venerdì 17 aprile 2015

Un nuovo attentato di Boko Haram

Almeno 10 persone sono morte in un duplice attacco compiuto questa notte nel nord del Camerun


Alcuni miliziani del gruppo terrorista Boko Haram hanno ucciso almeno 10 persone in un duplice attacco compiuto questa notte in due villaggi situati nel nord del Camerun, secondo fonti militari riportate dall'agenzia Reuters.

Gli attacchi avrebbero avuto luogo nei villaggi di Bia e Blaberi, nella provincia settentrionale di Kolofata.

I miliziani sarebbero riusciti a varcare il confine con la Nigeria prima dell'arrivo dell'esercito camerunense.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 16 aprile 2015

I coriandoli e il perizoma


“Se indichi a un uomo un atto rivoluzionario, lui vedrà un perizoma. #Draghi“. E’ questo uno dei tweet che più mi ha colpito nella giornata di oggi, nel mare magnum di cinguettii seguiti all'”aggressione” ai danni del presidente della BCE, Mario Draghi. Un blitz condotto a colpi di coloratissimi coriandoli, con un solo difetto: quel perizoma nero che si è intravisto in una delle fotografie scattate a raffica durante l’azione. Già perché stato quello a finire su molte delle prime pagine dei giornali italiani come fermo immagine dell’aggressione, quel particolare che non ti aspetti da quella ragazza solare che ha lanciato manciate di coriandoli colorati a pioggia sul presidente della Banca Centrale Europea.

Lasciando da parte i commenti sulla sicurezza, letteralmente bucata da una giovane che per fortuna impugnava un’inoffensiva bustina di coriandoli e non un’arma, gli italici commentatori de noantri – sia su Twitter che su Facebook – si sono subito scatenati con battutine di vario genere su quel perizoma immortalato durante lo slancio verso il presidente della BCE. Come sempre: si guarda il dito e non la luna. La rivoluzione, invece, erano i coriandoli.

Dal punto di vista comunicativo, infatti, la scelta di lanciare su Mario Draghi un’intera busta di coriandoli colorati è stata quanto mai perfetta: il colore contrapposto al grigio, ai toni pacati e uniformi, all’austerity, alle conferenze stampa ingessate di un’Europa dei popoli troppo spesso distante dalle reali esigenze dei cittadini. E poi il dettaglio che a lanciare quella pioggia colorata e varia sia stata una ragazza sorridente, allegra, tanto che mentre la portavano via si è lasciata andare anche a un “uuuh!”: in un’epoca in cui a dominare attentati, stragi, decapitazioni e situazioni di tensione è il nero, anche questo è un modo nuovo di protestare. Come dire: giunta a pochi centimetri dal potere non scelgo la violenza, ma i colori, la beffa, la gioia. Nell’Europa prostrata – per tacer dell’Italia – che con difficoltà si sta rialzando da una crisi economica che ha falciato imprese e aziende, quanti avrebbero optato per questa forma di protesta? Eppure il messaggio è arrivato forte e chiaro: “No alla dittatura della BCE“, ha scandito più volte la ragazza. La stessa che, mentre la sicurezza la trascinava via, si è fatta fotografare sorridente.

A fare la differenza è stata quindi proprio la scelta dei coriandoli piuttosto che di un’arma, di “indossare” un sorriso a volto scoperto piuttosto che un passamontagna, della gioia piuttosto che della violenza. E anche il messaggio è arrivato non intaccato da strumentalizzazioni politiche contro questa o quella forma di violenza: “No alla dittatura della BCE”. Al di là dell’italico feticismo da perizoma.

Fonte: Diritto di critica

mercoledì 15 aprile 2015

Pizza o McDonalds? L’ironico contro-spot dei napoletani

I bambini preferiscono la "pizza a portafoglio": nel video del food blogger "Puok e med" l'ironica e tagliente risposta alla multinazionale americana del fast food.



"Papà, ma ch'amma fa cu' sta schifezza? Io voglje ‘a pizza!". Stavolta la risposta allo spot anti-pizza di McDonalds Italia è alla napoletana: ironica e tagliente. Sono i bambini in un video ideato da Egidio Cerrone, alias "Puok e med", giovane food-blogger partenopeo, a replicare alla multinazionale autrice della discusso spot pubblicitario in cui i bambini preferiscono il fast food alla pizzeria. Il video girato da Giuseppe Tuccillo con le musiche di Danjlo Turco ha già ottenuto un enorme successo su Facebook, con migliaia di condivisioni, like e commenti divertiti alle immagini di bambini dall'inconfondibile accento partenopeo che addentano tranci di pizza.

Nel video di "Puok e med" ad essere celebrata è la popolare "pizza a portafoglio", gustosa variante "mini" e da asporto della pizza margherita, venduta per lo più all'ora di pranzo dalle pizzerie e gustata in piedi, davanti al banco, nella caratteristica posizione "incurvata" per evitare che l'olio finisca sulla giacca. Anche questo è "fast food" sembra sottintendere il provocatorio video che dopo, l'incursione dei pizzaioli in una sede napoletana del colosso americano, allontana con una grassa risata il polverone polemico sollevato dal messaggio della campagna McDonald's.

Fonte: fanpage.it

martedì 14 aprile 2015

La mappa degli orrori della rete stradale italiana

I numeri dell'Ispra raccontano perché la rete italiana è un colabrodo


720 punti a rischio crollo e 6.180 punti di criticità. Sono i principali dati dell’Ispra, Istituto pubblico per la protezione dell’ambiente, ripresi in un articolo de La Stampa a firma Roberto Giovannini che descrive i rischi della rete stradale italiana:

L’ingegneria in Italia ha pensato di poter fare a meno della geologia. Per cui ancora oggi si continua a costruire case, ponti, strade, e quant’altro in luoghi dove acqua e natura si riprenderanno prima o poi ciò che è stato loro sottratto. Il risultato? Secondo una recentissima rilevazione dell’Ispra – l’Istituto pubblico per la protezione dell’ambiente – sulle principali infrastrutture di comunicazione (autostrade, superstrade, strade statali, tangenziali e raccordi) esistono la bellezza di 6.180 «punti di criticità» per fenomeni franosi. Soltanto sulle autostrade i punti in cui gli scienziati dicono che una frana potrebbe avvenire sono ben 720. 1.862 «punti di criticità» per frana sono stati invece individuati lungo i 16.000 chilometri della rete ferroviaria.

Non proprio tranquillizzanti sono anche i dati dell’Ispra che descrivono il fenomeno franoso in Italia nel suo complesso. L’osservatorio sulle frane dell’istituto, infatti, sostiene che solo nel 2014 sono stati 211 gli eventi franosi principali, quelli che hanno causato morti o feriti o evacuazioni e danni ad edifici, beni culturali o infrastrutture. Complessivamente sono state censite nel nostro paese finora ben 499.511 frane su un’area di 21.182 chilometri quadrati, pari al 7% del territorio nazionale.

(Foto di copertina da archivio Ansa)

Fonte: Giornalettismo

lunedì 13 aprile 2015

È morto lo scrittore tedesco Günter Grass

Lo ha annunciato la casa editrice Steidl. L’autore premio Nobel per la letteratura aveva 87 anni

Lo scrittore tedesco Günter Grass a Madrid nel 2007. Susana Vera, Reuters/Contrasto

Lo scrittore tedesco Günter Grass è morto in una clinica della città di Lubecca, nel nord della Germania. Lo ha annunciato la casa editrice Steidl. Aveva 87 anni.

Nato a Danzica il 16 ottobre del 1927, Grass a diciassette anni entra come volontario nelle Waffen SS. Catturato dagli statunitensi nel 1945, finisce in un campo di prigionia in Baviera. Queste esperienze saranno poi ricordate nell’autobiografia Sbucciando la cipolla (Einaudi), la cui uscita è stata preceduta da un’intervista al giornale Frankfurter Allgemeine Zeitung e da molte polemiche sulla sua militanza nel braccio militare delle forze armate naziste.

L’esordio avviene nel 1959 con il romanzo Il tamburo di latta, primo titolo della trilogia di Danzica, che comprende anche Gatto e topo e Anni di cani. All’attività di romanziere, Grass ha alternato la scrittura di poesie, saggi e testi teatrali. Nel 1999 riceve il premio Nobel per la letteratura. Il suo ultimo romanzo tradotto in italiano è Il passo del gambero.

Fonte: Internazionale

domenica 12 aprile 2015

Benvenuti in E-stonia

Nel paese con 1,3 milioni di abitanti e 1.100 wi-fi gratuiti: tra incubatori di startup, una nuova spiritualità e burocrazia digitale

Marco Dotti

Le porte della città di Tallinn, Estonia, 3 marzo 2015. (Jordan Mansfield/Getty Images)

Tartu, 11 aprile 2015 – Un milione e trecentoventimila abitanti. Mille e centoquaranta nodi gratuiti di connessione wi-fi, anche nelle foreste. Non male, per un Paese che ha più alberi che abitanti.

«Estonia is an e-country», si legge sulle brochure che informano come sia possibile per tutti – cittadini e non – chiedere un’identità digitale estone, abbattendo, soprattutto per le aziende, l’ultima frontiera della burocrazia 2.0: e-Business Register, e-Tax Board, e-School, e-Prescription e – dal 2005, prima nazione al mondo – voto digitale (I-voting) sono realtà, non chiacchiere da smart-fighetti da convegno. In cinque minuti, qui, hai la tua dichiarazione dei redditi, in diciotto registri la tua società.

Qui è nato Skype. Qui hanno sede alcuni importanti think tank legati alla cyber security. Qui, da alcuni mesi, dopo l’inasprirsi delle tensioni internazionali con la Russia di Putin, i caccia – perché l’Estonia è nella Nato – sorvolano il confine. Qui, l’indipendenza è stata proclamata nel 1990, ma riconquistata – dopo mezzo secolo di occupazione sovietica e quattro di occupazione nazista – solo nel 1991. Qui, la prima connessione Internet è avvenuta nel 1992, ma solo cinque anni dopo già il 97% delle scuole estoni aveva una connessione veloce, grazie alla strutturazione di una rete diffusa e particolarmente intelligente, che ha permesso un tasso di iperscolarizzazione (l’89% degli adulti, tra i 25 e i 64 anni, possiede un high-school degree).

Taaraismo o spiritualità digitale

Qui la vita, fuor di metafora, è sempre stata veramente dura – basta tentare l’approccio con una lingua misteriosa e dura, che sembra finlandese, ma non lo è (e non è nemmeno ugro-finnico, come si legge qua e là sul web). Qui è stato duro anche per i sovietici piegare la resistenza dei Fratelli della Foresta ( metsavennad), insorti baltici, à la Jünger, che si rifugiavano tra i boschi e agivano con tecniche di guerriglia. Una storiografia di parte li ha poi qualificati come filo-nazisti, ma le cose, in questa parte di mondo, sono sempre più radicali e al tempo stesso più complesse di come le possiamo credere.

Qui ci sono più cori che chiese, Arvo Pärt è una gloria nazionale, ma la religione non suscita particolare interesse se è vero che solo il 16% degli estoni dichiara di credere in Dio .

Già, ma quale “Dio”? Perché se una cosa è la confessione, altra – ben altra – è la spiritualità , anche quella da laboratorio: nel 1928, dieci anni dopo l’indipendenza, un gruppo di intellettuali “progressisti” formatisi in Germania fondò il Taarausk o fede taaraista, recuperando neopaganesimo e culti precristiani.

Oggi, il taaraismo si è mischiato alla new age dando vita a un interessante e ancora poco studiato fenomeno di spiritualità smaterializzata e di immanent transcendence. Qualcosa, in questa terra che dicono senza Dio, lega fortemente il senso religioso all’era della smaterializzazione e dell’accesso integrali. Digitale e naturale si legano, in forme spesso inaspettate.

Una teoria del tutto

A Tartu, la seconda città dell’Estonia – nemmeno centomila abitanti, sul fiume Emajõgi – ha sede una delle più importanti università della regione Baltica, la Tartu Ülikool o, in latino, Universitas Tartuensis. Qui ha insegnato, fondandovi la sua scuola, il semiologo Jurij Michajlovič Lotman. Alcuni milanesi ancora ricordano – ma erano altri tempi, per la nostra cultura – quando centinaia di persone si accalcavano nelle sale dell’Ambrosiana, per seguirne le lezioni. Lotman era di casa in Italia, in particolare a Pavia. A Lotman, tra i più influenti intellettuali europei del Secolo Breve, dobbiamo la nozione di semiosfera.

Per questo studioso incredibilmente attento ai sommovimenti locali-globali della cultura, nel nostro mondo «ad avere un ruolo primario non sarà allora questo o quel mattone, ma il grande sistema chiamato semiosfera. La semiosfera è quello spazio semiotico al di fuori del quale non è possibile l’esistenza della semiosi». I segni si formano e ci informano in questo continuum. Fuori, impazziscono. Sono deliri, non segni.

Senza la semiosfera – osserva Lotman –, non vi sarebbe vita sociale, non vi sarebbero relazione o comunicazione. Non vi sarebbe realtà. La semiosfera è il nostro spazio vitale.

C’è un termine russo, byt, di cui si serve Lotman. Lo potremmo tradurre: “gesto o comportamento quotidiano”. Il concetto di byt – oggi più che mai al centro delle riflessioni semiotiche sulla web society – è parte della semiosfera ed è oggetto dei meccanismi di traduzione centro-periferia.

Scrive Lotman: «Byt è il consueto decorso della vita nelle sue forme reali e pratiche; byt sono le cose che ci circondano, le nostre abitudini, il nostro comportamento di ogni giorno. Il byt ci circonda come l’aria e, come dell’aria, ce ne accorgiamo solo quando manca, o quando è inquinata. Si trova sempre nella sfera pratica, è il mondo delle cose prima di tutto».

Il gioco, come l’aria

A Lotman dobbiamo anche alcune delle riflessioni più forti sul tema culturale del gioco. Riprendendo e piegando una sua intuizione inizialmente riferita al gioco delle carte (e alla rilettura di Puskin), potremmo chiederci come il gambling sia diventato, oggi più che mai, un modello universale per comprendere i meccanismi della finanziarizzazione, della smaterializzazione, della ludizzazione, dell’esistenza tutta.

Come è stato possibile che il gambling si sia posto al cuore stesso della mitologia biopolitica della nostra epoca? Difficile dare risposte. Ma in Estonia, più che altrove, anche in assenza di risposte, qualche domanda è lecito porsela.

Qui, infatti, dal 2010, per far fronte alla crisi che due anni prima si era abbattuta anche su questa porzione di mondo, il gambling online è stato legalizzato.

La legalizzazione ha dato il via a uno di quei processi di interrelazione globale-locale (qui, la semiosfera di Lotman c’entra eccome), che meriterebbero uno studio a sé. Il Paese, proprio grazie alla sua vocazione digitale, è diventato sede di operatori off-shore che vi hanno dislocato sedi operative e server.

L’Estonia è, oggi, uno dei principali centri globali di irradiazione dell’e-gambling, non tanto per ragioni fiscali (per quelle, bastano Gibilterra e Malta, che forniscono alle corporation vantaggiosissime zone franche), ma tecniche.

In Estonia – proprio a Tartu, dove è stata fondata nel 1999 – ha sede la Playtech, il più grande colosso globale di software per l’azzardo online, quotato al London Stock Exchange Main Market. Qui si sviluppano software e “soluzioni” innovative, che ne fanno uno dei centri tecnologici più importanti del Paese e, di conseguenza, dell’eurozona. Gambling e gaming, azzardo e gamification, ossia ludizzazione integrale di servizi e prodotti, si fondono in Estonia. Anche attraverso iniziative che, tra il milione e seicentomila visitatori che ogni anno arrivano nel Paese, attraggono più sviluppatori di software di qualsiasi Silicon Valley de noantri.

Negli ultimi anni, mentre in Italia era tutto un parlare di “incubatori” di start-up, in Estonia, con sovvenzioni del Fondo europeo di sviluppo regionale, hanno dato vita a GameFounders, il primo acceleratore di start-up incentrato unicamente su aziende e prodotti e app di gaming.

L’Estonia è così un ottimo prisma attraverso il quale scomporre la luce, altrimenti confusa, della nostra semiosfera. Con un’avvertenza, che ci viene ancora da Lotman.

Per descrivere il concetto di semiosfera, improntato a due concetti (noosfera e biosfera) di Vernadskij, e tornato di stringente attualità nel mondo digitale, Lotman riportava questo aneddoto: se prendiamo un vitello, possiamo ricavarne molte bistecche, ma se prendiamo molte bistecche non potremo mai ottenere un vitello. Anche col gioco, nelle sue dinamiche di gambling, gaming, sport o entertainment, sembra valere questa regola. Se la smaterializzazione delle relazioni umane attraverso una gamification – ossia la ludizzazione di ogni aspetto del byt o daily life– globale e integrale dell’esistenza attenga a un cumulo di bistecche o a un vitello è cosa che siamo ancora ben lontani dal comprendere.

Fonte: Linkiesta.it

sabato 11 aprile 2015

Fonderie Bastianelli: stop dal Tar Lazio


I lavori alle ex Fonderie Bastianelli, nel quartiere romano di San Lorenzo sono iniziati nel maggio del 2014, oggi arrivo lo stop del Tar del Lazio.

La vicenda della Bastianelli è stata sposata dai comitati di quartiere, i quali hanno combattuto (occupazione Communia) per evitare la conversione di un edificio storico in un edificio composto da miniappartamenti e da un parcheggio sotterraneo. Nel maggio scorso (video) i comitati sono usciti sconfitti da questa battaglia, ma oggi arriva la vittoria degli stessi, mai rassegnati.



La sentenza del Tar del Lazio accoglie sia il ricorso introduttivo sia il ricorso per motivi aggiunti, sotto numerosi profili, tra cui, molto interessante secondo l’avvocato Stefano Rossi, la carenza di istruttoria in ordine al mancato esame sulle ricadute e sull’impatto del progetto sul territorio.

Nella sentenza del Tar si specifica che sarebbe servito un nullaosta della Sovrintendenza comunale; nullaosta che risulta essere stato richiesto successivamente al permesso di costruire. Inoltre “l’amministrazione avrebbe dovuto procedere ad una disamina delle ricadute del progetto del tessuto urbano nel rispetto della conservazione storico culturale della città di Roma.”

La Libera Repubblica di San Lorenzo sostiene che la sentenza dimostra come la rigenerazione urbana non possa essere delegata ai desideri degli imprenditori e al loro bilancio economico, la sentenza dice che bisogna tener conto del tessuto urbano fatto di preesistenze e dell’abitare dei più, inoltre siamo solo all’inizio e questo è la dimostrazione di come la partecipazione promossa dall’amministrazione sia “acqua fresca” e non si può far coincidere gli interessi pubblici con quelli privati.

Ormai la Fonderia è stata intaccata nella sua storia, completamente abbattuta in quasi un anno di lavori che hanno destabilizzato la vita e gli edifici di chi vive vicino alle ex Fonderie e di un intero quartiere che ha visto sparire un pezzo della propria storia. Inoltre sono stati ritrovati reperti archeologici durante gli scavi.

Chi pagherà per questo scempio?

Sentenza Tar Lazio

Fonte: OltremediaNews

venerdì 10 aprile 2015

L’attentato di Milano, messo in ordine

Cosa è successo giovedì mattina nel Palazzo di Giustizia e chi è Claudio Giardello, l'uomo che ha sparato e ha ucciso tre persone


Giovedì 9 aprile intorno alle 11 del mattino un uomo – Claudio Giardiello – ha sparato 13 colpi di arma da fuoco dentro il Palazzo di Giustizia di Milano, uccidendo tre persone.

Cosa è successo
Claudio Giardiello è entrato poco dopo le 9 del mattino al Tribunale di Milano dall’ingresso di via Manara, molto probabilmente con un tesserino falso: questo gli avrebbe permesso di essere confuso per un avvocato ed evitare i controlli dei metal detector. Secondo la ricostruzione di Tommaso Buonanno, procuratore capo di Brescia, Giardiello ha agito “con premeditazione” (aveva con sè una pistola e due caricatori). Poco prima dell’inizio della sparatoria era seduto tra i banchi del pubblico in un’aula al terzo piano del Palazzo di Giustizia, nella seconda sezione penale. Poco prima delle undici, a udienza iniziata, ha estratto la pistola – una Beretta 98, che deteneva regolarmente – e ha ucciso l’avvocato Lorenzo Alberto Claris Appiani.

Successivamente, sempre in aula, Giardiello ha sparato anche a Giorgio Erba, che è morto in ospedale; ha sparato e ferito anche Davide Limongelli, suo nipote. Erba e Limongelli erano imputati nel suo stesso processo. Giardiello è poi uscito dall’aula scendendo le scale, dove ha incrociato e sparato al commercialista Stefano Verna che si era occupato di un suo procedimento. Arrivato al secondo piano del palazzo, è entrato nell’ufficio di Fernando Ciampi, giudice fallimentare: ha sparato di nuovo e lo ha ucciso mentre stava lavorando al computer.

Giardiello è riuscito a uscire dal palazzo da via Manara scappando con la sua moto per quasi 30 chilometri: è stato arrestato a Vimercate, città dove – stando a quanto ha detto il ministro degli Interni Angelino Alfano – era pronto a uccidere altre persone. Giardiello è stato interrogato dai carabinieri in caserma e poi portato in ambulanza in ospedale per un malore.

Nel frattempo
Subito dopo i primi spari, diverse persone hanno cominciato a scappare e a uscire per le strade. Il palazzo ha cominciato a essere evacuato, ma almeno una trentina di persone sono rimaste a lungo chiuse nell’aula al terzo piano del Tribunale dove si è verificata la sparatoria. Per diverso tempo dopo gli spari si è pensato erroneamente che Giardiello potesse trovarsi ancora dentro l’edificio.

Le persone uccise
Le tre persone uccise sono il giudice fallimentare Fernando Ciampi, 71 anni, citato come teste al processo in cui era coinvolto Giardiello e che aveva emesso una sentenza per il fallimento di una sua società. Ciampi era stato presidente dell’ottava sezione civile; da sei anni era alla seconda sezione civile, incaricata dei fallimenti. L’avvocato Lorenzo Alberto Claris Appiani, 37 anni, era un ex avvocato di Giardiello: si trovava in aula per testimoniare nella causa di bancarotta a carico di Giardiello stesso. Giorgio Erba, 60 anni, era co-imputato nel processo di Giardiello.

I feriti sono l’ex commercialista di Giardiello Stefano Verna e Davide Limongelli, 40 anni, nipote di Giardiello, anch’egli co-imputato nel suo stesso processo, che dopo essere stato sottoposto a un intervento durato oltre cinque ore al Niguarda è in prognosi riservata.

Chi è Claudio Giardiello
Claudio Giardiello ha 57 anni, è nato a Benevento ed è residente in Brianza, a Brugherio: lavorava nell’edilizia ed era imputato in un processo per fallimento della Magenta Srl, società immobiliare di cui lui era socio di maggioranza. Il bilancio della Magenta era in passivo di quasi 3 milioni di euro. Claudio Giardiello era indagato per truffa dal marzo 2014 dalla Procura di Monza. Si era fatto rilasciare una fideiussione di 258 mila euro dal Credito artigiano a nome dell’ex moglie Anna falsificando la firma. Giardiello era stato socio della «Edil casa», che non esiste più dal 1998; era stato il proprietario della «Claudio Giardiello», cessata nel 1989 e aveva avuto una partecipazione del 20 per cento nell’«immobiliare Leonardo», in fallimento dal 2012. Il Sole 24 Ore ha raccontato i suoi guai giudiziari:

È stata dichiarata fallita il 13 marzo del 2008 la Immobiliare Magenta, la società a responsabilità limitata di Claudio Giardiello, l’uomo che ha sparato oggi al Tribunale di Milano. L’azienda, si evince da una visura camerale, faceva capo per il 55% a Giardiello, per il 30% a Davide Limongelli, nipote di Giardiello, coimputato e rimasto ferito nella sparatoria. Un terzo socio con il 15% si chiama Giovanni Scarpa. Il curatore fallimentare nominato dal Tribunale si chiama Walter Marazzani. Nel novembre del 2006 era stato depositato un atto di sequestro delle quote di partecipazione di Limongelli e di Scarpa, mentre nel giugno e nel novembre del 2007 erano stati depositati atti di sequestro delle quote di Giardiello. Il curatore fallimentare della società è Walter Marazzani, nominato nel 2008.

Passivi totali per 2,8 milioni di euro di cui quasi un milione verso le banche e 250mila euro verso l’erario. È questa la situazione finanziaria della società. L’immobiliare, con sede a Milano, è fallita nel 2008 ma dai documenti della sezione fallimentare del Tribunale di Milano – consultati da Radiocor – è possibile ricostruire la situazione finanziaria a tutto il 2014. Del totale dei debiti, pari a 2,88 milioni di euro, la quasi totalità è di natura chirografaria mentre i privilegiati sono pari a 361mila euro. Le disponibilità liquide, a disposizione del curatore fallimentare Walter Marazzani, ammontano a dicembre 2014 a circa 284mila euro anche dopo incassi legati alla vendita di immobili e a un incasso da 60mila euro in seguito a una transazione con Unicredit Leasing. Esclusi dalla procedura fallimentare risultano altre passività per circa 750mila euro.

Come è entrato
Non è ancora chiaro come sia stato possibile introdurre un’arma all’interno del tribunale: i quattro ingressi del Palazzo di giustizia di Milano (Via Freguglia, Via S.Barnaba, Via Manara e quello principale in Corso di Porta Vittoria) sono sorvegliati dal personale di una società di vigilanza privata. Per accedere è necessario svuotare le tasche dagli oggetti metallici e oltrepassare un metal detector: il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha confermato che tutti i sistemi di sorveglianza tecnologici del Palazzo di Giustizia erano funzionanti.


All’interno del Palazzo, oltre agli addetti alla sorveglianza, sono in servizio anche alcuni carabinieri che presidiano l’edificio nei vari piani. In aula la vigilanza è obbligatoria solo in presenza di imputati detenuti e non era il caso del processo a carico di Giardiello. In questo caso se ne occupano gli agenti della polizia penitenziaria a volte in collaborazione con i carabinieri. I controlli possono però essere evitati dall’ingresso di via Manara se si è in possesso di un tesserino da avvocato o da dipendente del tribunale: il procuratore Bruti Liberati ha detto che Giardiello potrebbe essere entrato al palazzo mostrando un falso tesserino dalla porta riservata ad avvocati, magistrati e cronisti: per ora, ha specificato Bruti Liberati, si tratta però solo di un’ipotesi.

Fonte: Il Post