mercoledì 1 luglio 2015

Roma. Un militare si finge poliziotto e stupra una ragazza. Tutti zitti?


di Luca Fiore

Sarebbe un militare di 31 anni in servizio presso l'Arsenale della Marina lo stupratore arrestato oggi per violenza sessuale aggravata, in relazione allo stupro di una minorenne avvenuto nei pressi di piazzale Clodio a Roma la notte tra il 29 e il 30 giugno.
Il militare è stato infatti riconosciuto dalla vittima quale autore della violenza subìta la sera precedente. In quell'occasione l'uomo, fingendosi poliziotto, con il pretesto di infliggere una sanzione alla giovane, in quanto l'aveva vista bere birra all'aperto assieme a due coetanee, le aveva intimato di mostrargli i documenti e di seguirlo al commissariato per gli accertamenti. A quel punto però, il sedicente poliziotto, dopo aver assicurato a un palo la bicicletta con cui era arrivato sul posto, l'ha condotta, a piedi, in via Teulada e, all'altezza del parcheggio di via Casale Strozzi, l'ha trascinata con forza nel parchetto sito nelle vicinanze e l'ha violentata.
Le indagini avrebbero consentito di ricostruire la dinamica della vicenda e il percorso effettuato dal fermato assieme alla vittima. L'appostamento nei pressi del luogo ove era stata parcheggiata la bicicletta utilizzata dal violentatore per i suoi spostamenti, ha consentito di individuarlo dopo che era stato fermato il fratello - poi denunciato per favoreggiamento - inviato a recuperare il mezzo. Inoltre secondo alcuni media con noti agganci in Questura le telecamere di un locale di via Mirabello, a Roma, avrebbero ripreso lo stupratore mentre fuggiva dopo lo stupro: il video ritrae un uomo muscoloso, alto circa un metro e 75, che indossava una maglietta gialla e un paio di pantaloni chiari e che corrisponderebbe al sospettato. Secondo un comunicato emesso dagli inquirenti durante la perquisizione effettuata presso la casa del fratello dell’arrestato, sono stati rinvenuti e sequestrati un paio di pantaloncini, appena lavati, e corrispondenti a quelli descritti dalla vittima.
Colpisce in questa ennesima vicenda di strupro contro una donna sia la figura sociale dello strupratore sia la insolita "prudenza" dei mass media. Non vogliamo pensare a quale sarebbe stata la gestione di questa vicenda se lo strupratore fosse stato un immigrato. Per coerenza con quanto abbiamo letto e sentito in questi tempi, qualcuno dovrebbe proporre un assalto riparatore all'Arsenale della Marina o l'invio di ruspe per demolire la caserma. Assai evidente intanto il tentativo da parte di alcuni media di sorvolare sull'identità dell'uomo arrestato, un militare definito eufemisticamente un 'dipendente del Ministero della Difesa in forza presso l'Arsenale della Marina'. Evidente anche l'imbarazzo di molti improvvisati commentatori che sui social network, spiazzati dal fatto che il sospettato non sia un immigrato e che quindi non si possano invocare le salviniane 'ruspe', concentrano le proprie attenzioni sulle presunte responsabilità e sulle abitudini sessuali della vittima, "una sedicenne ancora in giro a mezzanotte"...


Fonte: contropiano.org

Gli attacchi nel nord del Sinai, in Egitto

Un gruppo affiliato all'ISIS ha attaccato l'esercito egiziano: si parla di almeno 50 morti tra soldati egiziani e miliziani islamisti

Immagine dall'account Twitter di Al Jazeera

Cinque postazioni militari egiziane nel nord del Sinai sono state attaccate da circa 70 militanti islamisti, nella mattina di mercoledì 1 luglio. L’attacco è stato rivendicato da un gruppo di militanti affiliati all’ISIS. In quest’area si svolgono da tempo scontri tra i militanti islamisti e l’esercito egiziano: il gruppo affiliato con l’ISIS è il più attivo e ha rivendicato molti degli attacchi suicidi avvenuti nella regione nell’ultimo periodo. Oggi è stata attaccata anche una stazione di polizia nella città di Sheikh Zuweid, dicono alcuni testimoni, secondo fonti della sicurezza la strada per raggiungere la città sarebbe stata minata dai militanti. Inizialmente si era parlato di 30 morti solo fra i membri dell’esercito. Secondo i media locali il numero delle vittime potrebbe essere molto più alto. Haaretz dice che sono morte almeno 50 persone, fonti egiziane dicono che almeno 11 dei morti sono soldati egiziani.

Il generale Mohammed Samir, portavoce dell’esercito egiziano, ha affermato che il combattimento è continuato a lungo e che tra gli attacchi di questa mattina ce ne sarebbe stato anche uno suicida con un’autobomba. Israele ha chiuso i suoi passaggi con l’Egitto, quello di Nitzana e quello di Kerem Shalom. L’esercito egiziano sta usando anche elicotteri e aeroplani F-16 per aiutare le truppe coinvolte negli attacchi. L’esercito egiziano ha detto che durante l’attacco sono stati distrutti tre veicoli militari egiziani equipaggiati con fucili antiaerei.

Fonte: Il Post

Boko Haram, le ragazze rapite costrette a fare le terroriste

BBC ha diffuso nuove testimonianze sulla sorte delle ragazze di Chibok


Boko Haram hanno costretto diverse ragazze rapite di Chibok a trasformarsi in terroriste. 218 giovani studentesse sequestrate dopo l’assalto alla scuola di Chibok risultano ancora scomparse, e secondo le testimonianze raccolte dalla TV britannica BBC le ragazze si trovano ancora nelle mani dei Boko Haram.

BOKO HARAM RAGAZZE RAPITE – Rapite, stuprate, costrette a sposarsi con i guerriglieri, e addestrate a diventare terroriste come i loro mariti. Sarebbe questa la tragica sorte in cui sono cadute le ragazze della scuola di Chibok, rapite dai Boko Haram più di un anno fa. Nell’aprile del 2014 276 giovani studentesse, in prevalenza cristiane, sono state sequestrate e poi portate nei loro campi nascosti nelle foreste della Nigeria settentrionale dall’organizzazione fondamentalista che qualche mese fa si è affiliata all’ISIS. Il rapimento delle ragazze di Chibok a opera dei Boko Haram suscitò un enorme clamore, e rimane l’episodio più noto dell’ormai infinita teoria di iniziative terroristiche compiute dai fondamentalisti islamici nigeriani. Una giovane ragazza che ha scelto di presentarsi con un falso nome, Miriam, le ragazze rapite dai Boko Haram sarebbero state sottoposte a un cruento lavaggio del cervello subito dopo il loro sequestro. Alcune delle 218 ancora scomparse sarebbero diventate terroriste impegnate in diversi omicidi, a cui sarebbero state costrette dagli stessi guerriglieri. Diverse di loro sarebbero state addestrate all’insegnamento del Corano, e educare a picchiare i prigionieri dei Boko Haram in caso di citazioni errate del libro sacro della religione islamica. 

BOKO HARAM ISIS –La BBC ha raccolto la testimonianza di Miriam, una ragazza della scuola di Chibok scappata dal campo di prigionia dei Boko Haram, anche se non è in grado di verificarne la veridicità. Altre donne intervistate dalla TV britannica e sfuggite all’organizzazione terroristica dopo esserne state prigioniere hanno ricostruito la vita delle studentesse nigeriane in termini piuttosto simili. Anche Amnesty International aveva diffuso informazioni simili a quelle della BBC in merito alla sorte delle ragazze rapite di Chibok. L’azione dei Boko Haram nella cittadina nigeriana aveva generato una significativo eco mediatica, e l’hashtag #bringbackourgirls era stato condiviso cinque milioni di volte. La sorte delle 276 studentesse rapite aveva evidenziato l’orrore dell’organizzazione terrorista nigeriana, che da gennaio 2014 dovrebbe aver ucciso circa 5500 civili. Dal 2009 invece le vittime della violenza dei Boko Haram sarebbero circa 20 mila. Boko Haram da circa quattro mesi si sono affiliati all’ISIS. Il sedicente califfato islamico guidato da al-Baghdadi si è così ampliato anche alle aree settentrionali della Nigeria controllate dai terroristi. A differenza dell’ISIS gli obiettivi della violenza dei Boko Haram sono meno ambiziosi, e più legati a tematiche di politica interna. Il successo dello Stato islamico ha però spinto i terroristi nigeriani a utilizzare il “brand” ISIS, con la speranza di potersi rafforzare militarmente ed economicamente.

Photocredit: Dan Kitwood/Getty Images

Fonte: Giornalettismo

#Tsipras: lezione di democrazia


di Gianluca Bogino

La scelta che il popolo greco si troverà ad affrontare il 5 luglio appare comunemente come una scelta legata all’uscita della Grecia dall’Euro. Ma non si tratta di questo.

Il governo Tsipras ha chiesto al popolo di esprimersi sulle richieste dei creditori e sull’accordo proposto. Dire di no non vuol dire uscire automaticamente dalla moneta unica. Tuttavia potrebbe conferire al governo di Atene la legittimazione indiscutibile per trattare una fine definitiva (o quasi) delle politiche di austerità. Che poi, possiamo vederlo empiricamente, non hanno prodotto nessun risultato in Europa, e anzi hanno solo creato situazioni sociali insostenibili.

La domanda che si pongono tutti è se i creditori sarebbero ancora seduti ad un tavolo per trovare un accordo in caso di vittoria del no. Il coro unanime dell’opinione pubblica recita pessimismo. Se questo dovesse essere vero, allora l’Europa è già morta.

Una classe dirigente che antepone le proprie politiche al giudizio del popolo non è degna di governare e di chiamarsi democratica.

Allo stesso modo un Europa che non si interessa della situazione e della volontà di una parte dei propri cittadini, non è degna di chiamarsi unione. Un’Europa che è disposta ad amputare il cuore della propria cultura pur di preservare i vari interessi economici individuali, non ha motivo di esistere.

Ma la vera testimonianza di democrazia di Alexis Tsipras è apprezzabile soprattutto nel metodo. Il leader si SYRIZA era stato eletto dicendo “mai più Troika”. Accettando l’accordo proposto andrebbe a violare in parte, nonostante alcuni traguardi raggiunti, il proprio programma elettorale. Ebbene, prima di fare questo il governo ha deciso di sottoporre la decisione al popolo. Un gesto di grande coerenza, di integrità politica e di rispetto per l’elettorato. Ma soprattutto una grande lezione di democrazia per la politica europea.

E per la politica italiana soprattutto. Ricordiamoci che abbiamo eletto una maggioranza parlamentare con una coalizione che si chiamava “Italia bene comune” e lo stesso partito nucleo della coalizione ha espresso un governo che attua politiche diametralmente opposte al proprio programma elettorale. Abbiamo votato un programma di centro sinistra, ma viene portato avanti un programma che potrebbe essere espressione del centro destra.

Tsipras potrebbe anche dimettersi in caso di vittoria del si. Lo ha detto chiaramente “non sono un uomo per tutte le stagioni”. Un’altra dimostrazione di grande coerenza personale.

Quando ancora il premier greco era solo un ragazzino con un cognome difficile che si presentava come candidato alla presidenza della Commissione Europea, ho scritto un articolo su di lui per il giornale della scuola. Dissi che oggi come oggi è difficile apprezzare davvero un politico e innamorarsi del suo progetto. Dissi che da tempo non avevo più un riferimento politico in cui credere. Conclusi dicendo “ora credo in Alexis Tsipras”.

E’ passato il tempo, è cambiato il governo greco, è cambiato il presidente della Commissione. Ma io torno a ripeterlo più forte che mai. Credo in Alexis Tsipras.

Fonte: Qualcosa di Sinistra

Il punto sulle trattative tra la Grecia e i creditori

Il 30 giugno la Grecia non ha versato la rata del prestito di 1,6 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale, diventando il primo Paese insolvente d'Europa

Manifestanti pro-euro durante una protesta ad Atene, il 30 giugno 2015. Credit: Yannis Behrakis

Il primo ministro greco Alexis Tsipras ha ceduto alle ultime proposte dei creditori internazionali. Secondo quanto emerge da una lettera ai creditori ottenuta e pubblicata dal Financial Times, Atene chiede solo alcuni cambiamenti, tra cui mantenere la riduzione del 30 per cento sull'Iva nelle isole greche e posticipare sino a ottobre l'innalzamento dell'età pensionabile a 67 anni.

Il 30 giugno la Grecia non ha versato la rata del prestito di 1,6 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale, diventando il primo Paese insolvente dell'Unione europea. Tecnicamente il default non è automatico, ma la Grecia si ritrova ora vicinissima al fallimento e - finché il debito non sarà ripagato - non potrà accedere a ulteriori prestiti del Fondo monetario internazionale.

Per pagare il debito, Tispras ha chiesto di attivare un nuovo piano di salvataggio e di ricevere 29,1 miliardi di euro nei prossimi due anni. Se non si raggiunge alcun accordo con l'Eurogruppo, la Grecia potrebbe essere costretta a lasciare l'eurozona e tornare alla dracma, oppure adottare una valuta parallela.

Il 1 luglio alle ore 17.30 l'Eurogruppo - il centro di coordinamento europeo che riunisce i ministri dell'Economia e delle Finanze dell'eurozona - si riunirà nuovamente in teleconferenza, per discutere l'ultima proposta di Tsipras.

Hollande ha detto che era compito dei Paesi dell'eurozona fare di tutto per far restare la Grecia nell'euro e che bisognava evitare "commenti intransigenti". La cancelliera tedesca Angela Merkel, tuttavia, ha detto che Berlino non intende rinegoziare ulteriori fondi per la Grecia prima del referendum del 5 luglio, che permetterà ai cittadini di decidere se accettare o meno la proposta dei creditori riguardo il pagamento del debito. Secondo alcune fonti, Tsipras potrebbe annullare il referendum per facilitare gli accordi con l'Eurogruppo.

Sono arrivate parole dure anche dal ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, che ha detto: "La Grecia si trova in una situazione difficile semplicemente per il comportamento del governo greco. Incolpare qualcuno al di fuori della Grecia può essere utile solo in Grecia, ma non ha nulla a che fare con la realtà. Il governo greco non sta facendo alcun favore alla Grecia se continua a dire falsità. Nessun altro è da incolpare per la situazione in cui sono".

Il referendum del 5 luglio inoltre non è stato considerato valido dal Consiglio d'Europa, organizzazione internazionale che monitora il rispetto dei diritti umani nei suoi 47 stati membri e il cui parere non è vincolante. Secondo il Consiglio d'Europa, il referendum non rispetta gli standard internazionali perché è stato convocato in tempi troppo ristretti.

Inoltre, il testo del referendum è stato criticato perché troppo tecnico e di difficile comprensione. "Deve essere accettato l'accordo proposto dalla Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale - presentato dall'Eurogruppo il 25 giugno 2015 - e composto da due parti che costituiscono una proposta unificata? Il primo documento si intitola 'Riforme per il completamento dell'attuale programma e oltre' e il secondo 'Analisi preliminare per la sostenibilità del debito". A questa domanda i cittadini possono rispondere con un sì (in greco NAI) o un no (OXI).

Leggi anche: La crisi in Grecia, spiegata senza giri di parole

Qui sotto la lettera del premier greco Alexis Tsipras ai creditori:


Fonte: The Post Internazionale

martedì 30 giugno 2015

Draghi non basta, ad Atene fallisce la politica europea

Un accordo ragionevole era possibile. Ma la governance dell’Eurozona non funziona, troppe parti al tavolo. L’unica che ha fatto politica è la Bce

Fausto Panunzi (da Lavoce.info)

Tratto da "Lavoce.info"

La manifestazione del 29 giugno ad Atene per il “no” al referendum sull’accordo tra Grecia e Bce-Commissione Ue-Fmi (Milos Bicanski/Getty Images)

Un accordo reciprocamente vantaggioso tra la Grecia e i suoi creditori sembrava possibile. Invece, si è arrivati alla rottura. Per molte ragioni, ma certo è che la governance dell’Eurozona non funziona. L’unica istituzione europea che in questo periodo ha fatto politica è stata la Bce.

Perché l’accordo era quasi certo

La scorsa settimana si era aperta all’insegna dell’ottimismo. La soluzione all’ormai estenuante trattativa tra il governo greco e le sue controparti europee sembrava essere a un passo. Poi c’è stato il moltiplicarsi dei vertici a Bruxelles fino all’annuncio del referendum chiesto da Alexis Tispras. Adesso è partito, come c’era da aspettarsi, il gioco a identificare il colpevole. Ma forse è più utile fare un passo indietro e capire la posta in gioco e quali fattori possono avere contribuito a questa impasse.

Considerate un’impresa che abbia un livello del debito molto elevato, tale da non poter essere interamente ripagato. L’impresa ha anche un nuovo progetto d’investimento che, se finanziato, genera utili. In questa situazione, potrebbe accadere che gli azionisti si rifiutino di finanziare il nuovo progetto perché gli utili da esso generati andrebbero a beneficio soprattutto dei creditori.

Come si può evitare l’inefficienza che tale fenomeno (detto debt overhang) crea? La risposta che si trova nei manuali è che occorre una rinegoziazione tra creditori e debitori che preveda da un lato la cancellazione (parziale) del debito in cambio del finanziamento del nuovo progetto. Chi guadagna di più dalla rinegoziazione? Dipende dal potere negoziale delle due parti. Ma il vero punto è che la rinegoziazione può essere nell’interesse sia del debitore (che vede il suo debito alleggerito) sia dei creditori (che si possono appropriare di una parte degli utili del nuovo progetto).

Adesso proviamo a pensare alla Grecia al posto dell’impresa e ai paesi e alle istituzioni europee nel ruolo dei creditori. Atene ha debiti che palesemente non può ripagare. Inoltre la sua economia è in recessione da anni, anche a causa di politiche di austerità prolungata. Far tornare a crescere il paese è nell’interesse sia dei cittadini greci che dei creditori. A tal fine, sono necessarie delle riforme (l’equivalente del nuovo progetto). La Grecia soffre di una forte evasione fiscale, ha una regolamentazione che sfavorisce la concorrenza nei mercati dei prodotti, una spesa pensionistica del 17 per cento del Pil (contro poco più del 12 della Germania), oltre a vari altri problemi.

Naturalmente, non è pensabile di combattere l’evasione fiscale in modo serio in pochi mesi. In Italia lo sappiamo fin troppo bene. Quindi il programma di riforme ha bisogno di un adeguato orizzonte temporale. Oltre alle riforme, occorre che la morsa dell’austerità sia allentata. Avanzi primari superiori all’1 per cento sono indesiderabili in questa fase. Programmi di aiuto alle fasce più deboli della popolazione sono invece indispensabili. Su queste basi, un accordo reciprocamente vantaggioso non sembra impossibile da raggiungere, specie tenendo conto che il Pil della Grecia è meno del 2 per cento di quello dell’Eurozona. Infatti, a un certo punto sembrava che l’accordo fosse dietro l’angolo. Eppure non è andata così, come la chiusura delle banche greche ci ricorda in modo fin troppo chiaro.

Che cosa è andato storto

Cosa è andato storto? In primo luogo, alcune delle istituzioni coinvolte non possono accettare una esplicita cancellazione, anche solo parziale, dei loro crediti. Questo rende anche le altre parti coinvolte meno propense a fare concessioni. In secondo luogo, la rinegoziazione è più difficile quando ci sono molte parti sedute al tavolo, specie se hanno obiettivi diversi. Chi parla per l’Europa? Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk? Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker? La cancelliera Angela Merkel? Chi di loro ha l’ultima parola? Dover convocare un Consiglio europeo ogni volta che un accordo sembra in vista non è il modo più efficace per convergere verso una soluzione.

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Fonte: Linkiesta.it

lunedì 29 giugno 2015

Davvero l’UE ha imposto all’Italia la produzione di formaggio “senza latte”?

Ovviamente no, nonostante certi titoli, ma ha chiesto all'Italia di cambiare una vecchia legge sulla produzione di formaggi

(Andrea D'Errico/LaPresse)

Da due giorni circola molto una notizia secondo cui la Commissione Europea abbia emesso un “diktat” – non si capisce molto di più, concretamente – al governo italiano per costringerlo alla produzione del formaggio “senza latte” o con latte in polvere. La Stampa, per esempio, ha titolato: “L’Ue ci impone il formaggio senza latte”. La parola “diktat” è stata usata in un tweet anche dal ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, che il 28 giugno ha scritto: «su formaggi e latte in polvere no a diktat EU».

In realtà la questione è molto più complicata e riguarda una legge italiana del 1974 che vieta l’utilizzo di latte in polvere per la produzione di formaggi: secondo una lettera inviata al governo italiano dalla Commissione Europea e citata dal Corriere della Sera, la legge in questione violerebbe la «libera circolazione delle merci» all’interno dell’Unione Europea, e di conseguenza deve essere modificata. Esistono dei meccanismi che non rendono automatica la decisione della Commissione, e in generale ci vorranno diversi mesi (o anni) affinché si arrivi a una decisione definitiva. Come già anticipato dallo stesso Martina, poi, un’eventuale modifica della legge non interesserebbe i formaggi a Denominazione di Origine Protetta (DOP), i più pregiati e caratteristici del mercato italiano.

E comunque, anche se la procedura d’infrazione della Commissione Europea andasse a buon fine, il governo italiano sarebbe costretto a rendere legale anche la possibilità di produrre formaggio con latte in polvere: ma non per questo gli sarà “imposto” di produrre formaggio senza latte (il latte in polvere conta comunque come latte).

Da capo
La legge 138 del 1974, al comma c dell’articolo 1, prescrive che è vietata la detenzione, la produzione e la vendita di «prodotti caseari preparati con i prodotti di cui alle lettere a) e b) [cioè latte fresco a cui è stato aggiunto latte in polvere] o derivati comunque da latte in polvere». Secondo il Corriere della Sera la legge 138 è stata “denunciata” circa due anni fa alla Commissione Europea, che nel novembre del 2013 ha chiesto informazioni all’Italia sulla questione. Di recente, secondo quanto scritto dal Corriere della Sera e dalla Stampa, la Commissione Europa ha invece inviato una “lettera di messa in mora”: cioè il meccanismo “iniziale” con cui la Commissione contesta a un dato stato la violazione di alcune norme europee, e al contempo dà due mesi di tempo per rispondere alle contestazioni.

Secondo il Corriere della Sera, il governo italiano si incontrerà il 24 luglio con alcuni rappresentanti della Commissione per discutere del problema. Nel caso uno stato decida di non adeguarsi alle direttive della Commissione una volta esauriti i due mesi, la questione viene risolta dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee: le infrazioni, cioè le multe in denaro, vengono attivate solo nel momento in cui un paese non rispetta una sentenza della Corte di Giustizia sulla vicenda (al momento l’Italia ha 98 procedure d’infrazione pendenti con la Commissione Europea, circa la metà delle quali ancora allo stadio della “messa in mora”).

Per quanto riguarda il contenuto della lettera di messa in mora – che il ministero delle Politiche Agricole ha definito “una diffida” – lo stesso ministro Martina in un comunicato stampa ha spostato la questione dal problema del latte in polvere a quello delle etichette e della «trasparenza delle informazioni da dare ai consumatori». Martina ha inoltre ricordato che la produzione dei formaggi DOP è già protetta da una normativa della Commissione Europea che proibisce l’utilizzo di «materie prime diverse da quelle previste dai disciplinari» (cioè di latte in polvere).

Fonte: Il Post

L’omosessualità non è più illegale in Mozambico


Da oggi non è più illegale essere gay in Mozambico. Questa mattina è entrato in vigore il nuovo codice penale, modificato in dicembre, che proibisce la persecuzione giudiziaria contro gli omosessuali in tutto il paese, dove comunque l’intolleranza è meno marcata che in altri stati dell’Africa meridionale.

Il vecchio codice penale, adottato nel 1886 quando il Mozambico era ancora una colonia portoghese, prevedeva “misure di sicurezza” contro chi “è solito dedicarsi ad atti contro natura”. Una disposizione che avrebbe potuto essere utilizzata per perseguitare gli omosessuali, con condanne ai lavori forzati fino a tre anni, ma non è mai stata applicata dopo l’indipendenza del paese nel 1975. Rilasciato lo scorso dicembre dal presidente uscente, Armando Guebuza, il nuovo codice depenalizza anche l’aborto, a seguito della mobilitazione dello scorso anno di molte organizzazioni che si battono per i diritti delle donne.

“È una vittoria simbolica. Ma per noi non cambierà molto”, ha detto all’agenzia francese Afp uno studente di comunicazione di 22 anni, socio dell’associazione Lambda difesa dei diritti Lgbt, che ancora non è riconosciuta dallo stato. “L’inclusione sociale rimane la sfida principale”, ha aggiunto, rifiutando di dare il suo nome.

“Non possiamo veramente parlare di volontà politica, il governo reagisce piuttosto alla pressione esterna di alcune ambasciate e investitori”, ha detto Dercio Tsandzana, un blogger e influente attivista.

L’entrata in vigore del nuovo codice penale è avvenuta in una certa indifferenza generale. Non è stato programmato nessun evento particolare per celebrare quello che in altri paesi della dell’Africa meridionale sarebbe apparso come un importante passo avanti per i diritti Lgbt. Gli atti omofobi sono molto rari in Mozambico, che invece è circondato da paesi in cui la situazione è completamente opposta. Basti pensare a Robert Mugabe, il presidente del vicino Zimbabwe, noto per la sua crociata anti-gay. E comunque, l’omosessualità rimane illegale nella maggior parte dei 54 paesi africani.

Fonte: Internazionale