sabato 21 ottobre 2017

Egitto, almeno 50 poliziotti sono morti in uno scontro a fuoco con i terroristi di Hasm

Un convoglio delle forze di polizia è caduto in un'imboscata tesa nella parte occidentale del paese, vicino all’oasi di Bahariya. Secondo fonti del ministero dell’Interno egiziano sono deceduti 52 poliziotti

AFP PHOTO / KHALED DESOUKI

Oltre 50 poliziotti sono morti in Egitto durante uno scontro a fuoco con gruppi terroristici armati. Un convoglio delle forze di polizia è caduto in un’imboscata tesa dai terroristi di Hasm nella parte occidentale del paese, vicino all’oasi di Bahariya, nota come il deserto bianco.

Secondo fonti del ministero dell’Interno egiziano citate da Al Jazeera, sono deceduti 52 poliziotti e altri 32 sono rimasti feriti. Lo scontro a fuoco è avvenuto con i terroristi del gruppo Hasm nella nel governatorato di Giza.

La stessa fonte rivela che la maggior parte delle vittime sarebbero ufficiali.

La sparatoria si è scatenata quando le forze di sicurezza hanno cercato di scovare i terroristi in un loro nascondiglio. Ma secondo alcune fonti locali, sembrerebbe che i terroristi fossero stati informati sui movimenti degli agenti ed abbiano preparato con cura l’imboscata.

I mezzi delle forze di polizia si trovavano in un punto dove la strada è circondata da piccole alture e questo – secondo alcune ricostruzioni – avrebbe favorito il tiro.

A rivendicare l’attacco è stato il gruppo di terroristi islamici Hasm. In un comunicato diffuso su internet – e in contrasto con i dati diffuso dal ministero dell’Interno egiziano – la formazione considerata dal governo vicina alla Fratellanza musulmana ha dichiarato che il numero degli ufficiali morti è 56 e altri 32 sono rimasti feriti.

Hasm sostiene che “i mujahedin sono rientrati alle loro basi indenni e senza alcuna perdita”. “Nell’attacco è stato usato ogni tipo di arma”, si legge nel comunicato. Probabile che abbiano impiegato mitragliatrici leggere, lanciarazzi RPG e persino mortai.

Dopo la deposizione del presidente Mohamed Morsi, sostenuto dai Fratelli musulmani, in Egitto sono nati molti piccoli gruppi terroristi di matrice islamica, che hanno compiuto decine di attentati contro militari ed agenti di polizia.

Fonte: The Post Internazionale

Spagna, il governo applica l’articolo 155 e commissaria la Catalogna

"Tornare alla legalità, recuperare la normalità e la convivenza, continuare con la ripresa economica e andare a nuove elezioni in Catalogna", sono gli obiettivi dell'art.155 illustrati da Rajoy

Credit: AFP PHOTO / POOL / Juan Carlos Hidalgo

Il governo spagnolo si è riunito per due ore in un Consiglio dei ministri straordinario convocato dal premier Mariano Rajoy.

Alla presenza di tutti i ministri del suo governo, Mariano Rajoy ha annunciato la decisione di applicare, per la prima volta nella storia della Spagna, l’articolo 155 della costituzione.

Le decisioni del Consiglio dei ministri sono state annunciate dallo stesso Rajoy in una conferenza stampa. “Non era nostro desiderio ma nessun governo può accettare che la legge venga violata”, ha detto il premier.

“Questo è stato un processo totalmente unilaterale e contrario alla legge per imporre al governo spagnolo di accettare il referendum sull’indipendenza” ha spiegato Rajoy. “Per tutti questi motivi il governo ha dovuto applicare l’articolo 155 della Costituzione, non era il nostro desiderio e non era la nostra volontà. Non era mai successo”.

“Tornare alla legalità, recuperare la normalità e la convivenza, continuare con la ripresa economica e andare a nuove elezioni in Catalogna”, sono gli obiettivi dell’art.155 illustrati da Rajoy.

La prima misura di applicazione dell’articolo riguarda il raggiungimento delle elezioni in Catalogna. “Il presidente del governo potrà sciogliere il Parlamento e convocare le elezioni”. Per questo il governo spagnolo ha deciso di sospendere il presidente della Generalitat, il vicepresidente e tutti i consiglieri.

Queste le misure che saranno chieste al Senato:
  • Lo scioglimento del Parlamento catalano che agirà soltanto per il disbrigo delle pratiche ordinarie fino a nuove elezioni;
  • La rimozione del President Carles Puigdemont, del suo vice e dei suoi consiglieri.
Per il governo spagnolo, il presidente Puigdemont, si è reso responsabile di una “disobbedienza ribelle, sistematica e consapevole” degli obblighi previsti dalla legge e dalla Costituzione e ha “gravemente attentato” all’interesse generale dello stato.

Lo affermano le motivazioni della richiesta di attivazione dell’articolo 155 all’esame della riunione straordinaria del Consiglio dei ministri a Madrid.

“Le misure annunciate sono un colpo di stato contro il popolo catalano”, questa la reazione del partito del presidente catalano Puigdemont.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 20 ottobre 2017

Ogni settimana 12mila bambini rohingya fuggono dalla Birmania, secondo l’Unicef

Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire a sostegno dei minori rohingya perseguitati in Birmania

Una famiglia rohingya nella terra di nessuno al confine tra la Birmania e il Bangladesh. Credit: Afp 

L’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, ha lanciato l’allarme sulla situazione dei minori appartenenti alla minoranza musulmana rohingya presente al confine tra Bangladesh e Birmania. Secondo l’Onu infatti, sono almeno 12mila ogni settimana i bambini costretti a fuggire dalle violenze dell’esercito e dei nazionalisti birmani.

L’Unicef sostiene inoltre come siano almeno 320mila i bambini rohingya a essersi rifugiati in Bangladesh dalla Birmania dalla fine di agosto. Soltanto negli ultimi giorni sono 10mila i minori che hanno attraversato la frontiera tra i due paesi asiatici.

Questi bambini sono a rischio di contrarre malattie e di subire abusi di ogni tipo. “Molti piccoli rifugiati rohingya hanno assistito ad atrocità in Birmania che nessun bambino dovrebbe vedere”, ha detto Anthony Lake, direttore esecutivo dell’Unicef.

L’Unicef ha sottolineato la situazione disperata in cui si trovano i minori oggetto di questa vera e propria crisi umanitaria. “Questi bambini hanno urgente bisogno di cibo, acqua potabile, igiene e vaccinazioni per essere protetti dalle malattie che prosperano in situazioni di emergenza”, ha aggiunto Lake.

“Hanno bisogno di aiuto per superare tutto ciò che hanno sopportato, hanno bisogno di istruzione e di speranza”.

Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, i bambini ospitati nei campi profughi in Bangladesh presentano segni di malnutrizione acuta.

In questi campi mancano i servizi essenziali per le partorienti e i neonati. “Questa crisi sta rubando ai bambini l’infanzia, ma non dobbiamo lasciare che gli rubi anche il futuro”.

Fonte: The Post Internazionale

Theresa May ha chiesto di velocizzare i negoziati per la Brexit

Alla prima giornata del Consiglio europeo, la prima ministra britannica ha chiesto ai propri colleghi di aprire la seconda fase dei negoziati per l'uscita del Regno Unito dall'Unione

Credit: Afp

A Bruxelles, durante la cena dei capi di stato e di governo europei a Bruxelles, la prima ministra britannica Theresa May ha invitato i leader presenti a superare lo stallo nei negoziati per la Brexit. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha però risposto che le trattative sono “un processo graduale” e che ci vorrà più di qualche settimana perché si concludano.

La premier May aveva chiesto al Consiglio europeo di aprire immediatamente la seconda fase dei negoziati, quella che prevede la discussione sulle relazioni future tra l’Unione e il Regno Unito.

Alla prima ministra britannica ha risposto la cancelliera tedesca Merkel, ribadendo come le trattative su questo punto non possano ancora essere aperte, nonostante i “progressi” fatti.

“Ci sono stati segnali molto chiari da parte britannica, ma non sufficienti per iniziare la seconda fase”, ha detto Merkel, sottolineando come il secondo capitolo delle trattative sarà “tanto complicato quanto il primo”.

La cancelliera ha poi riconosciuto al governo di Londra di aver fatto un passo avanti, in particolare sulla questione dei diritti dei cittadini europei che risiedono nel Regno Unito, ma ha notato come sulle regole finanziarie la prima ministra May non abbia offerto alcuna nuova soluzione.

Proprio nella prima giornata del vertice di Bruxelles, con una lettera aperta, la premier britannica si era infatti rivolta ai cittadini europei residenti nel Regno Unito per assicurare loro che potranno restare nel paese anche in seguito alla Brexit.

Un’altra questione spinosa sul tavolo dei negoziati riguarda la situazione irlandese, senza un accordo infatti esiste il rischio di un ritorno dei controlli di confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord.

Anche su questo tema è intervenuta la cancelliera Merkel, sostenendo come la priorità dell’Unione sia quella di scongiurare il riaccendersi degli scontri tra le diverse fazioni a Belfast.

“L’accordo del Venerdì santo deve essere salvaguardato”, ha concluso Merkel, citando il trattato di pace firmato a Belfast il 10 aprile 1998 tra il governo del Regno Unito e quello della Repubblica d’Irlanda.

L’accordo trovò l’approvazione della popolazione della regione britannica e di quella irlandese, come quello dalla maggior parte dei partiti politici dell’Irlanda del Nord, con la sola eccezione del partito Unionista Democratico (DUP), attuale alleato al parlamento britannico del partito conservatore di Theresa May.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 19 ottobre 2017

Un’autobomba in Afghanistan ha ucciso almeno 43 soldati


Il 19 ottobre in Afghanistan i talebani hanno attaccato una base militare, nella provincia meridionale di Kandahar, uccidendo almeno 43 soldati.

Secondo il ministro della Difesa erano presenti 60 soldati nel luogo in cui è avvenuto l’attentato.

Come riporta Reuters, 43 soldati sono stati uccisi e altri 9 sono rimasti feriti.

Qari Yousuf Ahmadi, portavoce locale del gruppo militante, ha dichiarato che si è trattato di un attacco suicida con un autobomba.

Secondo Qari Yousuf Ahmadi, durante l’attentato sono stati uccisi almeno 60 soldati talebani e molti altri sono rimasti feriti.

I talebani da 15 anni stanno tentando di rovesciare il governo di Kabul per stabilire nel paese un regime fondamentalista islamico.

Fonte: The Post Internazionale

La Spagna attiverà la sospensione dell’autonomia catalana sabato

Dopo la risposta del presidente catalano Puigdemont, il governo spagnolo ha annunciato che il 21 ottobre inizierà il procedimento per l'applicazione dell'articolo 155 della Costituzione spagnola 

Credit: Cesar Manso

Il governo spagnolo ha annunciato che convocherà un Consiglio dei ministri straordinario sabato 21 ottobre per attivare l’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sospenderà l’autonomia catalana. Per applicare la norma è necessaria l’approvazione del Senato spagnolo.

Alle 10 di giovedì 19 ottobre è scaduto il secondo ultimatum di Madrid per il presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont, chiamato a fornire una risposta che chiarisca se lo scorso 10 ottobre ha effettuato la proclamazione dell’indipendenza.

Il presidente Puigdemont ha comunicato che il parlamento catalano avrebbe dichiarato l’indipendenza – annullando quindi la sospensione annunciata il 10 ottobre – se il governo di Madrid avesse “continuato la repressione”, attivando la procedura dell’articolo 155.

La decisione è stata votata ieri sera dal partito di Puigdemont, il PDeCat. Il premier spagnolo Rajoy ha risposto a questa eventualità, definendo questa scelta un “ricatto inaccettabile”.

Nel pomeriggio del 19 ottobre, Rajoy volerà a Bruxelles per partecipare al Consiglio europeo.

Sabato 21 ottobre è stata convocata una nuova protesta degli indipendentisti, dopo quella dello scorso 17 ottobre, per chiedere il rilascio dei due leader indipendentisti arrestati con l’accusa di sedizione, Jordi Sánchez e Jordi Cuixart.

Lo scorso primo ottobre, in un referendum dichiarato illegale dalla Corte costituzionale spagnola, i catalani si sono espressi in favore dell’indipendenza da Madrid.

Il 10 ottobre, il presidente catalano Carles Puigdemont, in un discorso di fronte al parlamento regionale, ha di fatto dato il via all’iter per l’indipendenza della regione autonoma dalla Spagna.

I popolari di Rajoy hanno sancito un accordo politico con i socialisti che, a fronte del sostegno all’articolo 155, hanno chiesto che venga riformata la costituzione nella parte in cui disciplina le autonomie regionali, e che si vada alle elezioni in Catalogna.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 18 ottobre 2017

Cosa c’è da sapere sul referendum per l’autonomia in Lombardia e Veneto

Quando si vota? Cosa dice il quesito referendario? Se vince il sì cosa succede? Una serie di domande e risposte sul referendum regionale del 22 ottobre 2017

Bandiere del Veneto durante una manifestazione a Venezia

Il 22 ottobre i cittadini di Lombardia e Veneto saranno chiamati a votare per due distinti referendum regionali in cui si chiede maggiore autonomia per le rispettive regioni.

Si tratta di un referendum senza precedenti in Italia, e per questa ragione è necessario cercare di vederci più chiaro possibile.

COSA CHIEDE IL REFERENDUM

I due referendum gemelli di Lombardia e Veneto hanno un quesito estremamente simile nella forma e identico nella sostanza: si chiede ai cittadini se vogliono o meno che lo stato attribuisca ulteriori poteri alla loro regione di appartenenza.

Il quesito può apparentemente sembrare vago, ma si colloca in realtà nell’ambito dell’articolo 116 della Costituzione italiana, in cui si dice che particolari poteri possono essere attribuiti alle regioni italiane dallo stato (principalmente in materia di giustizia di pace, istruzione, beni culturali e ambiente) su richiesta di queste.

Il referendum chiede dunque di fatto che questo iter possa essere intrapreso.

I due referendum sono stati annunciati tra l’aprile e il maggio del 2017 dai governatori – entrambi appartenenti alla Lega Nord – di Lombardia e Veneto, Roberto Maroni e Luca Zaia.

COSA SUCCEDE SE VINCE IL SÌ

Il referendum è consultivo, e come tale in caso di vittoria del sì non ci sarà alcun effetto immediato, come succede invece nei referendum abrogativi e costituzionali.

Gli ultimi due referendum di carattere nazionale che hanno avuto luogo in Italia sono stati quello abrogativo sulle trivelle e quello costituzionale del 4 dicembre 2016: il primo non ha avuto effetto per il mancato quorum, il secondo invece ha visto la vittoria del no. Qualora però i referendum avessero visto una vittoria del sì, le modifiche proposte sarebbero immediatamente entrate in vigore.

Nel caso dei referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto, come abbiamo detto, non ci sarà alcune modifica automatica delle leggi.

I referendum consultivi, come dice il nome, servono principalmente a sentire il parere della popolazione su un determinato argomento, che in questo caso è la maggiore autonomia per le regioni. Se dunque nell’immediato non ci sarebbero cambiamenti nell’ordinamento di Lombardia e Veneto, i rispettivi consigli regionali inizierebbero una trattativa con lo stato per ottenere maggiori poteri.

LOMBARDIA E VENETO DIVENTEREBBERO REGIONI A STATUTO SPECIALE? 

Rispondiamo subito a questa domanda: no. Questo perché le regioni a statuto speciale (Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta) sono stabilite dalla Costituzione, e concedere questa forma di autonomia ad altre implica cambiare la nostra Carta.

Come sappiamo, i cambiamenti costituzionali avvengono con un iter complesso, che può avvenire o con il passaggio parlamentare attraverso una maggioranza qualificata di due terzi o, qualora il parlamento ne approvasse le modifiche a maggioranza semplice.

Per potere diventare realtà il cambiamento dovrebbe essere confermato attraverso un referendum costituzionale senza quorum.

Tuttavia, la vittoria del sì in Lombardia e Veneto potrebbe dare inizio a un dibattito sulle regioni a statuto speciale. Come queste due regioni hanno chiesto maggiore autonomia, potrebbero farlo anche altre. L’Emilia-Romagna, guidata dal governatore del PD Stefano Bonaccini, ha iniziato un iter simile in consiglio regionale, preferendo evitare il referendum ritenuto un costoso strumento di propaganda.

Ma una richiesta di maggiore autonomia da parte di diverse regioni potrebbe portare, sul medio periodo, a una revisione costituzionale degli ordinamenti regionali. Trattandosi di una modifica costituzionale, tuttavia, essa avrebbe un iter non rapidissimo.

CI SARÀ IL QUORUM? COME SI VOTA?

Il voto in Lombardia e Veneto si svolgerà il 22 ottobre. Gli aventi diritto di queste due regioni potranno recarsi alle urne dalle ore 7 del mattino fino alle 23. In Lombardia non sarà richiesto alcun quorum, mentre per quanto riguarda il Veneto il referendum avrà bisogno di una partecipazione di almeno il 50 per cento più uno degli aventi diritto.

Per quanto riguarda la Lombardia, per la prima volta sarà sperimentato il voto elettronico.

HA SENSO UN PARAGONE CON LA CATALOGNA?

Lo diciamo subito e senza mezzi termini: no, non ha senso. Intanto il referendum del primo ottobre in Catalogna proponeva l’indipendenza della regione spagnola, e non semplicemente “maggiore autonomia”. Inoltre, il voto in Lombardia e Veneto arriva in un clima di piena e totale legittimità costituzionale, diversamente da quello catalano, considerato illegale dalla Corte Costituzionale spagnola.

CHI SOSTIENE I REFERENDUM 

I referendum sono stati in primo luogo promossi dalla Lega Nord e, soprattutto, dai governatori di Lombardia e Veneto Roberto Maroni e Luca Zaia. Tuttavia, il centro del dibattito non è stato tra il voto in favore del sì o del no, ma sull’opportunità o meno che questi referendum si svolgessero.

Come abbiamo detto, ad esempio, il governatore del PD dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini sta portando avanti un simile iter per l’autonomia ma ha preferito un passaggio attraverso il consiglio regionale, considerando il referendum “un costoso strumento di propaganda”.

Anche Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, aveva definito questi referendum come una forma di propaganda.

In ogni caso, quasi tutti i partiti rappresentati nei consigli regionali delle due regioni sosterranno il sì a questo voto. Sarà diviso il PD lombardo tra voto favorevole e astensione, così come sono indecisi i pisapiani mentre contrari saranno MDP, Rifondazione e il Partito Socialista.

Lombardia e Veneto non sono nuove a iniziative autonomiste e hanno una forte tradizione di forze politiche in favore dell’autonomia, non limitate alla sola Lega nord (si pensi alla Liga Union Veneta o alla Lega Lombarda di Elidio De Paoli).

Nel 2006 le due regioni sottoscrissero il referendum costituzionale di quell’anno, che tra le altre cose prevedeva maggiore autonomia per le regioni, e furono le uniche due regioni italiane in cui vinse il sì.

Fonte: The Post Internazionale

200mila persone hanno manifestato in Catalogna a sostegno dei due leader indipendentisti arrestati

Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, i presidenti delle organizzazioni civili indipendentiste Anc e Omnium, erano stati arrestati con l'accusa di sedizione. Le stime provengono dalla polizia catalana

Credit: Afp

A Barcellona almeno 200mila persone hanno manifestato per chiedere la liberazione dei due leader indipendentisti, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, arrestati con l’accusa di “sedizione” lunedì 16 ottobre per ordine della giudice Carmen Lamela della Corte nazionale di Madrid. I due uomini presiedono altrettante organizzazioni civili indipendentiste, l’Assemblea nazionale catalana e l’associazione Omnium cultural.

Le organizzazioni civili Assemblea Nazionale Catalana e Omnium si sono rivelate cruciali per il movimento indipendentista catalano e negli anni hanno catalizzato il consenso di migliaia di persone che hanno partecipato a diverse dimostrazioni a sostegno dell’indipendenza da Madrid. Proprio queste organizzazioni hanno convocato la manifestazione tenutasi il 17 ottobre.

La folla, composta da migliaia di persone secondo la polizia del capoluogo catalano, ha gridato “Libertat”, fischiando e protestando al passaggio degli elicotteri della polizia spagnola che sorvolavano l’area per ragioni di sicurezza.

Diverse manifestazioni si sono tenute in contemporanea in altre località della Catalogna. A Barcellona erano presenti in piazza esponenti di entrambe le associazioni presiedute dai due leader arrestati, insieme ai rappresentanti del governo locale catalano.

Il presidente della Catalogna Carles Puigdemont aveva infatti definito Sanchez e Cuixart dei detenuti “politici”. Il presidente catalano Puigdemont ha definito Sánchez e Cuixart due “detenuti” politici. “La Spagna incarcera i leader della società civile della Catalogna per avere organizzato manifestazioni pacifiche”, ha scritto Puigdemont sul suo profilo ufficiale Twitter. “Purtroppo ci sono di nuovo prigionieri politici”.

Il portavoce del governo di Barcellona, Jordi Turull, ha paragonato la situazione in corso in Catalogna al periodo più buio della storia recente spagnola, la dittatura fascista che ha governato il paese dal 1939 al 1975.

“Quello che il franchismo non aveva osato fare, lo ha fatto un tribunale del Ventunesimo secolo”, ha detto Turull. “Due persone innocenti sono state private di libertà da un tribunale incompetente per reati inesistenti”.

Lunedì 16 ottobre il tribunale di Madrid aveva deciso per l’arresto di Sanchez e Cuixart, ma di lasciare in libertà, anche se limitata da alcune misure cautelari, Josep Lluis Trapero, il capo della polizia catalana, i Mossos d’Esquadra, e la sua collega, l’intendente Teresa Laplana. Questi ultimi infatti non andranno in prigione ma non potranno lasciare la Spagna fino al termine delle indagini.

La Corte Nazionale di Madrid sta indagando sul ruolo svolto da queste persone durante le manifestazioni per l’indipendenza della Catalogna tenutesi a Barcellona alla fine di settembre 2017 e durante il contestato referendum del 1 ottobre.

La polizia spagnola, in quel caso, arrestò diversi funzionari catalani e operò alcune incursioni negli uffici delle autorità locali catalane come parte della repressione voluta dal governo centrale di Madrid per impedire i preparativi del contestato referendum organizzato comunque il 1 ottobre.

L’accusa di sedizione mossa a Trapero e Laplana riguarda la presunta mancanza di intervento da parte della polizia della regione autonoma della Catalogna durante la repressione attuata dalla polizia spagnola il 1 ottobre, nell’ambito delle operazioni di voto per il contestato referendum sull’indipendenza catalana.

Il corpo di polizia guidato da Trapero è inoltre accusato di non aver obbedito agli ordini del governo centrale, che ne aveva assunto il coordinamento insieme a quello della Policia Nacional e della Guardia Civil.

In quell’occasione diverse unità delle forze dell’ordine spagnole erano intervenute di fronte ai seggi per impedire a migliaia di cittadini catalani di votare. Durante gli scontri tra la folla e gli agenti, quasi 900 persone erano rimaste ferite, tra queste almeno 33 appartenenti alle forze dell’ordine.

I Mossos d’Esquadra sono stati accusati di non aver protetto i propri colleghi della Guardia Civil e della Policia Nacional durante le proteste dei manifestanti indipendentisti il 20 settembre 2017.

In caso di condanna, Trapero rischia fino a 15 anni di reclusione. Il reato di “sedizione” è presente nel codice penale spagnolo dal 1822 e una accusa simile a quella avanzata dalla procura spagnola nei confronti del capo dei Mossos d’Esquadra non era stata mai formulata contro un membro delle forze di polizia spagnole nella storia recente del paese.

Fonte: The Post Internazionale

Un giudice delle Hawaii ha bloccato il nuovo travel ban di Trump

Secondo il magistrato federale, la norma crea una discriminazione e viola le leggi in vigore in materi di immigrazione. La Casa Bianca parla di un “errore pericoloso“

Credit: Afp

Negli Stati Uniti, il giudice federale delle Hawaii, Derrick Watson, ha bloccato il nuovo “travel ban”, l’ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump il 24 settembre che vietava l’arrivo negli Stati Uniti ai cittadini proveniente da otto diversi paesi del mondo. Il provvedimento doveva entrare in vigore nel giro di poche ore

Watson ha motivato la propria decisione sostenendo che il provvedimento crea delle discriminazioni e viola le leggi federali in vigore negli Stati Uniti in materi di immigrazione.

Questa sentenza è arrivata alla fine di un procedimento che ha visto lo stato federato delle Hawaii fare ricorso contro l’ordine firmato dal presidente Trump.

Il giudice federale ha infatti accolto la richiesta dei rappresentanti del governo locale che hanno chiesto di bloccare il provvedimento perché discriminatorio nei confronti dei musulmani.

Il “travel ban” voluto dal presidente, nella sua ultima versione del settembre 2017, estendeva le restrizioni previste inizialmente per soli sei paesi, tutti a maggioranza musulmana, anche alla Corea del Nord e ad alcune persone vicine al presidente venezuelano Nicolas Maduro.

La decisione del giudice Watson riguarda proprio i primi sei paesi a maggioranza musulmana: Ciad, Iran, Libia, Siria, Somalia e Yemen. La sentenza quindi mantiene valide le restrizioni imposte dal provvedimento nei confronti dei cittadini della Corea del Nord e del Venezuela.

Il giudice Watson, nominato da Barack Obama, aveva già bloccato la prima versione del provvedimento voluto dal presidente nel marzo 2017 e la sua decisione sulla nuova versione della norma non è diversa da quella proposta pochi mesi fa.

“Non ci sono prove valide che l’ingresso di 150 milioni di individui da sei specifici paesi sarebbe nocivo per gli interessi degli Stati Uniti”, ha scritto Watson nella motivazione della sentenza.

L’amministrazione statunitense ha risposto alla decisione del giudice delle Hawaii definendo “pericolosamente sbagliata” la sentenza.

“Queste restrizioni sono vitali per garantire che nazioni straniere rispettino gli standard di sicurezza minimi per l’integrità del sistema e la sicurezza degli Stati Uniti”, si può leggere in una dichiarazione ufficiale rilasciata dalla Casa Bianca.

Anche il dipartimento di Giustizia statunitense ha criticato la decisione del giudice Watson, definendola “non corretta”, annunciando l’impugnazione della sentenza.

Oltre al procedimento svoltosi alle Hawaii, altri stati federati come quelli di Washington, Massachusetts, California, Oregon, New York e Maryland hanno intentato un’azione legale contro il bando voluto da Trump.

Queste amministrazioni hanno posto al giudice federale James Louis Robart di Seattle, che in gennaio bloccò la prima versione del provvedimento, la questione se il presidente abbia l’autorità per emettere un ordine del genere in materia di immigrazione.

Risulta probabile che queste azioni legali finiranno davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 17 ottobre 2017

Siria, i curdi annunciano la liberazione di Raqqa dalla morsa dell’Isis

L'Isis perde l'ultima città importante che controllava tra Siria e Iraq 

Credt: AFP PHOTO / BULENT KILIC

“La città di Raqqa è stata completamente liberata”, lo hanno annunciato le forze democratiche siriane (Sdf), un’alleanza curdo-arabo siriana sostenuta dagli Stati Uniti, che agli inizi dello scorso giugno aveva lanciato una vasta offensiva per liberare la città dalla morsa dello Stato Islamico nel nord della Siria.

“Tutto è finito a Raqqa, le nostre forze hanno assunto il pieno controllo della città”, ha detto a France Presse Talal Sello, portavoce delle forze democratiche siriane.

Sul loro sito, gli attivisti dell’Osservatorio della ong Ondus precisano che l’annuncio ufficiale della liberazione di Raqqa ”arriverà presto”.

L’Isis perde così l’ultima città importante che controllava fra Siria e Iraq, ma soprattutto il luogo che aveva eletto a capitale del califfato. Nell’estate del 2016, Mosul, altra città strategica il sedicente stato islamico, era caduta nelle mani dell’esercito iracheno, sempre appoggiato dagli Stati Uniti.

A Raqqa si erano concentrate le migliaia di combattenti stranieri accorsi da tutto il mondo per combattere nelle fila dell’Isis, e qui lo Stato islamico aveva costruito una vera e propria amministrazione, con tanto di polizia, documenti e tasse.

Rojda Felat, comandante delle operazioni delle Forze siriane democratiche a Raqqa, ha dichiarato che “sono in corso le operazioni per mettere in sicurezza lo stadio di Raqqa, ripulendolo dalle mine disseminate dai jihadisti”.

Con la conquista definitiva di Raqqa termina un’offensiva iniziata a giugno 2017 e che ha visto lanciare l’assalto finale contro la città siriana nella notte tra sabato 14 e domenica 15 ottobre. Prima è stato conquistato l’ospedale, altra zona di resistenza delle milizie jihadiste, oggi l’annuncio della presa dello stadio, ultimo bastione a crollare.

Fonte: The Post Internazionale

La tempesta Ophelia ha causato vittime e blackout in Irlanda, Spagna e Portogallo

La polizia irlandese ha confermato che tre persone sono morte per il passaggio di Ophelia sull'isola. La tempesta ha anche alimentato centinaia di incendi nella penisola iberica, provocando la morte di 40 persone

Credit: AFP PHOTO / Paul FAITH

Tre persone sono morte in Irlanda e almeno 40 sono decedute in Spagna e Portogallo per il passaggio della tempesta Ophelia. Quello che era stato classificato come uragano e che ora è considerato una tempesta tropicale lunedì 16 ottobre si è abbattuto sulle coste irlandesi con venti che hanno raggiunto i 156 chilometri orari, mentre ha alimentato centinaia di incendi nella penisola iberica.

Ophelia potrebbe presto arrivare anche nel Regno Unito, dove, a Londra, ha già portato sabbie provenienti dal deserto del Sahara, che hanno colorato di arancione il cielo della capitale britannica.

La tempesta in Irlanda

Nella contea di Waterford, nel sud-est dell’Irlanda, una donna è morta dopo che un albero è caduto sulla sua auto, mentre la polizia irlandese ha confermato la morte di altre due persone per il passaggio di Ophelia sull’isola.

“Restate a casa, evitate spostamenti e attività all’esterno”, ha scritto su Twitter il primo ministro irlandese Leo Varadkar che, per l’occasione, ha mobilitato anche l’esercito.

Ryanair ha già cancellato più di 80 voli per i disagi causati dal passaggio di Ophelia. All’aeroporto di Dublino sono stati fermati più di 100 aerei. Oltre 360 mila persone sono al momento senza elettricità in Irlanda.

I disagi riguardano, in particolare, le città di Cork, Limerick, Tipperary e Galway. Il centro meteorologico irlandese ha emesso un’allerta di colore “rosso”, il livello di allerta massima.

Gli incendi in Spagna e Portogallo

Il passaggio dell’ex uragano sulle coste atlantiche ha alimentato gli incendi divampati nella penisola iberica nelle ultime ore.

La protezione civile portoghese ha confermato la morte di almeno 36 persone, mentre sono quattro le vittime decedute in Spagna a causa delle fiamme.

In Portogallo e Spagna, a memoria d’uomo, le perturbazioni atlantiche di grande intensità hanno colpito solo due volte: nel 1842 e nel 2005.

Fonte: The Post Internazionale

Per la Corea del Nord, “una guerra nucleare può scoppiare in qualsiasi momento”

A riferirlo è stato il vice ambasciatore nordcoreano alle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti invece non escludono colloqui di pace diretti tra i due paesi

Credit: Afp

Il vice ambasciatore nordcoreano alle Nazioni Unite, Kim In Ryong, ha avvertito che la situazione sulla penisola coreana “ha raggiunto il punto critico e una guerra nucleare può esplodere ogni momento”. Intanto gli Stati Uniti non escludono colloqui di pace diretti con Pyongyang.

Il diplomatico nordcoreano Kim In-ryong ha dichiarato al comitato di disarmo dell’Assemblea Generale dell’ONU che la Corea del Nord è l’unico paese del mondo che è stato sottoposto a “una minaccia nucleare così estrema e diretta” dagli Stati Uniti fin dagli anni Settanta e ha detto che il paese ha il diritto possedere armi nucleari per la propria autodifesa.

Kim In-ryong ha indicato le esercitazioni militari annuali tenute tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud come una chiara minaccia diretta contro Pyongyang. Secondo il diplomatico, l’uso di “mezzi nucleari” in queste operazioni nasconde un piano da parte degli Stati Uniti “volto alla rimozione della nostra leadership suprema”.

Il diplomatico ha dichiarato che, nel 2017, la Corea del Nord ha completato la sua “capacità nucleare”. “Possediamo bombe atomiche, la bombe a idrogeno e missili balistici intercontinentali”, ha detto Kim In-ryong.

“L’intera terraferma degli Stati Uniti è all’interno del nostro raggio di azione e se Washington intende invadere il nostro sacro territorio, neanche un centimetro sfuggirà alla nostra severa punizione, in qualsiasi parte del globo”, ha aggiunto il diplomatico, ammonendo tutti gli stati delle Nazioni Unite a non partecipare ad azioni militari dirette contro Pyongyang al fianco degli Stati Uniti, soltanto così saranno “al sicuro dalla rappresaglia” nordcoreana.

Nel frattempo, dall’ufficio del segretario di Stato a Washington filtrano dichiarazioni volte alla distensione della situazione nella penisola coreana. Mentre è in corso un’esercitazione congiunta tra la marina statunitense e quella della Corea del Sud, il vice segretario di stato degli Stati Uniti John J. Sullivan ha detto che Washington non esclude colloqui di pace diretti con Pyongyang.

“Non escludiamo la possibilità di colloqui diretti con la Corea del Nord”, ha detto Sullivan durante una visita a Tokyo, in Giappone.

“Il nostro obiettivo è risolvere la questione per via diplomatica”, ha aggiunto Sullivan. “Tuttavia, insieme con i nostri alleati Giappone e Corea del Sud, dobbiamo essere preparati per alla eventualità peggiore, se la diplomazia fallisse”.

Domenica 15 ottobre, il segretario di Stato Rex Tillerson aveva detto che il presidente Donald Trump lo aveva invitato a continuare gli sforzi diplomatici per calmare le tensioni con la Corea del Nord. “Questi tentativi diplomatici andranno avanti finché la prima bomba non sarà sganciata”, ha detto Tillerson.

Fonte: The Post Internazionale

La giornalista che ha indagato sui MaltaFiles è morta nell’esplosione della sua auto

Daphne Caruana Galizia, la più nota giornalista investigativa maltese, era stata inserita da Politico nella lista dei 28 personaggi che stanno agitando l'Europa


Daphne Caruana Galizia, la più nota giornalista investigativa maltese, è morta nell’esplosione della sua automobile a Bidnija, nella parte settentrionale dell’isola.

Secondo l’agenzia stampa Reuters non si tratta di un incidente, ma le circostanze sono ancora da verificare. Stando alle prime notizie diffuse dalla polizia maltese, la Peugeot 108 sulla quale si trovava la giornalista è esplosa a causa di un ordigno molto potente.

Caruana Galizia aveva seguito l’inchiesta internazionale sui MaltaFiles, secondo la quale la piccola isola del Mediterraneo sarebbe diventata un paradiso fiscale all’interno dell’Unione europea.

Secondo la stampa maltese, Caruana Galizia aveva denunciato alla polizia di aver ricevuto minacce di morte quindici giorni fa.

È stata inoltre la prima a diffondere la notizia del coinvolgimento nei Panama Papers di Konrad Mizzi e Keith Schembri, rispettivamente capo staff di Muscat e ministro dell’Energia e della Salute.

Una delle sue inchieste più recenti aveva lanciato ombre su Michelle Muscat, moglie del primo ministro, accusata di essere la beneficiaria di una società con sede a Panama che muoveva ingenti quantità di denaro su conti bancari in Azerbaigian.

Caruana Galizia, la cui carriera era iniziata nel 1987 sulle pagine del Times of Malta, aveva 53 anni e gestiva un blog molto popolare chiamato Running Commentary sul quale denunciava casi di presunta corruzione a Malta.

Tra i bersagli della giornalista anche il primo ministro maltese, Joseph Muscat, che ha definito l’attentato “un barbarico attacco alla libertà di stampa”.

“Non mi fermerò fino a quando non sarà fatta giustizia. Il nostro paese lo merita”, ha detto Muscat in un messaggio televisivo.

Inoltre, il politico quarantatreenne ha annunciato che l’FBI (Federal Bureau of Investigation), ente investigativo di polizia federale degli Usa, aiuterà nelle indagini mandando alcuni agenti sull’isola.

Adrian Delia, leader dell’opposizione maltese, ha detto che la blogger è stata vittima di “un omicidio politico”.

Delia ha chiesto l’apertura di un’indagine indipendente per far luce sulle cause della sua morte: “Non accetteremo un’indagine condotta da polizia, esercito o magistratura, i cui vertici sono stati duramente criticati da Caruana Galizia”, ha aggiunto Delia.

Lo scandalo che la donna aveva fatto emergere aveva portato Joseph Muscat a indire elezioni anticipate lo scorso giugno, nuovamente vinte dal partito Laburista da lui guidato.

Quest’anno Caruana Galizia era stata inserita da Politico nella lista dei 28 personaggi che stanno “modellando e agitando l’Europa”.

I giornalisti dell’Espresso, con i quali Caruana Galizia aveva collaborato per i Panama Papers, hanno manifestato il loro cordoglio: “Apprendiamo con sgomento e dolore la notizia dell’uccisione della coraggiosa collega Daphne Caruana Galizia , vittima oggi a Malta di un attentato”.

“Il brutale omicidio di Daphne dimostra ancora una volta quanto un’informazione documentata e di denuncia sia percepita come un pericolo dai potenti e della criminalità organizzata”, si legge nell’articolo di commiato.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 13 ottobre 2017

La Camera ha approvato il “Rosatellum”

La legge ha passato l'ultimo voto segreto con 375 voti a favore e 215 contrari, ora dovrà essere approvata anche dal Senato

(ANSA/ETTORE FERRARI)

La Camera ha approvato con 375 voti a favore e 215 contrari la nuova legge elettorale, il cosiddetto “Rosatellum”, su cui si sono accordati PD, Lega Nord, Forza Italia e i loro alleati minori. L’approvazione è arrivata con un voto segreto dopo che tra ieri e oggi erano stati approvati con tre voti di fiducia i primi tre articoli. La legge – qui trovate il testo approvato – ora passerà all’esame del Senato, dove i numeri della maggioranza sono molto più risicati e il passaggio della legge non è scontata.

Fonte: Il Post

Trump pronto a revocare l’accordo sul nucleare con l’Iran

Il presidente statunitense si pronuncerà oggi sugli accordi con Teheran firmati nel 2015. Sempre più probabile il passo indietro di Washington

Credit: Afp

È atteso per le 12.45 ora locale (18.45 in Italia) di venerdì 13 ottobre l’annuncio del presidente statunitense, Donald Trump, sulle sorti dell’accordo sul nucleare in Iran, firmato nel 2015.

In base a quanto rivelato dall’agenzia di stampa Reuters, Trump potrebbe decidere di non sottoscrivere nuovamente il patto, da lui stesso definito in passato “il peggiore di sempre”.

Washington adotterebbe così un approccio più aggressivo nei confronti di Teheran: una decisione che potrebbe avere ripercussioni anche nelle relazioni con i suoi alleati europei che hanno beneficiato a livello economico dei rapporti più distesi con il paese mediorientale.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 12 ottobre 2017

Manca un ultimo voto per approvare il “Rosatellum” alla Camera

È quello a scrutinio segreto durante il quale potrebbero esserci delle sorprese: dovrebbe svolgersi stasera, poi la legge elettorale passerà al Senato

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Questa sera si dovrebbero concludere le votazioni della Camera sul cosiddetto “Rosatellum“, la nuova legge elettorale su cui si sono accordati PD, Lega Nord, Forza Italia e i loro alleati minori. Manca solo l’ultimo voto segreto, quello complessivo sulla legge, su cui non è stata posta la fiducia (se il voto non passasse, quindi, il governo non sarebbe costretto a dimettersi). Tra ieri e oggi la Camera ha approvato con tre voti di fiducia i primi tre articoli della legge. Lega Nord e Forza Italia si sono astenuti, ma dovrebbero votare sì all’ultimo voto di questa sera. La legge passerà poi all’esame del Senato, dove i numeri della maggioranza sono molto più risicati e il passaggio della legge non è scontato.

Fonte: Il Post

Un uragano di nome Ophelia si avvicina all’Europa

Ophelia è diventata un uragano di categoria 1 e si dirige verso le coste nord-orientali europee. A rischio Portogallo, Spagna, Francia e Regno Unito


La tempesta tropicale Ophelia è diventata un uragano di categoria 1 e continua a procedere verso l’Europa.

In base a quanto diffuso dal National Hurricane Center di Miami nella giornata dell’11 ottobre, Ophelia si sta dirigendo verso nord-est e lunedì 16 potrebbe arrivare sulle coste del Portogallo e della Spagna.

Nei prossimi giorni potrebbe esserci un lieve rafforzamento dell’uragano.

Non è escluso che la perturbazione possa arrivare a colpire anche Francia e Regno Unito.

Al momento l’uragano Ophelia si trova a sud-ovest delle isole Azzorre e viaggia alla velocità di circa cinque chilometri all’ora, con raffiche di vento fino a 135 chilometri all’ora.

Ophelia è la quindicesima tempesta tropicale generatasi nell’oceano Atlantico nel 2017 e la decima a essere cresciuta fino a trasformarsi in uragano.

Fonte: The Post Internazionale

Almeno 23 morti e oltre 600 dispersi per gli incendi divampati in California

Oltre 14 focolai stanno devastando otto contee nella parte settentrionale della California. Si contano al momento 21 morti, 670 dispersi, 20mila evacuati e 3.500 edifici distrutti

Credit: Afp/Getty Images

Da domenica notte vastissimi incendi stanno devastando la parte settentrionale della California, negli Stati Uniti, causando almeno 23 morti, 20mila evacuati e migliaia di edifici distrutti.

Sono già andati in fumo per l’esattezza 46 mila ettari di terreno, di cui 21 mila ettari proprio nelle contee di Napa e Sonoma, con danni incalcolabili all’economia locale.

Aumenta il numero dei dispersi nel nord della California divorato dalle fiamme. Secondo le autorità sono oltre 670 le persone di cui non si hanno notizie.

Iniziano a emergere anche le storie delle vittime, come Charles e Sara Rippey, una coppia di 100 e 98 anni che ha trascorso una vita insieme e insieme è morta tra le fiamme della propria casa a Napa.

Fonte: The Post Internazionale

Gli Stati Uniti si ritirano dall’Unesco

La decisione ufficiale è stata comunicata dal Dipartimento di Stato. Il ritiro ufficiale avverrà il 31 dicembre 2017

Credit: Miguel Medina

Gli Stati Uniti hanno deciso di ritirarsi dall’Unesco, l’agenzia dell’Onu per l’Istruzione, la Scienza e la Cultura.

Gli Stati Uniti avevano già annullato il loro sostanziale contributo al bilancio dell’Unesco nel 2011, in segno di protesta per la decisione di concedere l’accesso alla Palestina.

L’uscita ufficiale avverrà il prossimo 31 dicembre 2017.

“Questa decisione non è stata presa alla leggera e riflette le preoccupazioni degli Stati Uniti per l’arretratezza dell’Unesco, la necessità di una riforma fondamentale nell’organizzazione e tiene conto della sua perenne posizione anti-Israele”, ha affermato il dipartimento di Stato, aggiungendo che gli Stati Uniti cercheranno di “rimanere impegnati come stato osservatore non membro per contribuire alle opinioni, le visioni e le competenze dell’organizzazione”.

La direttrice generale dell’Agenzia dell’Onu ha espresso il suo rammarico per la decisione.

“Dopo aver ricevuto una notifica ufficiale da parte del Segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, come direttore generale dell’Unesco, desidero esprimere un profondo rammarico per la decisione degli Stati Uniti d’America di ritirarsi dall’Unesco”, ha dichiarato Irina Bokova, direttrice dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Istruzione, la Scienza e la Cultura in una dichiarazione.

Bokova ha aggiunto che la decisione Usa ha segnato una perdita per il multilateralismo e per la famiglia delle Nazioni Unite.

Il presidente Donald Trump ha criticato in generale le Nazioni Unite e le sue agenzie, lamentandosi del costo che le istituzioni internazionali rappresentano per gli Stati Uniti.

L’Unesco è stata fondata durante la Conferenza dei Ministri Alleati dell’Istruzione (CAME), gruppo di Ministri dell’Istruzione dei Paesi Alleati contro il Nazismo che si è svolta tra l’1 e il 16 novembre 1945. Sono membri dell’Unesco, all’aprile 2016, 195 paesi più 10 membri associati. Il suo quartier generale è a Parigi.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 11 ottobre 2017

La legge elettorale ha passato la prima fiducia

Le votazioni alla Camera dovrebbero concludersi domani, tra le proteste dell'opposizione, ma al Senato sarà un'altra storia

Nicola Fratoianni durante la votazione sulla nuova legge elettorale - Roma, 11 ottobre 2017 (Roberto Monaldo / LaPresse)

Sono cominciate oggi alla Camera le votazioni sulla nuova legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum, dal nome del capogruppo alla Camera del Partito Democratico, su cui ieri il governo ha posto la questione di fiducia. I voti di fiducia in totale saranno tre: quello sul primo articolo è passato con 307 sì, 90 no e 9 astenuti, un altro dovrebbe tenersi in serata sull’articolo 2 della legge. Domani, giovedì 12, dovrebbe concludersi la votazione con il terzo voto di fiducia e poi con il voto complessivo sulla legge, a scrutinio segreto.

A favore della legge sono PD, Forza Italia, Lega Nord e partiti centristi della maggioranza. Contrari sono il Movimento 5 Stelle, MDP, Sinistra Italiana e Possibile, che protestano in particolare perché il governo ha deciso di porre la fiducia. Il Movimento 5 Stelle ha organizzato una manifestazione alle 13.45 davanti alla Camera, la sinistra alle 17 davanti al Pantheon. Prima di entrare in vigore, comunque, la legge dovrà essere approvata anche al Senato.

Fonte: Il Post

Arrestato in Svizzera un altro fratello del killer di Marsiglia

Si tratta di Anouar Hannachi, fermato insieme alla moglie. L'uomo era già noto ai servizi di sicurezza esteri per i suoi legami con il terrorismo di matrice jihadista


Domenica 8 ottobre la polizia svizzera ha fermato due tunisini nella città di Chiasso, nei pressi del confine tra Italia e Svizzera. I due erano ricercati perché connessi all’attentato di Marsiglia. A riferirlo è stata l’agenzia di stampa Reuters che cita fonti vicine agli investigatori francesi che indagano sull’attacco.

Uno dei due uomini fermati, secondo i media svizzeri, è Anouar Hannachi. Fermato insieme alla moglie, sarebbe un altro fratello di Ahmed Hannachi, l’attentatore di Marsiglia che il primo ottobre ha ucciso due ragazze di 17 e 20 anni alla stazione di Saint-Charles.

Lo ha reso noto la polizia svizzera, precisando che l’uomo era “già noto ai servizi di sicurezza esteri per i suoi legami con il terrorismo di matrice jihadista”.

La polizia federale elvetica ha annunciato che i due saranno espulsi e riaccompagnati in Tunisia.

In una nota la Fedpol ha specificato che “L’uomo è uno dei fratelli del presunto attentatore di Marsiglia, ma al momento non è chiaro se e quale ruolo abbia avuto nell’attentato”.

Un altro dei fratelli del killer di Marsiglia, Anis Hannachi, è stato fermato a Ferrara la sera di sabato 7 ottobre dagli agenti della Digos, che hanno eseguito un mandato di arresto europeo emesso dalle autorità francesi.

Secondo gli investigatori, il giovane aveva avuto un passato come foreign fighter in Siria – dopo essere già stato espulso dall’Italia nel 2014 per farvi poi ritorno clandestinamente – ed è stato proprio lui a indottrinare il fratello e a provocarne la radicalizzazione.

I media svizzeri sottolineano che il materiale sequestrato alla coppia in Svizzera potrà rivelare quanto ancora ampia sia la rete dei fratelli Hannachi e se stessero pianificando ulteriori azioni in giro per l’Europa.

Fonte: The Post Internazionale

Da Madrid ultimatum a Puigdemont: entro lunedì 16 deve chiarire se ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna

Il premier spagnolo ha definito la crisi catalana una sfida senza precedenti per la tenuta democratica della Spagna e ha invitato Puigdemont a chiarire le dichiarazioni del 10 ottobre


Il governo spagnolo ha deciso che entro il 16 ottobre il presidente catalano Carles Puigdemont dovrà confermare se ha dichiarato l’indipendenza o meno. Nel pomeriggio dell’11 ottobre, all’indomani del discorso con cui Puigdemont ha proclamato l’indipendenza, ma ha sospeso i suoi effetti per tentare di negoziare con Madrid, il premier Mariano Rajoy è intervenuto al Congresso dei deputati spagnoli.

Il premier ha detto che la crisi catalana rappresenta un momento molto grave per la democrazia spagnola e ha definito il referendum del 1 ottobre “illegale”, organizzato per mettere in discussione i principi della democrazia, la tenuta della Spagna e lo statuto catalano.

Rajoy ha criticato duramente la Generalitat de Catalunya, colpevole di aver portato avanti un attacco sleale e pericoloso alla convivenza pacifica di tutti i cittadini spagnoli.

Il premier ha chiesto al governo catalano chiarimenti riguardo le dichiarazioni di Puigdemont di ieri. Le decisioni di Madrid dipenderanno dalle sue risposte.

Rajoy ha detto che Convergenza democratica di Catalogna, il partito di Carles Puigdemont, non ha mai avuto il supporto della popolazione per portare avanti l’indipendenza ma, nonostante questo, ha preferito cedere ai ricatti del partito anti-establishment di Candidatura di Unità Popolare (CUP) e sostituire l’ex leader Artur Mas.

Il premier ha parlato anche delle violenze in Catalogna durante il giorno del referendum: “Nessuno può essere contento di quello che è successo lo scorso 1 ottobre. I veri responsabili sono coloro che in maniera ostinata hanno insistito a mantenere i seggi aperti, organizzando gruppi di attivisti per impedire alle forze dell’ordine di metterli sotto sequestro”.

“Una democrazia non può essere esercitata al di fuori delle regole che la governano. Nel caso queste regole vengano violate, la democrazia cessa di esistere. Votare contro o al di fuori di essa non è democrazia”, ha detto Rajoy.

Nella mattinata dell’11 ottobre si è svolta una riunione d’emergenza del governo a Madrid.

Al suo termine, il premier spagnolo Mariano Rajoy ha illustrato alla stampa le decisioni prese in risposta alle recenti dichiarazioni del presidente della Catalogna Carles Puigdemont.

Il 10 ottobre, nel corso del suo intervento al parlamento di Barcellona, Puigdemont ha prima annunciato l’indipendenza della regione per poi sospenderla, in modo tale da permettere l’avvio di una fase di negoziati.

Il premier Rajoy ha chiesto maggior chiarezza al presidente catalano: in base alla sua risposta, Madrid adotterà le misure necessarie. Non è esclusa quindi l’applicazione dell’art. 155 della Costituzione, che concede il potere all’autorità centrale di riprendere il controllo della comunità nel caso quest’ultima “non ottemperi agli obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi, o si comporti in modo da attentare gravemente agli interessi generali della Spagna”.

Rajoy non ha chiuso le porte a un confronto con gli indipendentisti, ma ha invitato Barcellona a evitare dichiarazioni confuse.

Ha inoltre affermato che è suo interesse agire con prudenza e responsabilità nei confronti di tutti i cittadini spagnoli, anche di coloro che sono favorevoli alla secessione.

Nel corso di una conferenza stampa Pedro Sánchez, segretario del Partito socialista spagnolo (PSOE), si è espresso favorevolmente sulle dichiarazioni di Rajoy e ha annunciato di aver raggiunto un accordo con il governo riguardo una possibile riforma costituzionale entro i prossimi sei mesi. La riforma cambierebbe il modo in cui le province autonome della Spagna sono governate.

Un comitato avrà il compito di studiare per sei mesi la normativa con cui sono regolate attualmente le autonomie, successivamente il parlamento spagnolo discuterà la riforma. Sánchez ha appoggiato inoltre la richiesta di chiarezza proveniente da Rajoy.

Alle 11 dell’11 ottobre c’è stata una seduta di question time al Congresso dei deputati, la Camera bassa del parlamento spagnolo, dove alle 16 arriverà il premier per riferire su quanto accaduto in Catalogna.

Prima dell’inizio della riunione d’emergenza c’è stato un colloquio telefonico di circa un quarto d’ora tra il primo ministro Rajoy e Albert Rivera, presidente del partito Ciudadanos. Ieri sera il premier ha discusso la situazione con Pedro Sánchez.

L’annuncio della seduta d’emergenza a Madrid è arrivato ieri sera nel corso di una conferenza stampa di Soraya Saenz de Santamaria, vicepresidente del governo, secondo la quale Puigdemont non ha alcun diritto di imporre un confronto con il governo centrale.

Ieri il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, di fronte al parlamento di Barcellona, ha affermato che la Catalogna ha diritto all’indipendenza, chiedendo però prima il dialogo con le autorità di Madrid. Puigdemont infatti ha assunto il mandato per proclamare l’indipendenza della regione dalla Spagna, riconoscendo i risultati del referendum, ma ha chiesto all’assemblea di sospendere gli effetti di questa dichiarazione per permettere una trattativa con il governo centrale.

Il discorso del presidente catalano, che doveva tenersi alle 18 e che è stato rimandato di un’ora, è stato seguito in diretta televisiva da milioni di persone e con la polizia catalana, i Mossos d’Esquadra, che ha circondato il parlamento della regione autonoma, per evitare l’accesso del pubblico.

Intorno all’edificio si sono radunate anche diverse persone che hanno manifestato a favore dell’indipendenza catalana, mentre altri hanno voluto esprimere la propria preoccupazione riguardo una dichiarazione unilaterale, protestando contro Puigdemont.

Il presidente catalano ha infatti definito la questione non più un problema locale, ma europeo.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 10 ottobre 2017

Il governo ha messo la fiducia sulla legge elettorale

È un modo di forzarne l'approvazione: Movimento 5 Stelle ed MDP hanno protestato, le votazioni dovrebbero cominciare domani

La Camera dei Deputati (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Questa mattina il governo ha deciso di porre la questione di fiducia sulla legge elettorale, il cosiddetto “Rosatellum bis” che avrebbe dovuto essere votato oggi. Salvo un accordo tra tutti i gruppi, una volta posta la questione di fiducia bisogna attendere 24 ore prima di votare. La votazione quindi, avverrà con ogni probabilità domani. Il governo ha messo la fiducia sui tre articoli della legge, di conseguenza ci saranno tre votazioni, più una quarta definitiva, sulla quale non dovrebbe essere posta la questione di fiducia. Se non passa, il governo cade. La legge è sostenuta dal Partito Democratico e dai suoi alleati: Forza Italia e Lega Nord. In teoria alla Camera i numeri dei sostenitori della legge sono più che sufficienti per farla approvare senza difficoltà.

Movimento 5 Stelle e MDP hanno duramente protestato contro l’uso della fiducia per approvare la legge elettorale. Il Movimento 5 Stelle ha detto che la decisione del governo è un “golpe”. Il coordinatore di MDP, Roberto Speranza, l’ha definita un gesto “oltre i limiti della democrazia”. Entrambi i partiti hanno annunciato manifestazioni contro la legge e alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle sono già usciti dalla Camera per rivolgersi a una piccola folla di sostenitori.

Porre la questione di fiducia sulla legge elettorale è considerato un gesto costituzionalmente poco elegante, poiché lega il destino di un governo a un provvedimento che dovrebbe in teoria essere espressione di un ampio accordo parlamentare. In questo caso, però, la legge elettorale è effettivamente il frutto di un accordo trasversale tra forza parlamentari (PD, Lega Nord e Forza Italia, oltre i loro alleati minori). Si tratta della terza volta nella storia repubblicana che un governo pone la questione di fiducia su una legge elettorale. La prima volta la fiducia venne posta nel 1953, dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, che faceva parte della Democrazia Cristiana, per approvare quella che passò alla storia come la “legge truffa”. Nell’aprile del 2015 il governo Renzi pose la fiducia al Senato sull’approvazione dell’Italicum, la legge elettorale poi radicalmente modificata dalla Corte costituzionale.

La fiducia proposta oggi è stata definita una “fiducia tecnica”, cioè necessaria per rendere più semplice il passaggio di un provvedimento. Ci sono molti timori, infatti, sul fatto che possa effettivamente venire approvato. A giugno era fallito un altro tentativo di approvare una nuova legge elettorale, sostenuta da una coalizione più ampia di quella che si presenta oggi, formata da: PD, Lega, Forza Italia e Movimento 5 Stelle. Durante una delle votazioni, però, il Movimento 5 Stelle votò a favore di un emendamento contrario agli accordi presi e, insieme a numerosi parlamentari di PD e Forza Italia che votarono in modo opposto rispetto alle indicazioni dei loro partiti, fece fallire la legge. La legge che si votava all’epoca era stata soprannominata “sistema tedesco”, perché aveva alcuni elementi che richiamavano la legge elettorale in vigore in Germania.

Il governo ha deciso di porre la fiducia durante una riunione del Consiglio dei ministri che si è svolta questa mattina. La fiducia fa decadere automaticamente i circa 50 emendamenti proposti dall’opposizione. Sarà quindi ridotto il numero di votazioni in cui la maggioranza che sostiene la legge rischia di andare sotto a causa del voto dei cosiddetti “franchi tiratori”. In tutto ci saranno tre votazioni, che potrebbero occupare la gran parte della giornata di domani (la votazione finale, però, potrebbe essere ulteriormente rimandata).

La legge elettorale che sarà votata introduce nel nostro paese un sistema elettorale misto proporzionale maggioritario. Alla Camera ci saranno 232 collegi uninominali, in cui ogni partito o coalizione presenta un suo candidato. Viene eletto chi prende anche un solo voto più degli altri. Gli altri 386 seggi saranno assegnati con metodo proporzionale: si conteranno i voti ricevuti da ogni lista e ciascuno riceverà un numero di parlamentari proporzionale ai voti ottenuti. Altri 12 seggi saranno assegnati nelle circoscrizioni estere. Al Senato le cose funzioneranno in maniera quasi identica: i collegi uninominali saranno 102, 207 i collegi del proporzionale, 6 i seggi degli eletti all’estero. Non sarà possibile il voto disgiunto: significa che si potrà quindi votare soltanto il candidato al collegio uninominali e una delle liste che lo appoggiano (se viene barrata la casella di un candidato al collegio uninominale e la casella di una lista diversa da quelle che lo appoggiano, il voto sarà annullato).

Fonte: Il Post

Catalogna, mandato d’arresto per Puigdemont già pronto se dichiarerà l’indipendenza

Carles Puigdemont parlerà alle 18 di oggi nel parlamento di Barcellona. Potrebbe attuare i risultati del referendum e proclamare il divorzio immediato da Madrid


Secondo fonti citate dall’agenzia Bloomberg, le autorità spagnole avrebbero un mandato d’arresto già pronto per il presidente della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont, nel caso egli dichiarasse l’indipendenza della Catalogna durante la seduta del parlamento regionale di Barcellona.

Il suo intervento è atteso per le 18 di oggi, martedì 10 ottobre. Carles Puigdemont riferirà al parlamento regionale di Barcellona sui risultati del referendum del 1 ottobre scorso.

C’è grande incertezza sui contenuti del suo intervento: Puigdemont, che nelle ultime ore ha subito forti pressioni sia dal fronte degli indipendentisti, sia da quello degli unionisti, potrebbe proclamare il divorzio immediato da Madrid, attuando così i risultati del referendum, o dichiarare solo formalmente l’indipendenza, rinviando la decisione per aprire un possibile confronto con il governo centrale.

I movimenti indipendentisti presenti nel parlamento di Barcellona hanno già fatto sapere di essere contrari a rinvii o regimi transitori.

Il premier spagnolo Mariano Rajoy impedirà l’indipendenza della Catalogna in ogni modo e ha già annunciato che Madrid è disposta ad adottare tutte le misure necessarie per fermare gli indipendentisti.

Gli scenari

In caso di dichiarazione di indipendenza, il premier potrebbe sospendere parzialmente l’autonomia della Catalogna grazie all’art. 155 della Costituzione spagnola.

Non è da escludere neanche la possibilità che Rajoy dichiari lo stato d’emergenza, facendo ricorso all’art. 116. Una scelta decisamente più drastica che coinvolgerebbe anche l’utilizzo dell’esercito.

Soraya Saenz de Santamaria, vicepresidente del governo di Rajoy, ha detto che una possibile dichiarazione di indipendenza da parte di Puigdemont “non rimarrà senza risposta” da parte dello stato centrale.

Secondo il vicesegretario del Partito popolare Pablo Casado, il presidente della Generalitat de Catalunya rischierebbe il carcere nel caso decidesse di dichiarare l’indipendenza della regione.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 6 ottobre 2017

Un terremoto di magnitudo 6,3 è stato registrato al largo delle coste del Giappone

Il sisma è avvenuto a 300 chilometri a est dell'isola di Honshu, nella prefettura di Fukushima

Credit: USGS

Al largo delle coste giapponesi, a 300 chilometri a est della città di Iwaki, nella prefettura di Fukushima, sull’isola di Honshu, la più grande dell’arcipelago, è stato registrato un terremoto di magnitudo 6,3.

A riferirlo è stato l’U.S. Geological Survey, il servizio di controllo dei terremoti statunitense.

Il sisma è avvenuto a una profondità di quasi 78 chilometri. Al momento non sono stati riportati danni, né è stato riferito di persone ferite a causa del terremoto.

La città di Iwaki si trova a meno di 70 chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima, dove lo tsunami provocato dal sisma del 2011 distrusse una parte dell’impianto, dando vita a uno dei peggiori disastri ambientali della storia giapponese.

Fonte: The Post Internazionale

Il rappresentante del governo spagnolo in Catalogna ha chiesto scusa per le violenze della polizia

Enric Millo è il primo funzionario del governo nazionale a pronunciarsi sugli scontri avvenuti durante il referendum del 1 ottobre

Credit: Afp

Il rappresentante in Catalogna del governo spagnolo ha chiesto scusa per le violenze perpetrate dalla polizia durante la consultazione referendaria tenutasi il 1 ottobre nella regione e dichiarata “illegale” da Madrid.

Enrico Millo si è scusato per la violenta reazione da parte della polizia contro i cittadini che cercavano pacificamente di votare.

“Quando vedo le immagini degli scontri non posso fare a meno di scusarmi per conto degli ufficiali di polizia intervenuti”, ha detto Enrico Millo in un intervista televisiva.

Questo è stato il primo caso di scuse offerte da un funzionario del governo spagnolo dopo gli scontri che hanno causato quasi 900 feriti, tra cui 33 agenti di polizia.

Il procedimento contro i Mossos d’Esquadra

Intanto il capo della polizia catalana, i Mossos d’Esquadra, Josep Lluis Trapero, comparirà oggi davanti ai giudici del Tribunale supremo di Madrid, per difendersi dall’accusa di sedizione.

Il reato di “sedizione” è presente nel codice penale spagnolo dal 1822 e prevede una pena fino a 15 anni di reclusione.

Il corpo di polizia guidato da Trapero è inoltre accusato di non aver obbedito agli ordini del governo centrale, che ne aveva assunto il coordinamento insieme a quello della Policia Nacional e della Guardia Civil.

I Mossos d’Esquadra sono anche accusati di non aver protetto i propri colleghi della Guardia Civil durante le proteste dei manifestanti indipendentisti il 20 settembre 2017.

Secondo il quotidiano spagnolo El Paìs il procedimento contro Trapero rappresenta un evento unico nella Spagna democratica.

Un altro ufficiale della polizia catalana e due attivisti per l’indipendenza della regione saranno interrogati in qualità di “sospetti”. I giudici di Madrid hanno interrogato anche il presidente dell’Assemblea nazionale catalana (da non confondere con il parlamento catalano) Jordi Sanchez e il capo dell’associazione culturale Omnium, Jordi Cuixart.

Entrambi sono attivisti per l’indipendenza della Catalogna. Jordi Cuixart si è rifiutato di rispondere alle domande dei giudici, in quanto non riconosce “l’autorità del tribunale”.

La convocazione del parlamento di Barcellona

Intanto continua la battaglia legale tra le istituzioni nazionali di Madrid e la regione autonoma della Catalogna. La tensione tra Madrid e Barcellona è aumentata dopo che il partito autonomista catalano Cup ha annunciato che lunedì 9 il parlamento catalano avrebbe discusso l’indipendenza.

Soltanto ieri, la Corte Costituzionale spagnola aveva sospeso la seduta del parlamento catalano prevista per il 9 ottobre, dopo che il presidente della comunità autonoma Carles Puigdemont aveva annunciato, in un discorso tenuto mercoledì 4 ottobre, che il parlamento catalano avrebbe preso atto di quanto deciso dal referendum per l’indipendenza.

Secondo il consigliere responsabile degli Affari Esteri del governo catalano, Raül Romeva però, il parlamento della Catalogna si riunirà comunque lunedì 9 ottobre per discutere dell’indipendenza della regione autonoma dalla Spagna.

In un’intervista alla BBC Radio, il politico catalano favorevole all’indipendenza ha detto che la crisi si risolverà con politica e non nei tribunali. “Il parlamento si riunirà e discuterà”, ha detto Romeva. “Ci sarà un dibattito, è questo l’importante”.

Venerdì 6 ottobre, una portavoce del presidente catalano ha affermato che Puigdemont riferirà al parlamento regionale martedì 10 ottobre.

Intanto, l’esercito spagnolo ha inviato in Catalogna 15 camion carichi di attrezzature per dar manforte ai circa 10mila agenti di polizia e Guardia Civil che si trovano nella regione da giorni.

L’invio di due convogli militari in Catalogna (ufficialmente per “supporto logistico”) fa pensare che Rajoy sceglierà di reagire con la linea dura.

“Il governo spagnolo non negozierà su nulla di illegale e non accetta ricatti”, è quanto si legge in una dichiarazione diramata dall’ufficio del premier spagnolo, Mariano Rajoy, subito dopo il discorso del leader catalano.

“Se il signor Puigdemont vuole parlare o negoziare, o inviare dei mediatori, sa perfettamente cosa fare fare: tornare nella legalità, che non non abbandoneremo mai”, prosegue il comunicato aggiungendo che Puigdemont deve “ritirare la minaccia di secessione da Madrid”.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 2 ottobre 2017

50 morti nell’attacco a Las Vegas

Un uomo ha sparato da un hotel contro il pubblico di un concerto, sulla famosa Strip: l'uomo è morto e ci sono più di 400 feriti

(REUTERS/Las Vegas Sun/Steve Marcus via LaPresse)

Più di 50 persone sono rimaste e uccise e altre 406 sono state ferite in una sparatoria a Las Vegas, iniziata intorno alle 22 ora locale, le 4 in Italia, quando un uomo ha sparato contro il pubblico di un concerto di musica country dalla sua stanza al 32esimo piano di un albergo. L’uomo si è ucciso prima che la polizia facesse irruzione nella sua stanza, dove la polizia ha trovato dieci fucili. L’uomo si chiamava Stephen Paddock, aveva 64 anni ed era residente vicino a Las Vegas. Non è chiaro quali fossero le sue motivazioni e nella sua stanza non sono stati trovati elementi utili a spiegare le ragioni del suo gesto. Per il momento la polizia ha detto che non ci sono indizi per sospettare un attacco terroristico. Paddock non aveva precedenti penali e la polizia di Mesquite, dove si trova la sua abitazione, ha detto di non aver mai ricevuto nessuna segnalazione sul suo conto.

L’attacco è avvenuto sulla Strip di Las Vegas, la parte finale di South Las Vegas Boulevard, cioè la via più famosa della città: quella piena di locali e casinò. La strada era molto affollata come ogni domenica sera anche per via di un festival di musica country in corso in quelle ore. Si tratta della sparatoria più grave nella storia degli Stati Uniti. La polizia inizialmente aveva sospettato che una donna che si era registrata nella stessa stanza dell’uomo potesse essere una sua complice. La donna è stata individuata ed interrogata, ma secondo la polizia non ha avuto nulla a che fare con l’attacco.

Fonte: Il Post

In Catalogna ha vinto il sì al referendum sull’indipendenza, definito illegale da Madrid

Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha definito la consultazione elettorale una messinscena. Durante la giornata, gli scontri con la polizia hanno causato oltre 800 feriti

Manifestanti indipendentisti durante il referendum catalano del 1 ottobre 2017. Credit: Pau Barrena 

In Catalogna, ha vinto il sì al referendum sull’indipendenza della regione dalla Spagna, con oltre il 90 per cento dei consensi. Secondo la Generalitat de Catalunya, il governo della regione di Barcellona, hanno votato oltre due milioni di persone, mentre il governo centrale di Madrid ha definito la consultazione una “messinscena”.

Durante la consultazione, la polizia spagnola ha caricato alcune persone radunate al di fuori dei seggi. Gli scontri hanno provocato almeno 800 feriti, mentre le autorità di Madrid parlano di 91 persone rimaste contuse, tra cui 33 membri delle forze dell’ordine.

Un uomo, dopo la carica della polizia, è stato colpito da un infarto. Le sue condizioni sono gravi. La polizia ha usato proiettili di gomma contro la folla, e lacrimogeni per disperdere le barricate di persone.

La polizia catalana, i Mossos d’Esquadra, ha deciso di non intervenire, come ordinato dalle autorità del governo centrale. Il governo di Madrid ha inviato la Guardia Nacional a intervenire ai seggi.

Domenica 1 ottobre i cittadini catalani sono stati chiamati alle urne nonostante il referendum fosse stato bloccato dal Tribunale Costituzionale spagnolo, perché dichiarato illegittimo e contrario alla norma che prevede l’indivisibilità della Spagna.

Nei giorni precedenti al voto la tensione era rimasta altissima nella regione, con manifestazioni da parte degli indipendentisti e decine di arresti da parte della polizia nazionale. Il governo centrale di Madrid aveva anche chiuso lo spazio aereo ai voli privati e agli elicotteri.

Gli indipendentisti, che hanno occupato i seggi elettorali, sono riusciti comunque a portare a termine la consultazione referendaria. A poche ore dal voto il presidente Puigdemont ha detto che i catalani si sono “guadagnati il diritto di avere il loro stato indipendente”.

Fin dalle prime ore di domenica 1 ottobre la situazione in Catalogna ha iniziato a essere molto tesa. La polizia nazionale ha fatto irruzione in diversi seggi per sequestrare schede e urne. È entrata con la forza al seggio dove avrebbe dovuto votare il presidente catalano Carles Puigdemont.

Il presidente della Generalitat però è riuscito a sfuggire al controllo della polizia spagnola e a recarsi alle urne in un altro seggio.

Il ministero dell’Interno aveva anche bloccato il sistema informatico che permetteva di poter votare in tutti i seggi e veder riconosciuto un solo voto, anche con schede stampate da casa, il cosiddetto “Censo universal”.

Il presidente catalano Carles Puigdemont ha condannato fermamente l’uso “ingiustificato e irresponsabile” della violenza da parte dello stato spagnolo, definendo una “vergogna” quanto successo il 1 ottobre in Catalogna. “Lo stato ha perso molto di più di quanto avesse perso finora”, ha detto il presidente catalano.

La sindaca di Barcellona Ada Colau, ha inoltre chiesto le dimissioni del primo ministro spagnolo Mariano Rajoy. Intanto a Madrid si è tenuta una contro manifestazione unionista, per ribadire l’indivisibilità del paese.

Fonte: The Post Internazionale