venerdì 4 settembre 2015

Dalla Siria al Circolo Polare Artico per scappare dalla guerra

Dai 40 gradi di Damasco ai -5 della città norvegese di Kirkenes - il lunghissimo viaggio dei rifugiati siriani

Una nave lascia il piccolo porto di Kirkenes, città nell'estremo nord della Norvegia, il 4 settembre 2010. Credit: Helge Sterk

Dalla Siria alla Norvegia, attraversando la Russia e passando per il Circolo Polare Artico. È questa la strada che nel 2015 è stata scelta da almeno 133 richiedenti asilo, di cui la maggior parte siriani in fuga dalla guerra.

Thomas Pettersen, il sovrintendente del commissariato della città di Kirkenes - nell'estremo nord della Norvegia - ha raccontato al The Guardian che da circa sei mesi è iniziato un modesto flusso di migranti siriani - tra le 5 e le 20 persone al mese - che vengono in macchina dalla Russia per chiedere asilo politico. Qualcuno avrebbe anche tentato il viaggio in bicicletta.

Dopo il controllo alla dogana, i migranti vengono imbarcati su uno dei due voli che quotidianamente collegano Kirkenes alla capitale Oslo, dove possono presentare la domanda d'asilo.

Il viaggio è lunghissimo: per molti comincia in Siria, a 4mila chilometri di distanza. Poi si passa per la Turchia o l'Iraq, per raggiungere infine la Russia, attraversando i monti del Caucaso o approdando sulle coste del mar Nero. Da lì, il tragitto continua per migliaia di chilometri fino alla città di Murmansk, nel nordovest del Paese, e poi verso il piccolo lembo di terra che collega quest'estremità della Russia alla Norvegia - in un territorio situato ben oltre il Circolo Polare Artico.

Il viaggio, che può durare anche settimane, sottopone i migranti ad un cambio di temperatura decisamente drastico: dai 40 gradi del deserto siriano alla tundra norvegese, dove le temperature medie estive oscillano tra gli 0 e i 10 gradi.

Fonte: The Post Internazionale

Il bimbo morto in mare e i trenta euro agli immigrati


Di Italo Gessani

Fa il giro del mondo l’immagine del cadavere del bimbo morto con il volto piantato nell’arena di una delle spiagge e subito si alza l’eco del moralismo. E allora ti ricordi la voce del Colonnello Kurz “Noi addestriamo dei giovani a scaricare Napalm sulla gente, ma i loro comandanti non gli permettono di scrivere “cazzo” sui loro aerei perché è osceno.”. Quando questioni come queste vengono sollevate ti rendi conto di appartenere ad una massa di ignoranti. Un popolo che ogni giorno espone nei luoghi di culto, negli uffici e finanche nelle scuole l’immagine di un uomo brutalmente inchiodato ad una croce di legno si indigna davanti ad un innocente bambino lasciato morire in un mare di burocrazia ed interessi economici che lui non poteva neanche immaginare. Certo l’immagine di Cristo è la Rivelazione assoluta che un uomo può anche morire ma le sue idee restano intatte a distanza di millenni. E cosa significherà da domani l’immagine di quel bambino morto? Qualcuno è pronto a scommettere in un cambiamento di rotta da parte della Germania verso i profughi. Ebbene, il Primo Ministro Merkel ha appena fatto sapere che il suo paese ospiterà volentieri gli esuli, che siano però provenienti dalla Siria. Quanto cuore. Finalmente anche la fredda donna che tiene in mano le redini dell’Europa dimostra di avere un cuore. Strano però, che dei poveri africani se ne debbano occupare le malmesse Italia e Grecia, mentre dei siriani no. Come mai? Forse perché loro non sono poveri. Sono solo persone che fuggono da una guerra civile, che hanno raccolto tutti i loro averi e che stanno andando via. Che differenza c’è tra un africano e un siriano? In realtà nessuna, se non che il secondo porta con sé i propri soldi mentre il primo ha dato tutto quello che ha allo scafista di turno. E certo sulla politica in merito agli immigrati c’è ancora tanto da dire, ma alcune precisazioni vanno fatte: quando la prima volta ho sentito dire che ogni immigrato prendeva 30 euro al giorno un po’ mi sono indignato. Poi, a differenza di tanti miei connazionali, mi sono documentato e ho scoperto che quella cifra sarebbe la massima diaria giornaliera prevista – dopo pubblica asta al ribasso – per i centri di prima accoglienza (C.A.R.A. – centro di accoglienza per richiedenti asilo), le cooperative sociali che si occupano dell’assistenza di base per i profughi (vitto, alloggio ed assistenza sanitaria). Quindi ricapitolando i 900 euro sarebbero la cifra massima non per i migranti ma per le cooperative. Ogni richiedente asilo ha a disposizione 2 euro e 50 centesimi al giorno, 75 al mese.

Si dice richiedenti asilo per dire cosa? La normativa stabilisce che i profughi rimangano nel centro di accoglienza per una ventina giorni se non identificati, e fino ad un massimo di 6 mesi per i migranti a cui è stato riconosciuto lo status di rifugiati (spesso però il termine dei 6 mesi viene prorogato, a causa di difficoltà burocratiche ed organizzative, non di certo per volontà dei rifugiati). Una volta ottenuto lo status di rifugiati l’80% di loro lascia l’Italia per approdare altrove in cerca di fortuna. Restano però da dare a questi malandrini delle cooperative 900 euro al mese Va però detto che quei fondi provengono dall’Unione Europea. La domanda che sorge spontanea a questo punto è: ma quei soldi non potremmo assegnarli ai nostri cittadini bisognosi (certo perché è ovvio che un italiano bisognoso è più importante di un negro bisognoso)? I fondi che arrivano per l’immigrazione sono vincolati all’immigrazione, e non possono essere spostati in un altro capitolo di spesa. Anche se, a parer mio un paio di precisazioni in tal senso vanno fatte. Fino a che si continuerà a lavorare in Italia con la gestione dell’immigrazione come un’emergenza continua è difficile essere onesti. Ma chi trae vantaggio dalle emergenze? Chi sa bene che in uno stato di normalità le deroghe nelle gare di appalto non potrebbero mai avvenire e allora ci sarebbero da rivedere le tassazioni alle cooperative, la selezione del personale e la capacità reale di accoglienza.
Ora continuate pure a gridare allo scandalo della foto da pubblicare o meno. Continuate pure a pensare che quel bimbo non è vostro figlio, non è vostro nipote. Rivolgetevi al vostro crocifisso e copritelo: mi sembra immorale che lo guardiate ancora.

Fonte: Planetmagazine.it

giovedì 3 settembre 2015

La foto del bambino siriano morto in Turchia

Non la mostriamo, perché è terribile: tanto terribile che forse andrebbe mostrata

(AP Photo/DHA)

Alcune barche di profughi siriani sono naufragate mercoledì davanti alle coste turche, vicino al centro turistico di Bodrum, mentre erano dirette all’isola greca di Kos. Tra le persone che sono morte nel naufragio c’era un bambino molto piccolo, e la terribile fotografia del suo corpo sulla spiaggia tra le onde sta girando molto su internet e facendo una grandissima impressione. Altre immagini, come quella qui sopra, mostrano la polizia turca che porta via il corpo del bambino. È terribile, impressionante, e rivelatrice insieme: racconta terribilmente una storia e molte storie. E pone ancora una volta la questione ormai quasi quotidiana delle scelte che si fanno tra mostrare ciò che aiuta a capire e a dare un’idea più concreta delle cose che succedono, e non mostrare ciò che sembra troppo indiscreto e doloroso delle tragedie. La fotografia è qui.

Fonte: Il Post

mercoledì 2 settembre 2015

Migranti, Ungheria e Grecia al collasso, Berlino chiede controlli al Brennero

La situazione dei migranti in Europa sta precipitando ora dopo ora


Migranti, un altro giorno di passione nel cuore dell’Europa. La polizia ungherese continua a bloccare la stazione ferroviaria Keleti di Budapest con i migranti che continuano a manifestare in piazza Baross dopo aver trascorso la notte in strada. La Germania ha chiesto all’Italia di ripristinare i controlli alla frontiera con il Brennero «nel rispetto degli accordi di Schengen, analogamente a quanto avvenuto in occasione del G7». In Repubblica Ceca la polizia starebbe arrestando i migranti che cercano di raggiungere Germania e Austria via treno, con 200 persone “marchiate” con un numero a pennarello, numero poi scritto sul treno sequestrato. In Grecia l’isola di Lesbo è al collasso.

LEGGI ANCHE: Italia, Francia e Germania: «Subito nuove regole europee sui migranti»

(ANSA/AP Photo/Petr David Josek)

MIGRANTI, CENTINAIA DI PROFUGHI ACCOLTI A BOLZANO Si moltiplicano le difficoltà quindi nella gestione dei flussi migratori. La Baviera, continua la Provincia di Bolzano, sta registrando in queste ore un’ondata record di arrivi di profughi provenienti sopratutto dalla rotta dei Balcani. Questo ha creato una situazione di emergenza che ha spinto l’ente ad «accogliere per qualche giorno un numero di profughi stimati tra i 300 e i 400. Saranno reperite alcune palestre, dove gli impianti igienici e le infrastrutture sono già funzionanti, mentre nella gestione e nell’assistenza la Provincia attiverà la protezione civile e la collaudata collaborazione delle associazioni locali di volontariato. Le spese per questo intervento umanitario straordinario saranno a carico dello Stato».

MIGRANTI, CAOS A BUDAPEST Una situazione ben diversa da quella che stanno vivendo i migranti in Ungheria. All’esterno della stazione di Keleti ci sono circa 2.000 persone che sperano di partire verso Austria e Germania. All’interno della “zona di transito” sono bloccate 1.200 persone mentre fuori dalla fermata della stazione metropolitana alcuni volontari dell’organizzazione sorta su Facebook per dare assistenza ai migranti, “Migration Aid”, stanno aiutando centinaia di persone accampate all’ingresso della stazione o sulle scale. Del resto la situazione in Ungheria è pressoché drammatica. Ieri sono entrati nel Paese 2.284 migranti, tra cui 353 minorenni. Un numero maggiore di circa 500 unità rispetto al giorno precedente. Si tratta in massima parte di persone provenienti da Siria, Afghanistan e Pakistan. Tuttavia Germania e Austria accoglieranno solo i rifugiati siriani. E secondo le stime sono entrate in Germania più di 100 persone l’ora nelle prime sei ore della giornata.

MIGRANTI, FERMATO UN FURGONE CON 24 CLANDESTINI A BORDO - Nel frattempo, la polizia austriaca fa sapere di aver fermato, nella notte tra lunedì e martedì, un furgoncino che trasportava 24 migranti afghani. Sono stati tutti liberati: rischiavano di morire asfissiati. La maggior parte erano adolescenti. 

LEGGI ANCHE: La foto dei migranti marchiati col pennarello dalla polizia ceca

MIGRANTI, LE ROTTE DALLA TURCHIA ALLA GRECIA Secondo quanto riferito dal quotidiano turco Hurriyet, ripreso da Repubblica, la rotta tra Bodrum e Kos varrebbe circa 1000 dollari. Ed è partita dalla Turchia l’imbarcazione affondata nel suo tragitto verso la Grecia da Aspat con la morte di tre bambini. Un’altra imbarcazione, partita invece da Aloha, sempre vicino a Bodrum, con a bordo sei persone, è affondata causando la morte di 4 passeggeri. La Turchia dal canto suo ha affermato di aver salvato la vita a 42.000 migranti. E la vicinanza delle isole greche alla Turchia sta creando problemi anche ad Atene. 4.300 persone sono sbarcate al porto del Pireo in attesa di essere poi spostati nel centro dell’Europa lungo la rotta dei Blcani per alleggerire la situazione difficile che si registra all’isola di Lesbo.

MIGRANTI, ITALIA BOCCIATA DALLA CORTE DI GIUSTIZIA UE E sempre l’Italia deve fare i conti con una decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha bocciato la normativa italiana che impone ai cittadini di Paesi terzi che chiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso di soggiorno di pagare un contributo di importo variabile tra 80 e 200 euro contro i 10 euro circa pagati per il rilascio della carta d’identità. (Photocredit copertina ANSA/AP Photo/Petr David Josek)

Fonte: Giornalettismo

martedì 1 settembre 2015

Che cosa succede a Budapest

Il governo ha fatto chiudere la stazione per i troppi migranti presenti e diretti verso l'Austria, dove ieri sono arrivati in oltre tremila: ora i treni partono, ma senza migranti a bordo

Migranti nella stazione di Bucarest, sorvegliati dalla polizia. (ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images) 

Martedì mattina le autorità ungheresi hanno deciso di chiudere temporaneamente la stazione principale di Budapest, Keleti, a causa dell’affollamento di migliaia di migranti che volevano salire sui treni diretti in Austria. Riporta il Guardian che la chiusura della stazione è stata comunicata con un annuncio dagli altoparlanti e inizialmente non era chiaro per quanto tempo le partenze sarebbero state sospese. Nella tarda mattinata la stazione è stata riaperta ma l’ingresso è vietato ai migranti e profughi che si sono raccolti a Budapest nelle ultime settimane. Secondo la polizia ungherese, nella notte tra lunedì e martedì circa 2.000 persone si erano raccolte alla stazione di Budapest per partire verso Austria e Germania, molti di loro con regolare biglietto, e altre centinaia di persone potrebbero arrivare nella giornata di oggi.




La chiusura della stazione potrebbe essere stata causata, sempre secondo il Guardian, dalle pressioni del governo austriaco che tra ieri e oggi si era lamentato del fatto che le autorità ungheresi non si stessero preoccupando di controllare i visti delle persone che viaggiavano sui treni in partenza da Budapest. Il governo ungherese ha convocato oggi l’ambasciatore austriaco a Budapest lamentandosi di aver ricevuto critiche pubbliche per un problema di carattere europeo e che sta causando molti problemi in Austria.

Davanti alla stazione dei Budapest i migranti hanno protestato contro la sospensione delle partenze e ci sono stati degli scontri di lieve entità con la polizia: circa 100 agenti in tenuta anti sommossa sono stati schierati per impedire ai migranti l’ingresso nella stazione. Molti dei migranti, che hanno già comprato biglietti per l’Austria al costo di circa 100 euro l’uno, vivono come un’ingiustizia il fatto che gli sia impedito di partire dopo che per tutta la giornata di ieri la polizia aveva permesso a tutti di salire sui treni per Vienna senza effettuare controlli.

Le pressioni del governo austriaco su quello ungherese per il controllo delle partenze dei migranti sono arrivate dopo che lunedì 31 agosto migliaia di migranti erano arrivati a Vienna in treno dall’Ungheria, dopo essere stati bloccati per diversi giorni al confine con l’Austria. Secondo la polizia le persone arrivate lunedì sono 3.650. I migranti arrivati a Vienna, per lo più provenienti dalla Siria, sono stati accolti da alcuni gruppi di volontari e le autorità austriache hanno spiegato che ora avranno due settimane per decidere se chiedere asilo o spostarsi in un altro paese. Secondo BBC la maggioranza delle persone arrivate in Austria dall’Ungheria sono dirette in Germania – paese che ha deciso di accettare tutte le richieste di asilo di profughi siriani, anche in violazione del trattato di Dublino – e molti di loro si sono subito imbarcati su altri treni diretti in Germania.

Lunedì la polizia austriaca aveva fermato diversi treni sul percorso che collega Budapest e Vienna, spiegando che tutte le persone che avevano fatto richiesta di asilo in Ungheria sarebbero state riportate oltre il confine; tuttavia – dice BBC – non è chiaro se questo sia effettivamente successo. Alcune delle persone arrivate in Austria hanno invece detto che i controlli della polizia sono stati piuttosto laschi e che a molti dei migranti non sono stati chiesti i documenti. Negli ultimi giorni i controlli della polizia austriaca si sono invece intensificati sulle strade che collegano l’Ungheria all’Austria, quelle più usate dai trafficanti di persone. Queste misure di polizia, che in parte violano il diritto di viaggiare liberamente tra i paesi UE sancito dal trattato di Schengen, sono state considerate necessarie per evitare altri casi come quello dei 71 migranti trovati morti in un camion la settimana scorsa.

A Vienna, lunedì, c’è anche stata una manifestazione per chiedere accoglienza e rispetto per i migranti provenienti dal Medio Oriente e in memoria delle 71 persone morte nel camion proveniente dall’Ungheria: circa 20.000 persone hanno partecipato a una marcia attraverso il centro della città con striscioni e cartelli di benvenuto per i migranti.

L’Austria è solo l’ultimo dei paesi europei coinvolti dal massiccio arrivo di migranti, dopo la Grecia, la Macedonia, la Serbia e l’Ungheria. Durante il 2015 il percorso che attraverso i Balcani porta in Europa è diventata la rotta più utilizzata dalle persone provenienti dal Medio Oriente che provano a raggiungere via terra l’Europa centrale e del nord, e ognuno dei paesi toccati dal transito dei migranti ha dovuto farsi in qualche modo carico dell’emergenza. I paesi dell’Unione Europea, quelli più ricchi e con regole più chiare per quanto riguarda il diritto di asilo, sono la meta di chi arriva in Europa, ma non tutti gli stati hanno reagito nello stesso modo all’arrivo dei migranti: se la Germania ha deciso di accogliere tutti i rifugiati siriani, per esempio, l’Ungheria ha deciso di costruire un muro lungo il suo confine per impedire l’ingresso di migranti sul suo territorio.

A Monaco di Baviera, dove arrivano molte delle persone che partono dall’Austria e dall’Ungheria, la polizia ha predisposto un centro di accoglienza e riconoscimento, dove i migranti che arrivano con i treni vengono portati in autobus dalla stazione. Diversi gruppi di volontari si sono attrezzati per accogliere i migranti anche alla stazione di Monaco, e la polizia – che sta coordinando la situazione – ha chiesto ai cittadini di non portare più donazioni per i migranti in stazione, dicendo di averne già raccolte troppe. Al momento ci sono circa 200 persone alla stazione di Monaco, in attesa di essere portate nel centro di accoglienza, mentre nelle ultime 24 ore ne sono arrivate circa 2.500.

Fonte: Il Post

Oltre 10.000 islandesi sono pronti ad accogliere i rifugiati siriani


Mentre in altri paesi si litiga per accogliere profughi e migranti, una bella lezione di civiltà e umanità arriva da una piccola nazione del Nord Europa.

Dopo che il governo islandese ha annunciato il mese scorso che avrebbe accettato solo cinquanta rifugiati umanitari provenienti dalla Siria, la professoressa Bryndis Bjorgvinsdottir ha lanciato un’iniziativa su Facebook per incoraggiare i concittadini a parlare in favore di chi ha bisogno di asilo. Nel giro di ventiquattro ore, più di 10.000 islandesi si sono resi disponibili per offrire case e aiuti, inoltre hanno sollecitato il loro governo a fare di più.

Il governo islandese, rispondendo ai post, ha detto che avrebbe preso in considerazione l'aumento del contingente sui rifugiati siriani.

Sulla bacheca della pagina dell'iniziativa ci sono stati molti i commenti di solidarietà verso chi scappa dalla guerra a differenza forse di alcuni pareri nostrani, disgustosi e offensivi. Ribadisco ancora una volta il concetto che i delinquenti non hanno bandiere e chi fa tutta un’erba, un fascio, ha la coscienza sporca oppure si è fatto manipolare la mente da persone e fatti inventati solo per creare odio.

Photo credit Andreas Tille [GFDL or CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons

Fonte: Web sul blog

Eni scopre il più grande giacimento di gas del Mediterraneo. Renzi: “Risultato straordinario”


Eni scopre in Egitto un giacimento da 850 miliardi di metri cubi di gas capace di rivoluzionare l’intero assetto geopolitico del Mediterraneo. Claudio Descalzi, Ad di Eni: “Scoperta storica, trasforma lo scenario energetico”. Renzi si congratula: “Risultato straordinario”.

Di Massimo Bonato


La multinazionale italiana Eni ha scoperto in Egitto un giacimento di 850 miliardi di metri cubi di gas per un’estensione attorno ai 100 chilometri quadrati.

Una “scoperta storica” quella che il comunicato dell’Eni definisce domenica 30 agosto. Una scoperta capace di cambiare lo scenario geopolitico del Mediterraneo e non solo.

Il giacimento è stato scoperto a 1450 metri di profondità attraverso il pozzo Zohr 1X, nel blocco Shorouk che l’Eni ha ottenuto con un accordo firmato nel 2014 con il ministero del Petrolio egiziano e la Egyptian Natural Gas Holding Company (EGAS) a seguito di una gara internazionale.


Il giacimento di 850 miliardi di metri cubi di gas (bcm) è pari a 5,5 miliardi di barili di petrolio e potrebbe rivelarsi uno dei giacimenti di gas naturale più grandi al mondo, anche più grande del Leviathan, il giacimento da 620 bcm al largo di Israele. Una quantità di gas tale da permettere di soddisfare la domanda di gas naturale interna dell’Egitto per molti decenni.

L’Ad di Eni, Claudio Descalzi si è recato al Ciaro per conferire con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e aggiornarlo sulla scoperta. Ha incontrato il primo ministro Ibrahim Mahlab, il ministro del Petrolio e delle Risorse minerarie Sherif Ismail, dichiarando: “La strategia che ci ha portato a insistere nella ricerca nelle aree mature di paesi che conosciamo da decenni si è dimostrata vincente – ha dichiarato Descalzi – a riprova che l’Egitto presenta ancora un grande potenziale. Questa scoperta storica sarà in grado di trasformare lo scenario energetico di un intero paese, che ci accoglie da oltre 60 anni”.

L’Eni è infatti in Egitto sin dal 1954, nel 1967 vi fu la scoperta del campo di Abu Maadi e nel marzo 2014 ha firmato un accordo per investimenti di 5 miliardi di dollari, per progetti destinati a protrarsi per quattro anni e a produrre 200 milioni di barili di petrolio e 37 miliardi di bcm di gas. La scoperta odierna rivoluziona al rialzo questi dati.

Congratulazioni sono giunte subito da Matteo Renzi, che ha sentito il presidente egiziano al-Sisi. “Complimenti a Eni per questo straordinario risultato di un lavoro di ricerca che si inserisce nell’ambito dei rapporti tra Italia ed Egitto, in un’ottica di partnership economica strategica che riguarda il nostro Paese e più in generale l’intero continente africano” ha detto Renzi.

Fonte: _omissis_

Destra in rivolta e ancora sangue a Kiev: l’Ucraina a un passo dal baratro

Gli alleati che diventano nemici, la destra ultranazionalista provoca scontri: per il governo di Poroshenko e Yatseniuk è notte fonda

Stefano Grazioli

Kiev, 1 settembre 2015. (SERGEI SUPINSKY/AFP/Getty Images)

La chiave per capire ciò che è successo a Kiev l’ha data paradossalmente lo stesso premier ucraino Arseni Yatseniuk, dicendo che gli estremisti della destra ultranazionalista che hanno provocato gli scontri nella capitale con morti e feriti sono peggio dei separatisti filorussi del Donbass, perché stanno distruggendo il Paese nel nome del patriottismo.

L’analisi calza, anche se ovviamente arriva dal pulpito sbagliato. Se responsabili dei disordini di piazza sono infatti i radicali di Svoboda, guidati da Oleg Tiahnybok, e il gruppo paramilitare Pravy Sektor con alla testa Dmitri Yarosh, bisogna ricordare che il primo è stato il vero motore della rivoluzione del 2014, quando guidava la troika dell’opposizione infiammando Maidan più di quando non facessero lo stesso Yatseniuk e Vitaly Klitschko.

Il secondo è il leader che ha sempre rifiutato il compromesso con Victor Yanukovich e ha contribuito sostanzialmente a trasformare la pacifica protesta europeista in uno scontro armato, sino alla vittoria finale con bagno di sangue compreso.

Tiahnybok è stato alleato di Yatseniuk nel primo governo dopo Maidan e Yarosh, ora più meno integrato nell’architettura governativa come consigliere del Ministero della Difesa, coordina i battaglioni di volontari che combattono nel sudest.

Insomma, gli alleati si sono trasformati in nemici e il caos di Kiev non è che l’ennesima tappa di un pericoloso processo che rischia di portare alla disintegrazione dell’Ucraina. Se l’ex repubblica sovietica ha già perso la Crimea, annessa senza troppi complimenti dopo quello che a Mosca è stato considerato un vero e proprio colpo di stato, e la questione del Donbass rimane lontana da una soluzione che vedrebbe i territori occupati tornare sotto il controllo del potere centrale, è evidente che i problemi interni hanno un peso non secondario per la stabilità.

L’esistenza dell’Ucraina come stato unitario non dipende solo dai voleri di Vladimir Putin, ma dalle dinamiche di un Paese che da failing state corre il pericolo di diventare davvero uno stato fallito ai confini dell’Unione Europea.

Non bisognava essere dei raffinati analisti né possedere una sfera di cristallo per prevedere uno sviluppo del genere. Il primo governo Yatseniuk era collassato già la scorsa estate, dopo che i moderati di Vitaly Klitschko, alleati di Poroshenko, e quelli riunitisi intorno a Yulia Tymoshenko avevano rotto l’alleanza parlamentare; il secondo, nato dopo le elezioni di ottobre, era ed è formato da cinque partiti che poco hanno a che spartire e va dagli ultranazionalisti di Oleg Lyashko all’eroina della rivoluzione arancione del 2004 passando per i centristi dell’ex sindaco di Leopoli Andrei Sadovy.

Poroshenko e Yatseniuk sono in picchiata nei sondaggi, il premier viaggia addirittura sotto il 2%: un disastro annunciato. Non c’è da stupirsi dunque davanti alla fiammata nazionalista, in vista anche delle elezioni amministrative di ottobre.

E che lo scontro sia arrivato sul tema delle riforme costituzionali e del decentramento non è una sorpresa, visto che nei mesi scorsi le spaccature si erano aperte su ogni fronte: Poroshenko contro Yatseniuk, Lyashko contro presidente e premier, Tymoshenko e Sadovy contro tutti, alla stessa stregua dell’estrema destra dentro e fuori il parlamento.

In fondo nulla di nuovo, in un Paese che in poco più di un decennio ha sopportato due rivoluzioni, alleanze intercambiabili gestite dagli oligarchi, tracolli economici e pure una guerra ancora in corso. L’Ucraina post-Yanukovich è in pratica uguale a quella pre-rivoluzionaria, corrotta sino al midollo e priva di una classe politica in grado di gestire il timone della nave che sta affondando. Il Paese è spaccato, al di là del Donbass, e le fratture possono allargarsi drammaticamente visto che il quadro generale è traballante.

Riforme costituzionali e decentramento, previsti dagli accordi di Minsk, sono un passo per la stabilizzazione e necessitano sia di accordi interni sia del dialogo nazionale tra centro e periferia rimasto anch’esso sulla carta. L’alternativa è che i primi morti di piazza a Kiev dopo quelli del bagno di sangue del febbraio 2014 non siano solo un caso, ma i prodromi di una terza rivoluzione che precipiterà l’Ucraina nel baratro, sotto l’occhio cinico di Vladimir Putin e quello miope di un Occidente non certo esente da responsabilità.

Fonte: Linkiesta.it