivos. Nella zona di El Valle (sud di Caracas), dove i residenti hanno denunciato saccheggi e scontri violenti con spari di arma da fuoco, 54 bambini sono stati evacuati dall'Ospedale Materno Infantile Hugo Chavez durante la notte.

La ministra degli Esteri venezuelana, Delcy Rodriguez, ha denunciato su Twitter che “bande armate finanziate dall'opposizione hanno attaccato l'ospedale infantile di El Valle”, ma decine di testimonianze sullo stesso social network indicano che i bambini sono stati evacuati dopo essere stati intossicati dai gas lacrimogeni sparati dalla Guardia Nazionale.

Almeno cinque persone sono rimaste ferite nel corso di saccheggi avvenuti durante la notte in una strada commerciale a El Valle, dove i vicini hanno denunciato che le unità antisommossa che si trovavano a meno di 300 metri non sono intervenute per fermare i responsabili dell'assalto contro negozi locali.

L'opposizione venezuelana ha annunciato nuove mobilitazioni contro il governo di Nicolas Maduro, convocando una “marcia del silenzio” per il 22 aprile in omaggio alle vittime della repressione e un blocco delle principali autostrade del paese per lunedì 24 aprile.

Il vicepresidente del parlamento di Caracas, Freddy Guevara, ha chiesto agli oppositori di “sfilare in silenzio e vestiti di bianco verso le sedi della conferenza episcopale a Caracas e in tutto il paese” per rendere omaggio alle persone uccise durante le manifestazioni.

Fonte: The Post Intenazionale

Attacco talebano in una base militare afghana, oltre cento morti

Gli aggressori erano sei persone distribuite in due veicoli militari e hanno passato il cancello sostenendo di trasportare soldati feriti

Gli aggressori hanno usato granate e fucili. Credit: Reuters

Oltre cento soldati afghani sono stati uccisi o feriti da talebani vestiti con l'uniforme dell'esercito afghano che hanno compiuto un attacco in una base militare in Afghanistan venerdì 21 aprile 2017. Un ufficiale statunitense in precedenza aveva detto che il bilancio di persone uccise era di oltre 50, ma un funzionario di Mazar-i-Sharif, la città nella parte settentrionale nel paese dove è avvenuto l'attacco, ha detto che il numero di morti è di almeno 140.

Altri funzionari hanno detto che il bilancio potrebbe essere ancora più alto.

L'attacco è stato lanciato vicino ad una moschea nella base militare di Mazar-i-Sharif, la capitale della provincia di Balkh. Secondo quanto riportato dal portavoce dell'esercito, Nasratullath Jamshidi, i soldati colpiti stavano lasciando la preghiera del venerdì al momento dell'aggressione.

Gli aggressori erano dieci persone, distribuite in due veicoli militari e hanno passato il cancello sostenendo di trasportare soldati feriti e di aver bisogno di entrare con urgenza. Poi hanno usato granate e fucili per commettere la strage.

Nella base militare si trovano anche soldati di altri paesi, in particolare tedeschi. “Per quanto sappiamo, nessun tedesco è rimasto coinvolto nell'attacco”, ha riferito il portavoce del commando delle operazioni tedesche.

Il portavoce talebano Zabihullah Mujahid ha detto che i “combattenti hanno inflitto varie ingenti perdite all'esercito afghano".

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 21 aprile 2017

I cellulari fanno venire il cancro?

Se ne riparla dopo la controversa sentenza di Ivrea, dove un giudice ha riconosciuto un “nesso di causalità” benché non ci siano ancora prove scientifiche chiare

(JOSEP LAGO/AFP/Getty Images)

A Ivrea, in provincia di Torino, un giudice del lavoro ha stabilito che esiste un “nesso di causalità” tra l’utilizzo dei telefoni cellulari e una particolare forma di tumore. La sentenza ha pochi precedenti in tutto il mondo e sta facendo molto discutere perché a oggi non è mai stato dimostrato scientificamente, e in modo incontrovertibile, che le onde radio emesse dai cellulari possano causare alcuni tipi di cancro. Non è il primo caso in cui un magistrato stabilisce un principio non ancora verificato dalla scienza: negli anni scorsi è accaduto più volte per il caso Stamina o sui vaccini, con molte polemiche e critiche da parte della comunità scientifica e successive revisioni delle sentenze negli altri gradi di giudizio.

La sentenza di Ivrea riguarda Roberto Romeo, un dipendente di Telecom Italia di 56 anni, che lavorava come responsabile di una squadra di tecnici che interveniva per riparare i guasti sulla rete telefonica. Alla Stampa ha spiegato che faceva di continuo telefonate per coordinare il suo gruppo di lavoro, restando tra le 4 e le 5 ore al cellulare ogni giorno, per circa 15 anni. Romeo aveva iniziato ad avere qualche problema di udito, trattato con terapie che si erano rivelate inutili, fino a quando non gli era stato diagnosticato un neurinoma, un tumore benigno del nervo acustico, uno dei più frequenti tra quelli intracranici e le cui cause sono ancora sconosciute. Romeo era stato sottoposto a un’operazione di rimozione del neurinoma, con conseguente perdita dell’udito da un orecchio.

In seguito Romeo aveva fatto causa all’INAIL, che non gli aveva riconosciuto una malattia professionale. Dopo una perizia di parte e un accertamento tecnico, affidato dal tribunale, si è andati a processo. Sono stati ascoltati 15 testimoni, che hanno confermato la versione di Romeo circa le sue ricorrenti telefonate per coordinare il loro lavoro. Valutate le perizie e le consulenze, il tribunale ha infine stabilito che il neurinoma sia stato causato da un “uso prolungato” del cellulare, riconoscendo a Romeo un’invalidità al 23 per cento, che comporterà una pensione INAIL aggiuntiva di circa 6mila euro l’anno.

La sentenza di Ivrea sta facendo molto discutere perché a oggi non ci sono evidenze scientifiche per dire con certezza che i cellulari causino il cancro. I telefonini sono usati da miliardi di persone in tutto il mondo da decenni, ma non sono stati rilevati aumenti anomali di particolari forme tumorali. Considerata la diffusione di questi dispositivi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità tiene comunque sotto controllo i potenziali effetti dei cellulari sulla popolazione, con iniziative e programmi per la valutazione del rischio. Una delle sue agenzie più importanti, l’International Agency of Research on Cancer (IARC), nel 2011 ha inserito i cellulari nel Gruppo 2B, nel quale sono elencati prodotti e sostanze definiti “possibilmente cancerogeni per gli esseri umani”. Nel complesso la IARC mantiene e aggiorna quattro categorie in cui sono inserite le sostanze a seconda del loro livello di rischio.

Gli elenchi della IARC non implicano che si contragga sicuramente il cancro entrando in contatto con particolari sostanze, ma segnalano il livello di rischio: la probabilità che si verifichi un evento dannoso. Si parla di rischio assoluto quando viene indicata la possibilità che qualcosa succeda in un certo periodo di tempo, come la probabilità teorica per ogni persona di avere una diagnosi di cancro nel corso della vita, quindi in un intervallo di tempo che di solito è tra gli 0 e gli 84 anni. C’è poi il rischio relativo, che indica invece la probabilità di ammalarsi per chi ha già fattori di rischio, come predisposizioni genetiche. Le misure di questo tipo sono ipotetiche e servono soprattutto per rendere comprensibile la rilevazione di certi tipi di tumore su altri, e il loro rapporto con predisposizioni e abitudini di vita.

Negli anni sono state eseguite centinaia di ricerche scientifiche, su animali ed esseri umani, per verificare se le onde radio emesse dai cellulari possano essere nocive. Nella maggior parte dei casi questi studi non hanno trovato un nesso causale tra l’esposizione ai telefonini e particolari malattie, come i tumori. I pochi studi che hanno trovato qualche elemento di correlazione si sono rivelati quasi sempre inconcludenti, perché nel complesso le prove non erano sufficienti e non si potevano escludere altre variabili che avevano causato particolari patologie. Una ricerca, citata dalla IARC, parla di un aumento del 40 per cento del rischio di gliomi (tumori cerebrali) tra chi utilizza molto il cellulare per telefonare (30 minuti al giorno per 10 anni). Uno studio più recente ha però messo in dubbio la stima perché l’aumento dei tumori di quel tipo non è andato di pari passo con l’aumento dell’utilizzo dei cellulari.

A maggio dello scorso anno uno studio diffuso dal National Toxicology Program, un gruppo di lavoro delle autorità sanitarie statunitensi, ha rilevato la formazione di tumori al cervello e al cuore in alcuni esperimenti di laboratorio condotti su ratti, esposti a radiazioni elettromagnetiche analoghe a quelle prodotte dai cellulari. La ricerca è stata però accolta con scetticismo e diverse critiche, soprattutto per le modalità con cui è stata condotta la sperimentazione.

Fonte: Il Post

È stata arrestata una persona per l’attentato contro il Borussia Dortmund

La polizia tedesca ha fermato un uomo che non ha legami con il terrorismo islamista e che avrebbe messo le bombe per guadagnare in borsa


La polizia tedesca ha arrestato venerdì mattina un uomo accusato di aver messo le tre bombe che l’11 aprile scorso hanno danneggiato il pullman della squadra di calcio del Borussia Dortmund e ferito un suo calciatore, in quello che finora era ritenuto essere un attentato di tipo terroristico. La polizia, secondo lo Spiegel, non ha ancora elementi per collegare direttamente l’arrestato alle tre bombe, ma ha diverse prove che lo rendono un sospettato molto forte: Sergei V., come è stato chiamato dalla polizia in un comunicato diffuso venerdì mattina, avrebbe organizzato l’attentato per guadagnare in borsa dal successivo prevedibile crollo delle azioni del Borussia Dortmund.

Sergei V. ha 28 anni ed è stato arrestato nella zona di Tubinga, una città a sud di Stoccarda nella parte meridionale della Germania. La polizia lo pedinava da almeno una settimana ed era riuscita a raccogliere diversi elementi sul suo conto e sulle sue recenti operazioni finanziarie. Secondo la polizia il sospettato aveva stipulato 15.000 warrant (uno strumento finanziario simile alle opzioni, che consiste in un accordo di vendita o acquisto di un certo numero di azioni a un certo prezzo in una certa data) usando un prestito ottenuto una settimana prima dell’attentato e un indirizzo IP collegato all’albergo dove si trovava anche la squadra del Borussia Dortmund prima della partita di Champions League che avrebbe dovuto giocare il 10 aprile, l’hotel L’Arrivée. Sempre secondo le fonti di polizia citate dallo Spiegel, il sospettato aveva prenotato una camera nell’albergo lo scorso marzo, chiedendo di avere una finestra sulla zona dove successivamente è avvenuto l’attentato.

Le tre bombe erano state messe lungo la strada che portava l’autobus del Borussia Dortmund verso lo stadio della città: l’esplosione, molto potente, aveva danneggiato l’autobus ferendo non gravemente un agente di polizia e un calciatore della squadra, lo spagnolo Marc Bartra. La polizia aveva trovato sul luogo delle esplosioni dei biglietti di rivendicazioni che facevano riferimento all’attentato dello scorso dicembre a Berlino, poi rivendicato dall’ISIS, e aveva successivamente arrestato un uomo di 26 anni di origini irachene con collegamenti con lo Stato Islamico ma di cui non era stato possibile provare un coinvolgimento nell’attentato di Dortmund. La polizia, scrive lo Spiegel, ora ritiene che Sergei V. abbia cercato di far collegare l’attentato ad ambienti vicini al terrorismo islamista per far sviare le indagini.

Fonte: Il Post

L'Isis ha rivendicato l'attacco di Parigi

Nella sparatoria un agente di polizia è stato ucciso e altri due sono rimasti gravemente feriti. Ucciso l'assalitore


L'Isis ha rivendicato l'attacco di Parigi. L'agenzia Amaq, legata allo Stato Islamico, riferisce che l'attacco è stato compiuto da “combattenti” dell'Isis, uno dei quali viene individuato in Abu Yusuf al Beljiki, ovvero “il belga”. Lo riferisce il Site.

Nell'attacco è morto un agente di polizia. Altri due sono rimasti gravemente feriti. L'assalitore è stato ucciso.

Fonte: The Post Internazionale

L'attacco dell'Isis in Francia a tre giorni dal voto presidenziale

A poche ore dalla chiusura della campagna elettorale francese, un attentato terroristico rivendicato dall'Isis potrebbe influire in modo imprevedibile sull'esito del voto

Manifesti elettorali in Francia. Credit: Eric Gaillard

Mentre un uomo sparava contro i poliziotti francesi e riusciva a ucciderne uno prima di essere eliminato durante la sua fuga lungo gli Champ Elysees, nel pieno centro di Parigi, la sera di giovedì 20 aprile 2017 tutti gli undici candidati presidenziali francesi erano in diretta per il loro ultimo confronto televisivo prima del voto di domenica 23, dove si affronteranno al primo turno i possibili successori di Francois Hollande all'Eliseo.

Sia la leader del Front National, Marine Le Pen, sia il capo dei radicali di sinistra Jean-Luc Mélenchon avevano espresso una forte critica verso l'Unione europea quando è giunta la notizia della sparatoria a Parigi.

A quel punto il candidato centrista Emmanuel Macron ha utilizzato il tempo a sua disposizione per esprimere vicinanza alle forze dell'ordine. “Il primo dovere di un presidente è quello di proteggere i cittadini”, ha detto Macron.

Il candidato di centro-destra François Fillon ha poi dichiarato di aver annullato tutti gli eventi previsti per la chiusura della campagna elettorale venerdì 21 e anche Marine Le Pen ha preso la stessa decisione.

L'attentato di giovedì 20 aprile, rivendicato dall'Isis, rende ancora più imprevedibile l'esito del voto alle elezioni presidenziali francesi, fortemente dominate dai temi dell'immigrazione e della sicurezza. Marine Le Pen ed Emmanuel Macron sono i favoriti verso il secondo turno che è in programma per il 7 maggio. Ma anche Fillon e Mélenchon potrebbero ottenere buoni risultati.

Secondo alcuni analisti l'attacco costituisce un assist in favore del Front National, il partito di estrema destra che ha impostato la campagna elettorale contro l'Islam radicale. Durante il confronto televisivo Le Pen ha ribadito che “gli imam che predicano l'odio” e gli stranieri che sono sulla lista di vigilanza della polizia devono essere espulsi dalla Francia.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 20 aprile 2017

Il calendario delle mobilitazioni per la liberazione di Gabriele Del Grande

Il blogger e documentarista toscano è bloccato in Turchia dal 10 aprile. La pagina Fb “Io sto con la sposa“ ha pubblicato l'elenco delle manifestazioni per il suo rientro

Del grande ha cominciato lo sciopero della fame per rivendicare i suoi diritti.

Gabriele Del Grande è un giornalista e documentarista specializzato nel seguire le problematiche legate all'immigrazione. È bloccato in Turchia dal 10 aprile. Le autorità di Ankara l'avevano fermato mentre si trovava in una zona del paese in cui non è consentito l'accesso.

Il blogger che si trovava in Turchia per alcune interviste ma secondo la polizia non era in possesso dei documenti necessari a svolgere attività giornalistica nel paese. Il suo rientro in Italia era previsto entro pochi giorni, ma la sua vicenda giudiziaria si è complicata.

-- LEGGI ANCHE: Chi è il giornalista Gabriele Del Grande e perché è bloccato in Turchia

In una telefonata alla sua compagna Del grande ha annunciato di aver iniziato lo sciopero della fame per il rispetto dei suoi diritti chiedendo la mobilitazione generale. A favore della liberazione di Gabriele sono state organizzate diverse manifestazioni.

La pagina Facebook “Io sto con la sposa” – che è anche il titolo dell'ultimo documentario del giornalista – ha pubblicato il calendario di tutti gli eventi in programma.



Fonte: The Post Internazionale

La Siria sta trasferendo i suoi aerei militari vicino a una base russa

La decisione del governo ha l'obiettivo di scoraggiare eventuali bombardamenti da parte degli Stati Uniti

Il trasferimento è cominciato dopo l'attacco missilistico Usa alla base di Shayrat. Credits: Reuters

Il governo siriano ha deciso di riposizionare la maggior parte dei suoi aerei da combattimento per difendersi da eventuali attacchi degli Stati Uniti. Il timore delle autorità di Damasco è quello che le sue forze vengano colpite nuovamente dai bombardamenti americani.

La notizia è stata riferita alla Cnn da alcuni funzionari del Pentagono. per evitare che siano colpiti da nuovi bombardamenti americani. Lo riportano fonti del Pentagono alla Cnn. La flotta aerea ha cominciato il trasferimento verso l'aeroporto internazionale Assad, vicino alla base russa Khmeimim, in seguito all'attacco missilistico statunitense alla base di Shayrat in risposta all'attacco chimico siriano del 6 aprile.

La base di Khmeimim è una delle più importanti per l'esercito russo in Siria. La vicinanza alle forze militari di Mosca viene considerato un deterrente a eventuali azioni di Washington contro il regime di Assad.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 19 aprile 2017

Sparatoria in California, un uomo uccide tre persone

Secondo la polizia locale la persona fermata dagli agenti è mossa dall'odio verso i bianchi e avrebbe urlato “Allah Akbar”

L'uomo potrebbe essere responsabile anche dell'uccisione di un agente avvenuta davanti a un motel giovedì 13 aprile. Credit: Twitter

Tre persone sono morte in seguito a una sparatoria a Fresno, in California. Lo riporta il capo della polizia locale, citato dall'agenzia Associated Press. Secondo le prime indiscrezioni, una persona avrebbe aperto il fuoco motivato da ragioni razziali e, forse, mosso dall'odio verso i bianchi. Tutte e tre le vittime sono bianchi.

Un uomo è stato fermato. Il sospetto è stato identificato come Kori Ali Muhammad, un 39enne che potrebbe essere coinvolto anche nella sparatoria che ha ucciso una guardia di sicurezza davanti a un motel giovedì 13 aprile, secondo quanto riferito dal capo della polizia Jerry Dyer.

“Si tratta di un atto di violenza arbitrario”, ha affermato.

Nel giro di un minuto, secondo Dyer, sono partiti 16 colpi. Poco dopo, un uomo a bordo di un'auto è arrivato al commissariato di polizia denunciando che un suo passeggero aveva subito un colpo di arma da fuoco.

Dyer ha riportato che Muhammad ha espresso odio verso i bianchi e il governo. Secondo il capo della polizia avrebbe urlato “Allah Akbar” prima di sparare ma, secondo Dyer, non è chiaro se si tratti di un attacco terroristico.

L'imam del centro culturale islamico di Fresno ha dichiarato che il sospetto non è un membro del suo centro.

Fonte: The Post Internazionale

Una bomba esplosa ad Aleppo ha ucciso almeno sei persone

L'esplosione è avvenuta nel quartiere di Salaheddin, nella zona sud-occidentale della città. I feriti sono trenta

Nella città è in corso l'evacuazione della popolazione nel quartiere di Rashidin. Credits: Reuters

Una bomba è esplosa il 19 aprile ad Aleppo, in Siria, causando la morte di almeno sei persone e il ferimento di altre trenta. L'esplosione è avvenuta nel quartiere di Salaheddin, nella zona sud-occidentale della città.

L'area è stata al centro dei combattimenti tra i ribelli e le forze governative prima che l'esercito ne riprendesse il controllo nel mese di dicembre 2016. La notizia è stata diffusa dalla televisione di stato. Non è chiaro se si è verificato un attacco o se si è trattato di un ordigno inesploso lasciato dai combattenti.

Non è il primo episodio del genere in quella che è considerata la seconda città della Siria. Aleppo è stata quasi del tutto distrutta dai combattimenti nel corso degli anni.

L'esplosione è avvenuta durante le operazioni di evacuazione della popolazione nella zona di Rashidin, un sobborgo di Aleppo.

Fonte: The Post Internazionale

La portaerei statunitense non si stava dirigendo verso la Corea del Nord

Le informazioni sbagliate sono state probabilmente originate da un problema di comunicazione tra i dipartimenti della Difesa degli Stati Uniti

La portaerei Carl Vinson ha viaggiato verso l'Oceano Indiano per una settimana. Credits: Reuters

La portaerei statunitense Carl Vinson doveva essere in rotta verso la penisola coreana. In realtà ha viaggiato nella direzione opposta per una settimana. La notizia dell'invio della nave da guerra nell'oceano Pacifico era stata data l'8 aprile dall'agenzia Reuters sulla base di alcune dichiarazioni ufficiali, tra le quali quelle del segretario alla Difesa americano Jim Mattis e del capo del comando militare nel Pacifico Occidentale Harry Harris.

La notizia era stata ripresa dalla maggioranza degli organi di stampa internazionali. Anche TPI aveva parlato della tensione militare tra Stati Uniti e Corea del Nord a causa della minaccia nucleare proveniente da Pyongyang. Lo stesso presidente Donald Trump aveva commentato la decisione di inviare “un'armada” nel Pacifico.

Contrariamente a quanto comunicato, il gruppo d'attacco statunitense non si era diretto verso il Pacifico, ma verso l'Oceano Indiano dopo aver attraversato lo stretto di Sunda. Non è ancora chiaro se l'informazione sbagliata sia stata data in maniera deliberata per fare pressioni sul regime nordcoreano – questa la versione del Washington Post – o se si è trattato di un equivoco – come suggerisce il New York Times – dovuto a problemi di comunicazione tra le istituzioni della Difesa a Washington.

La confusione potrebbe essere dovuta al fatto che non era stata precisata la data della partenza delle navi militari alla volta della penisola coreana e che era stata annunciata la decisione dell'annullamento di una delle tappe dell'esercitazione prevista tra Stati Uniti e Australia.

Il confronto tra Washington e Pyongyang si è fatto sempre più serrato. La Corea del Nord ha continuato i suoi test missilistici e il vice presidente statunitense Mike Pence ha ribadito che la Casa Bianca è pronta a ordinare un intervento militare contro Kim Jong-un in caso di emergenza.

Fonte: The Post Internazionale

Cosa c'è da sapere sulle elezioni anticipate nel Regno Unito

La mossa della premier britannica Theresa May, che ha convocato elezioni per l'8 giugno, rappresenta un'inversione di marcia. Ma a cosa è dovuta questa decisione?

La prima ministra Theresa May a Downing street, Londra, il 18 aprile 2017. Credit: Stefan Wermuth 

Quando ha annunciato la sua intenzione di indire elezioni anticipate martedì 18 aprile 2017 Theresa May ha detto che si tratta di un passaggio “necessario per assicurare una leadership forte e stabile per attraversare il processo della Brexit”. La premier britannica ha colto il paese di sorpresa, dal momento che più volte dopo il suo insediamento nel 2016 May si era detta contraria a nuove elezioni prima del 2020.

La mossa rappresenta un'inversione di marcia. Ma a cosa è dovuta questa decisione?

May mira a ottenere un forte mandato parlamentare per affrontare i negoziati per l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea, che si preannunciano complessi. Attualmente il partito conservatore ha una maggioranza relativamente risicata alla Camera dei comuni, conseguente alle elezioni del 2015 con il precedente leader David Cameron.

Da allora il partito laburista, principale formazione d'opposizione, è crollato nei sondaggi, portando May in una posizione più forte rendendo la vittoria dei conservatori significativamente più probabile. Se dovesse vincere le elezioni anticipate dell'8 giugno, May riceverebbe anche un importante mandato personale sul quale attualmente non può contare, essendo subentrata a Cameron quando lui ha rassegnato le dimissioni dopo la sconfitta al referendum su Brexit, a giugno 2016.

Secondo la legge britannica, Theresa May ha bisogno del voto di due terzi del parlamento britannico per indire elezioni anticipate. Ma la premier è sicura di ottenerlo. Il leader dell'opposizione, Jeremy Corbyn, ha già sostenuto la richiesta di elezioni e così tra i due partiti principali ci si aspetta che si raggiunga un numero di voti sufficienti ad adottare il provvedimento.

Ma in ogni caso le elezioni rappresentano un rischio, dal momento che il popolo britannico che rimane estremamente diviso su Brexit. Anche se il Regno Unito ha già attivato la procedura stabilita dall'articolo 50 per l'uscita dall'Ue, data la rilevanza nazionale e internazionale dell'argomento, probabilmente la Brexit sarà al centro della campagna elettorale.

Un sondaggio pubblicato su YouGov ad aprile 2017 ha rilevato che il 46 per cento dei britannici ritiene che il paese abbia preso la decisione giusta sull'uscita dal Regno Unito, mentre il 42 per cento pensa che abbia fatto la scelta sbagliata. Ben l'11 per cento rimane incerto. I sondaggi suggeriscono anche che la maggioranza dei britannici confida nell'abilità di Theresa May di negoziare un accordo con l'Ue.

Sul fronte laburista il leader Corbyn ha assunto una posizione debole sulla Brexit, elemento che ha contribuito al calo di consensi nei suoi confronti. Di fatto la sola formazione politica pro-Unione europea sono i liberal-democratici di centrosinistra, una forza minoritaria nella politica del Regno Unito che hanno visto crescere il consenso nei loro confronti dal referendum su Brexit. Il loro numero tuttavia non rappresenta al momento una seria sfida per i conservatori britannici.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 18 aprile 2017

Quindi la Turchia non è più una democrazia?

La risposta è che non lo è più, ma non è successo col referendum di domenica

Recep Tayyip Erdogan (Yasin Bulbul/Presidential Press Service via AP)

Domenica quasi 50 milioni di turchi hanno deciso con un referendum di trasformare il sistema istituzionale del loro paese in una repubblica presidenziale, dando nuovi grandi poteri al presidente Recep Tayyip Erdoğan. La riforma costituzionale, che è stata al centro del dibattito politico turco per mesi, ha già provocato molte reazioni preoccupate, soprattutto dei paesi europei che stavano discutendo di un’eventuale entrata della Turchia nell’Unione Europea. Murat Yetkin, giornalista e opinionista del quotidiano turco Hurriyet, ha scritto che il voto di domenica è stato «il più controverso degli ultimi anni», mentre l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), che tra le altre cose si occupa di monitorare la regolarità dei processi elettorali, ha detto che il referendum non ha rispettato gli standard internazionali richiesti per una votazione corretta. Quindi è vero che la Turchia sta diventando uno stato autoritario, come si legge un po’ ovunque?

La risposta breve è sì, ma bisogna tenere conto di una cosa: non lo è diventato domenica, il giorno del referendum. La Turchia non è più un paese democratico da tempo, da quando è diventato “normale” arrestare i parlamentari di opposizione, chiudere i giornali critici col governo, licenziare centinaia di migliaia di insegnanti e altri dipendenti pubblici solo perché sospettati – spesso senza prove – di essere lontani dalle posizioni del presidente.

Cosa prevede la riforma
Prima del voto, almeno sulla carta, il sistema turco era di tipo parlamentare, simile a quello italiano. Ogni quattro anni si tenevano le elezioni legislative e il Parlamento votava la fiducia a un governo, titolare del potere esecutivo. Il presidente della Repubblica, sempre in teoria, era una figura imparziale: per ricoprire quel ruolo doveva dimettersi da qualsiasi carica di partito ed essere super partes. Nella realtà da un paio di anni le cose erano già molto diverse.

Il sistema turco ha cominciato a cambiare di fatto nel 2014, quando Erdoğan, dopo avere raggiunto il limite di mandati da primo ministro, è stato eletto presidente. Da allora, mossa dopo mossa, Erdoğan ha usato la sua grande popolarità per rafforzare i suoi poteri: uno dei momenti più importanti di questo processo è stato l’allontanamento nel maggio 2016 dell’ex primo ministro turco Ahmet Davutoğlu, con cui da tempo Erdoğan aveva diversi contrasti.

Davutoğlu era la persona più moderata del governo turco, quella che parlava con i leader europei, che si opponeva alle incarcerazioni preventive di giornalisti e accademici oppositori del governo e spingeva per dialogare con i ribelli curdi del sud-est della Turchia. Dopo Davutoğlu non c’è più stato un capo del governo in grado di fare da contrappeso a Erdoğan. Il voto di domenica ha consolidato la posizione del presidente e gli ha dato ulteriori poteri: grazie alla riforma d’ora in avanti Erdoğan sarà titolare del potere esecutivo (mentre la figura del primo ministro sarà abolita), potrà ricoprire incarichi all’interno del suo partito e potrà esercitare maggiore influenza su uno degli organi di giustizia più importanti del paese. Le modifiche più importanti decise dalla riforma approvata domenica sono state così sintetizzate in un’infografica dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI).


Di per sé queste modifiche non significano la trasformazione di un sistema democratico in uno autoritario: sia gli Stati Uniti che la Francia hanno sistemi presidenziali e allo stesso tempo sono democrazie, per esempio. Ma nel caso della Turchia le cose sono diverse. L’insofferenza di Erdoğan per qualsiasi forma di opposizione aveva già ridotto moltissimo la libertà di stampa: negli ultimi mesi – e in particolare dopo il tentato colpo di stato di luglio, poi sventato dalle forze militari fedeli al governo – in Turchia sono stati arrestati più di 100 giornalisti, spesso sulla base di minuzie, e sono stati chiusi o trasformati radicalmente diversi quotidiani e televisioni prima critici con il governo, come Zaman.

Anche la vita degli avversari politici di Erdoğan è diventata molto più complicata: per esempio nel novembre scorso era stato fermato e poi rilasciato il più carismatico oppositore di Erdoğan, il leader curdo Selahattin Demirtaş. Martedì il principale partito di opposizione turco, il Partito popolare repubblicano (CHP), di orientamento laico e vicino alle idee del fondatore dello stato turco Mustafa Kemal, ha annunciato di voler presentare richiesta di annullamento del voto alla Commissione elettorale a causa di presunti brogli. Nel frattempo Erdoğan ha già detto che ignorerà le denunce di irregolarità elettorali fatte dall’OSCE: «Continueremo per la nostra strada. Non c’è un solo paese europeo che tiene delle elezioni così democratiche», ha detto.

Cosa cambierà ora
Una delle conseguenze più annunciate e discusse riguarda il futuro della Turchia nell’Unione Europea, per la verità già traballante da tempo. In passato Erdoğan aveva mostrato di essere poco incline a fare compromessi con l’Unione Europea e dopo il tentato colpo di stato del luglio scorso il governo turco aveva anche annunciato la possibile reintroduzione della pena di morte, una misura incompatibile con i trattati europei. Guy Verhofstadt, uno dei più influenti politici liberali nella UE ed ex primo ministro del Belgio, ha detto che l’unica conclusione logica del referendum di domenica è l’interruzione dei negoziati per l’entrata della Turchia nella UE e il ripensamento delle relazioni con il governo turco. Durante la campagna elettorale per il referendum, Erdoğan si era inoltre scontrato apertamente con alcuni governi europei in merito all’organizzazione di manifestazioni filo-governative che avrebbero dovuto convincere i turchi residenti in Europa a votare a suo favore. Diversi analisti avevano scritto che il vero obiettivo di Erdoğan era l’ottenimento dei consensi dei nazionalisti turchi, contrari alla UE, la cui base politica si era in precedenza allontanata dalle posizioni del presidente. In pratica Erdoğan aveva mostrato di poter sacrificare senza troppe reticenze il suo rapporto con l’Unione Europea per questioni di opportunità politica interna.

Non sono in pericolo solo i negoziati per l’entrata della Turchia nella UE. Potrebbe essere rimesso in discussione anche l’accordo sui migranti tra governo turco e UE entrato in vigore nel marzo 2016, che prevede che la Turchia riceva dei soldi per bloccare il flusso dei migranti diretti in Europa. Se dovesse succedere l’UE dovrà ripensare una nuova strategia per affrontare il tema dei migranti, una questione su cui finora ha mostrato molta debolezza e divisioni interne.

I cambiamenti contenuti nella riforma costituzionale entreranno in vigore solo dopo le elezioni parlamentari e presidenziali del novembre 2019, ma qualcosa sugli effetti del referendum si potrà capire anche prima: sia perché, come detto, la trasformazione della Turchia in un sistema autoritario è in corso da tempo, sia perché due novità saranno introdotte da subito. Erdoğan potrà tornare ad avere incarichi all’interno del suo partito (il Partito per la giustizia e lo sviluppo, AKP la sigla in turco), un ruolo che aveva dovuto abbandonare nel 2014 quando si era candidato alla presidenza. Inoltre al 40esimo giorno dalla pubblicazione dei risultati ufficiali del voto di domenica cambierà anche la composizione del Consiglio dei giudici e dei pubblici ministeri, uno degli organi di giustizia più importanti in Turchia e secondo Erdoğan uno dei più vicini a Fethullah Gülen, un influente religioso che vive negli Stati Uniti ed è stato accusato dal governo turco di essere l’organizzatore del tentato colpo di stato di luglio. Il numero dei membri del Consiglio verrà ridotto ma aumenteranno in percentuale le nomine che potrà fare il presidente. Dopo essersi attribuito il potere esecutivo, Erdoğan potrebbe quindi aumentare notevolmente la sua influenza anche su quello giudiziario.

Fonte: Il Post

Incidenti a Parigi durante un comizio di Marine Le Pen

La candidata del Front National è intervenuta nel teatro Zenith mentre i manifestanti lanciavano oggetti e molotov all'esterno

Durante gli scontri è stato ferito il deputato

La candidata dell'estrema destra francese alle prossime elezioni presidenziali Marine Le Pen è stata contestata da alcuni oppositori del Front national durante un comizio nella serata del 17 aprile.

Le Pen stava tenendo un comizio nel teatro Zenith, a nord di Parigi, quando si sono verificati blitz e incidenti all'esterno. Uno dei più stretti collaboratori della leader del Front National, Gilberto Collard è stato insultato ed è stato oggetto di lancio di molotov.

Marine Le Pen non ha, però, interrotto il suo intervento e alla platea ha ribadito la portata di cambiamento delle prossime elezioni: “Questa elezione è un referendum pro o contro la Francia. Domenica la Francia rinasce o affonda”, ha detto.

Fonte: The Post Internazionale

La premier britannica May annuncia elezioni anticipate

L'annuncio è arrivato in una dichiarazione alla stampa davanti Downing Street. La data prevista per le elezioni è l'8 giugno

La premier aveva precedentemente smentito l'ipotesi di elezioni anticipate. Credits: Reuters

La premier britannica Theresa May ha annunciato la sua intenzione di ricorrere a elezioni anticipate nel Regno Unito per il prossimo 8 giugno. L'annuncio è stato dato in una dichiarazione alla stampa davanti Downing Street.

La prima ministra ha comunicato che il 19 aprile farà formale richiesta al parlamento per procedere alla consultazione elettorale. La scelta è motivata dalla necessità di stabilità e unità nel paese.

“È con riluttanza che ho deciso che il paese ha bisogno di queste elezioni, ma è con profonda convinzione che dico che è necessario per assicurare la leadership forte e stabile per attraversare il processo della Brexit”, ha detto davanti al suo ufficio londinese.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 17 aprile 2017

È morto Gianni Boncompagni

È stato uno dei più famosi autori e conduttori radiotelevisivi italiani, aveva 84 anni

(Marco Lanni / FARABOLAFOTO)

Gianni Boncompagni, famoso conduttore e autore di radio e televisione, è morto oggi a Roma: aveva 84 anni. Boncompagni era famoso soprattutto per aver lavorato a programmi radio storici insieme a Renzo Arbore – Bandiera Gialla e Alto gradimento – e per la sua collaborazione con Raffaella Carrà, di cui è stato anche il compagno. Fra gli anni Ottanta e Novanta Boncompagni curò due dei programmi televisivi più di successo di quegli anni: Domenica In, che va in onda su Rai Uno ancora oggi, e Non è la RAI, uno dei più famosi programmi di sempre delle reti Mediaset. Le sue ultime apparizioni fisse sono del 2011, quando fu uno dei giurati del talent show Lasciami cantare! di Rai Uno.



Boncompagni nacque ad Arezzo nel 1932, e a diciotto anni si trasferì in Svezia con un amico. Ci rimase per otto anni, trovando lavoro alla radio svedese. Tornò in Italia negli anni Sessanta, e vinse il concorso per entrare nella RAI: qui si occupò della programmazione di musica leggera e conobbe Renzo Arbore, con il quale diede inizio a una lunga e fortunata collaborazione. I loro programmi Bandiera Gialla e Alto gradimento, che andarono in onda tra gli anni Sessanta e Settanta su Radio 2, ebbero un grande successo soprattutto tra i giovani, perché trasmettevano le più recenti e famose canzoni rock e pop italiane e straniere. Alto gradimento, più che le canzoni, ebbe successo per gli intermezzi comici, spesso nonsense, interpretati da alcuni collaboratori fissi, come i comici Mario Marenco e i fratelli Giorgio e Franco Bracardi.

Alla fine degli anni Settanta, Boncompagni iniziò a lavorare in televisione: il suo primo programma fu Discoring, che andò in onda poi fino alla fine degli anni Ottanta (con altri presentatori) su Rai Uno. Come per Bandiera Gialla, Discoring ebbe successo tra le nuove generazioni per la scelta musicale. Negli anni Ottanta Boncompagni lavorò come autore per molte altre trasmissioni, come Domenica In, Pronto, Raffaella? (con Raffaella Carrà), Sotto le stelle e Che Patatrac. All’inizio degli anni Novanta Boncompagni passò a Mediaset, dove fece l’autore di Primadonna e soprattutto di Non è la Rai, una delle trasmissioni italiane più famose e discusse di sempre, condotta da Ambra Angiolini.



Boncompagni tornò poi alla Rai nel 1996, e scrisse per i programmi Macao, Crociera e Chiambretti c’è. Nel 2006 realizzò il programma Bombay su La7, che riprendeva molti temi delle sue trasmissioni storiche, come gli intermezzi comici nonsense. Oltre alla televisione e alla radio, Boncompagni scrisse canzoni, soprattutto per Raffaella Carrà, con la quale ebbe anche una lunga relazione. Negli ultimi anni aveva anche tenuto delle rubriche sul Foglio, sul Messaggero e sul Fatto Quotidiano.



Fonte: Il Post

Sale a 112 il numero delle vittime dell'attentato contro il convoglio di sfollati siriani

Quattro città sotto assedio erano state evacuate e i loro residenti portati verso Aleppo, dove un'autobomba ha colpito i bus su cui erano a bordo i profughi

L'esplosione sarebbe avvenuta con un'autobomba a Rashideen, un quartiere controllato dai ribelli nella zona ovest della città di Aleppo. Credit: Reuters

Sale il bilancio delle vittime dell'attentato terroristico avvenuto il 15 aprile contro un convoglio di autobus che stava portando centinaia di profughi evacuati, in gran parte civili, nella città siriana di Aleppo. I morti sarebbero almeno 112, secondo quanto reso noto dall'Osservatorio siriano per i diritti umani. Secondo quanto riporta Afp, 68 bambini sono morti nell'attentato.

Molti feriti sono in gravi condizioni e si teme che il bilancio possa aumentare.

I soccorritori, nella serata del 15 aprile, avevano fatto sapere di aver trovato almeno 100 cadaveri nel luogo dell'esplosione che ha colpito gli autobus con a bordo i residenti sciiti in fuga da quattro città assediate ed evacuate.

Dalle prime ricostruzioni riportate il 15 aprile, l'esplosione sarebbe avvenuta con un'autobomba a Rashideen, un quartiere controllato dai ribelli nella zona ovest della città di Aleppo. A bordo dei bus c'erano sfollati della città di Fuah e Kefraya, secondo quanto riferito dall'Osservatorio siriano per i diritti umani. A provocare l'esplosione sarebbe stato un attentatore suicida.

Fonte: The Post Internazionale

La Corea del Nord ha fallito un nuovo test missilistico

Sarebbe stato lanciato un solo missile. “No comment” del presidente statunitense Donald Trump


La Corea del Nord ha tentato di effettuare un test missilistico, ma il tentativo è fallito. La notizia è stata riportata, durante la notte italiana del 16 aprile, dall'emittente Cnn, citando fonti della Corea del Sud.

Le fonti militari sudcoreane non hanno precisato di quale tipo di missile si sia trattato. Il tentativo è stato effettuato il giorno la grande parate militare in onore del 105esimo anniversario della nascita del “presidente eterno” Kim Il-sung, nonno dell'attuale leader Kim Jong-un.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato immediatamente informato del fallito test eseguito dalla Corea del Nord, secondo quanto riferito da fonti della Casa Bianca. Il capo del Pentagono, James Mattis, ha fatto sapere attraverso una nota che Trump non si è voluto esprimere su quanto successo, chiudendosi in un “no comment”.

“Il presidente e la sua squadra militare sono al corrente dell'ultimo tentativo fallito di lancio missilistico della Corea del Nord. Il presidente non ha alcun ulteriore commento”, recita la nota, che sembra sottolineare la scelta della Casa Bianca di rispondere senza clamore.

Il tentativo fallito sarebbe stato intercettato anche dai militari statunitensi, secondo quanto riportano alcune fonti interne. Il lancio è stato effettuato nei pressi di Sinpo, in Corea del Nord, alle 17:21 ora di Washington, ma non è ancora chiaro se da terra o da mare. L'area interessata è comunque la stessa individuata per recenti tentativi falliti di lanci. I militari statunitensi hanno stabilito che è stato usato un unico missile, che è esploso immediatamente.

“Non serve investire alcuna risorsa” contro il tentativo di lancio missilistico nordcoreano, secondo un alto funzionario di politica Esteri di Washington. “Non siamo rimasti sorpresi, lo avevamo anticipato”, ha detto ai cronisti l'uomo che viaggia con il vicepresidente Usa Mike Pence verso l'Asia.

Pence è arrivato nella mattinata del 16 aprile a Seul, in Corea del Sud. Il vicepresidente, che ha appena dato il via al suo tour di dieci giorni in Asia, era stato informato del lancio del missile durante il viaggio.

Il lancio missilistico fallito da Pyongyang è stato confermato anche dal governo giapponese. Secondo le segnalazioni del ministero della Difesa la sicurezza sul territorio giapponese non è stata messa a rischio.

Fonte: The Post Internazionale

Erdogan vince il referendum in Turchia, sì al 51 per cento

La maggioranza degli elettori turchi si è pronunciata a favore della riforma costituzionale che trasformerà il paese da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale

Il presidente Erdogan ha chiesto alle potenze straniere di rispettare il risultato delle urne. Credits: Reuters

Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha vinto il referendum del 16 aprile in Turchia. Il sì alla riforma che trasforma la Turchia da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale ha ottenuto il 51,41 per cento delle preferenze quando lo spoglio ha raggiunto quasi il 100 per cento dei seggi.

Le attese del governo di Ankara erano superiori al risultato ottenuto che permetterà comunque a Erdogan di andare avanti nel suo progetto di aumento dei poteri del presidente. In termini assoluti, uno scarto di 1,3 milioni di voti ha permesso al sì di avere la meglio.


Le tre principali città del paese - Istanbul, Ankara e Smirne - hanno votato contro il cambiamento costituzionale. Contrari anche gli elettori curdi e molti abitanti delle città costiere dove il supporto al partito di governo è in declino.

L'affluenza alle urne è stata molto significativa: l'85 per cento degli aventi diritto si è recato alle urne mentre all'estero si è raggiunto il risultato record del 45 per cento di votanti.

Nel suo discorso per commentare la vittoria, il presidente turco ha ribadito la necessità che i paesi stranieri rispettino il risultato del referendum e ha detto: “Abbiamo molto da fare, ma è tempo di cambiare le gomme e andare più veloce. Stiamo portando avanti la più importante riforma nella storia della nostra nazione”.

Il voto è stato accompagnato da dure proteste di brogli da parte dell'opposizione in Turchia. Il comitato elettorale turco ha preso la decisione molto discussa di considerare validi i voti espressi sulle schede non validate.

La principale forza di opposizione in Turchia, il partito repubblicano del popolo (Chp), ha annunciato che farà ricorso contro il 37 per cento dei voti. Dello stesso avviso anche il partito curdo che ha dimostrato dubbi su circa un terzo delle schede.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 16 aprile 2017

Buona Pasqua


Auguro a tutti i lettori, assidui o frequentatori, e a tutti i blog amici di trascorrere una serena e felice Pasqua

Andrea De Luca

sabato 15 aprile 2017

Un terremoto di magnitudo 6.1 ha colpito il nord del Cile

L'epicentro si troverebbe a 144 chilometri dalla città di Calama


Un terremoto di magnitudo 6.1 ha colpito il nord del Cile. L'epicentro si troverebbe circa 144 chilometri a sudest della città di Calama, nel deserto di Atacama. A riferirlo è stato lo United States Geologica Survey. Si attendono al momento ulteriori aggiornamenti a riguardo.

Fonte: The Post Internazionale

Cosa sta succedendo tra Stati Uniti e Corea del Nord

Tra i due paesi la situazione sembra farsi sempre più tesa

La portaerei Carl Vinson, inviata dagli Stati Uniti al largo della penisola coreana

Il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha detto, nel marzo del 2017, che gli Stati Uniti sono pronti a svolgere un "preemptive attack" (un attacco preventivo in presenza di una concreta minaccia) qualora la Corea del Nord non mostrasse la volontà di porre fine al suo programma militare. A queste affermazioni, è seguita la decisione del presidente Donald Trump di inviare la portaerei Carl Vinson con il suo gruppo di battaglia al largo delle coste nordcoreane.

Negli stessi giorni, i media hanno parlato della possibilità di un nuovo test nucleare da parte di Pyongyang, al quale, secondo la NBC, gli Stati Uniti sarebbero pronti a rispondere con il preemptive attack di cui ha parlato Tillerson, che sarebbe - sempre secondo l'emittente statunitense - già stato messo a punto.

A queste azioni, il 15 aprile il governo nordcoreano, nel giorno della festa per i 105 anni dalla nascita del fondatore del paese Kim-Il-sung, ha dichiarato di essere pronto a rispondere a un attacco nucleare con un attacco nucleare.

Non sappiamo se quello cui stiamo assistendo sia solo uno scontro diplomatico portato avanti con il deterrente di un possibile conflitto armato o se siamo veramente di fronte ai preparativi di una guerra tra due paesi che dispongono nel proprio arsenale di armi nucleari, ciò che è certo è che da anni tra i due paesi non si assisteva a una simile tensione.

A rendere ancora più complicata la situazione ci sono due elementi: l'alone di mistero e di segretezza su ciò che avviene in Corea del Nord e la totale imprevedibilità che finora ha mostrato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump nella sua politica estera. Due elementi che rendono ancora più difficile capire cosa stia succedendo nella penisola coreana.

TRUMP FA SUL SERIO?

La prima questione è quella legata agli Stati Uniti. Donald Trump ha chiaramente deciso di cambiare approccio da parte degli Stati Uniti verso la Corea del Nord. Washington nelle scorse amministrazioni si è sempre limitata ad azioni quali sanzioni o dichiarazioni pubbliche, oltre a mantenere fin dalla guerra di Corea conclusasi nel 1953 un importante contingente militare presente in Corea del Sud che ha contribuito a funzionare come deterrente per un conflitto nella penisola.

Una strategia sostanzialmente più attendista che altro, prima in parte dettata dal fatto che la Corea del Nord era apertamente difesa dalla Cina, paese che col tempo, di fronte ai nuovi test nucleari di Pyongyang si è mostrata maggiormente insofferente verso il proprio vicino. Un fatto che ha portato gli Stati Uniti ad una forma di attendismo diversa, forse nella speranza che le pressioni cinesi facessero cambiare atteggiamento ai nordcoreani.

Tuttavia, visto che la Corea del Nord non ha cessato i propri test nucleari, Trump ha voluto cambiare la strada da seguire nei rapporti con Pyongyang. E l'invio di una portaerei, oltre a un'aperta minaccia di un attacco, non sono tutto.

Ci sono due episodi che hanno visto protagonisti gli Stati Uniti e che, secondo alcuni analisti, sarebbero dei messaggi indiretti alla Corea del Nord.

Il primo di questi è stato il bombardamento contro una base del regime siriano di Assad in seguito all'accusa verso quest'ultimo di aver usato armi chimiche contro i ribelli. Il secondo, invece, l'uso della MOAB, il più potente ordigno non atomico esistente, contro una base dell'Isis in Afghanistan.

Diversi analisti hanno infatti visto nel primo gesto un messaggio alla Corea del Nord relativo al fatto che gli Stati Uniti non hanno intenzione di tollerare alcun utilizzo di armi, chimiche o nucleari, non autorizzato. E neanche il regime di Assad, fino a quel momento mai toccato direttamente dagli attacchi statunitensi, avrebbe fatto eccezione.

Il secondo, sarebbe un altro messaggio. Ovvero che gli Stati Uniti dispongono di armi non atomiche in grado di colpire in maniera particolarmente dura ed efficace.

Ma la domanda è: se davvero questi gesti sono stati dei messaggi alla Corea del Nord, uniti all'invio della portaerei Vinson, c'è la reale volontà di Donald Trump a muovere guerra a Pyongyang o si tratta solo di una strategia volta a mettere i nordcoreani sulla difensiva e, magari, evitare di svolgere test nucleari, magari dietro la pressione del vicino cinese preoccupato da una possibile escalation nella regione?

L'INCOGNITA NORDCOREANA

La Corea del Nord è uno stato che ha fatto dell'alone di mistero che la avvolge una delle sue forze. Questo paese dispone sulla carta della più numerosa forza militare del paese, pari a oltre sette milioni di persone tra militari attivi, riservisti e forze paramilitari. Oltre a questo, dispone di armi nucleari, sulla carta capaci di percorrere migliaia di chilometri.

Se sulla potenza numerica dell'esercito i media occidentali non hanno mai messo in dubbio alcunché, diversa è la questione relativa all'atomica nordcoreana. I media occidentali hanno dichiarato che molti dei test balistici dei missili non sarebbero andati a buon fine e che in realtà Pyongyang non sarebbe in grado di lanciare per un raggio particolarmente lungo queste armi.

Il fatto è che se l'occidente non sa, non può davvero conoscere fino in fondo di quante testate nucleari e rampe di lancio disponga la Corea del Nord e dove le tenga nascoste.

In altri termini, non è detto che gli Stati Uniti siano in grado di eliminare con un "preemptive attack" l'intero arsenale nucleare nordcoreano il quale, anche non fosse in grado di lanciare missili intercontinentali, potrebbe avere tutti gli strumenti per colpire il vicino sudcoreano e le truppe statunitensi presenti lì. In altri termini, gli Stati Uniti, anche dovessero lanciare un attacco molto preciso, non avranno mai la certezza di poter evitare un attacco atomico di Pyongyang.

I VICINI

In tutto ciò Cina e Russia, i due paesi che oltre alla Corea del Sud confinano con la Corea del Nord, hanno definito la situazione in corso come potenzialmente molto pericolosa. Qualsiasi processo pacifico nella regione dovrebbe passare, oltre che da Washington, anche da loro. Forse è proprio a loro che si sta dirigendo un possibile messaggio lanciato da Donald Trump, in particolare modo a Pechino, che è sempre stato il governo che più ha difeso Pyongyang.

Altro elemento importante è l'altro vicino, appunto la Corea del Sud, formalmente in uno stato di armistizio con Pyongyang dal 1953, quindi sostanzialmente non una vera pace ma un'interruzione della guerra di Corea di quegli anni e che, in caso di attacco statunitense, difficilmente potrebbe rimanere tale.

Fonte: The Post Internazionale