domenica 1 maggio 2016

Festa dei lavoratori?


Per milioni di persone, i disoccupati, quella del primo maggio è una giornata come le altre. Non c'è niente da festeggiare. Purtroppo, da diversi anni a questa parte, la festa dei lavoratori non coincide affatto con la festa del lavoro. Lavoro a tempo determinato, lavoro nero, lavoro part time. Lavoro e basta non se ne trova. C’è sempre un aggettivo appresso. E sono quegli aggettivi a modificare il senso del lavoro, la sua prospettiva futura, la sua sicurezza, il suo status. Il precariato ha diminuito sia i disoccupati che gli occupati a tempo indeterminato. Risultato, l’insicurezza. Quella sociale, però. Perché poi c’è anche l’insicurezza materiale, fisica, nel mondo del lavoro. Le morti bianche le chiamano. Anche qui un aggettivo a caratterizzare la morte. Bianca perché è innocente. Non si può morire sul lavoro!

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (art.1 Cost.)

IL SIGNIFICATO DI QUESTA FESTA
Il primo maggio è la festa dei lavoratori o festa del lavoro. E’ una festività che annualmente viene celebrata per ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. L'origine della festa viene fatta risalire ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate alla Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialista ed anarchico - suggerirono come data della festività il Primo maggio. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia soltanto due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Nel 1947 fu funestata a Portella della Ginestra (Palermo) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.

sabato 30 aprile 2016

È stato occupato il Parlamento iracheno

A Baghdad centinaia di manifestanti sciiti hanno scavalcato il muro della cosiddetta "Zona Verde" per protestare contro il governo

(AP Photo/Khalid Mohammed)

Sabato centinaia di sostenitori di Moqtada al Sadr, un noto leader religioso sciita molto radicale, hanno scavalcato le recinzioni che circondano la Zona Verde di Baghdad, dove si trovano diversi edifici del governo e molte ambasciate. I manifestanti sono riusciti a entrare nell’edificio del Parlamento, urlando slogan contro il governo – guidato da un primo ministro sciita, ritenuto non abbastanza radicale – e esponendo bandiere irachene. Il generale di brigata Saad Mann ha annunciato lo stato di emergenza in città.


I sostenitori di al Sadr stavano protestando da settimane fuori dalla Zona Verde di Baghdad, chiedendo al governo di approvare delle importanti riforme. Le proteste sono ricominciate dopo che il Parlamento non è riuscito per l’ennesima volta ad approvare la sostituzione di alcuni ministri con dei tecnici. La decisione di procedere a un programma di riforme era stata presa dal primo ministro iracheno, Haider al Abadi, con l’obiettivo di combattere la corruzione, particolarmente diffusa nei vari apparati governativi dell’Iraq. La proposta di Abadi è stata però osteggiata dai partiti politici iracheni.

Anche se al Sadr non ha incarichi di governo, da anni ha un ampio seguito popolare ed è considerato una delle personalità più importanti dell’Iraq. Dopo l’invasione americana del 2003, al Sadr guidò un’insurrezione contro le forze occupanti e contro l’allora governo provvisorio. Tra il 2003 e il 2008 le sue milizie, il cosiddetto “Esercito del Mahdi”, si scontrarono spesso con l’esercito americano e quello regolare iracheno. Nel 2008 al Sadr sciolse la milizia trasformandola in un partito politico, il Movimento Sadrista.

Fonte: Il Post

Almeno dieci persone sono morte nel crollo di un edificio a Nairobi

Intanto proseguono le ricerche delle persone intrappolate sotto le macerie dopo il crollo di un edificio, a causa delle forti piogge


A Nairobi, capitale del Kenya proseguono le ricerche delle persone intrappolate sotto le macerie dopo il crollo di un edificio, a causa delle forti piogge. Almeno dieci persone sono rimaste uccise.

L'edificio si trovava in un complesso residenziale nel quartiere di Huruma. Non è chiaro quante persone siano rimaste intrappolate sotto le macerie.

Il capo della polizia, Jafet Komme, ha detto che almeno 121 persone sono state salvate. Ci sono notizie contrastanti sul fatto che l'edificio avesse sei o sette piani.

Oltre alle persone morte nel crollo, almeno altre sette sono morte a causa delle forti piogge che hanno provocato frane, crolli, inondazioni e strade allagate nell'area.

Steven Oundo, il presidente della Autorità nazionale edile del Kenya, ha detto che ci sarà un'indagine per verificare se l'edificio aveva tutte le autorizzazioni in regola. Sono molti infatti gli edifici residenziali mal costruiti a Nairobi.

Huruma è un quartiere povero alla periferia di Nairobi, fatto di strade strette che hanno complicato l'arrivo dei soccorsi.

Un sondaggio condotto lo scorso anno ha rilevato che più della metà degli edifici nella capitale erano in realtà inabitabili. L'elevata domanda di alloggi a Nairobi ha portato a costruire edifici bypassando i regolamenti edilizi per ridurre i costi e aumentare i profitti.

Il presidente Uhuru Kenyatta l'anno scorso aveva ordinato una verifica di tutti gli edifici del paese dopo una serie di crolli.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 29 aprile 2016

E quindi, chi resta per Roma?

Quali sono i candidati dopo il ritiro di Bertolaso, chi appoggia chi e cosa dicono i sondaggi

Virginia Raggi, aprile 2016 (© Andrea Ronchini/Pacific Press via ZUMA Wire)

Il 5 giugno si voterà per le elezioni amministrative in diverse città italiane, inclusa Roma, dove da settimane il centrodestra si trovava in una situazione complicata: non era chiaro chi sostenesse chi, circolavano quasi quotidianamente nomi di nuovi candidati, retroscena e voci di ritiri. Giovedì 28 aprile le cose sembrano essersi almeno in parte chiarite, con il ritiro di Guido Bertolaso, il candidato sostenuto da Forza Italia.

Forza Italia, che aveva promosso e difeso la candidatura di Guido Bertolaso, ex capo della Protezione Civile la cui posizione era diventata sempre più precaria nelle ultime settimane, ha deciso di sostenere l’imprenditore Alfio Marchini, che si era candidato come indipendente con una lista civica. I giornali parlano però di una divisione interna del partito di Berlusconi tra chi voleva sostenere Marchini (Francesca Pascale e Maria Rosaria Rossi, tra gli altri) e chi invece ipotizzava l’appoggio a Giorgia Meloni (Romani, Toti, Gasparri). Marchini, il cui slogan per le amministrative è “Liberi dai partiti”, oltre che da Forza Italia è sostenuto anche dal Nuovo Centro Destra. Ha 51 anni, si era candidato anche nel 2013 con due liste civiche e aveva ottenuto il 9,5 per cento dei voti.

L’altra candidata forte del centrodestra resta Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia che si era candidata lo scorso 16 febbraio dopo la rottura dell’accordo con Berlusconi: ha ottenuto l’appoggio di Matteo Salvini. Per la destra resta candidato anche Francesco Storace, ma circola l’ipotesi che potrebbe rinunciare e sostenere anche lui la candidatura di Alfio Marchini.

Nel centrosinistra la situazione è un po’ meno complicata: nel PD il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti ha vinto le primarie che si sono tenute all’inizio di marzo. Sulle primarie c’erano state molte discussioni e accuse al PD di aver gonfiato l’affluenza che in base all’ultima cifra fornita dagli organizzatori è stata comunque meno della metà rispetto alle primarie del 2013 quando parteciparono in 102 mila e fu scelto Ignazio Marino. Sinistra Italiana, che comprende Sinistra Ecologia Libertà, ha presentato un suo candidato autonomo, Stefano Fassina, mentre le ipotesi di altre candidature che avrebbero potuto trovare il sostegno unitario dei partiti e dei movimenti alla sinistra del PD non si sono concretizzate.

Per il Movimento Cinque Stelle c’è Virginia Raggi che aveva vinto le primarie online ottenendo il 45,5 per cento dei voti, 1.764 in tutto. Raggi ha 37 anni, è nata e cresciuta a Roma, nel quartiere San Giovanni, e poi a 26 anni si è trasferita nel quartiere Ottavia, nella periferia nord della città. Si è laureata in Giurisprudenza all’Università di Roma Tre ed è specializzata in diritto d’autore, proprietà intellettuale e nuove tecnologie. Ha fatto volontariato in alcuni canili della città, ha creato alcuni Gruppi di Acquisto Solidale e ha cominciato a fare politica con il Movimento 5 Stelle nel marzo del 2011 (ha detto che in passato ha sempre votato per partiti di centrosinistra). Nel 2013 Raggi è stata eletta consigliera comunale con 1.525 preferenze occupandosi soprattutto di scuola e ambiente, dall’opposizione. Da tempo si parla della sua pratica di avvocata nello studio di Cesare Previti e la si accusa di aver lavorato in un importante studio legale che secondo alcuni «sarebbe troppo vicino a Forza Italia».

Da settimane circolano sondaggi che tengono conto delle varie ipotesi cercando di seguire i cambiamenti all’interno del centrodestra, ma tutti sono concordi nel dire che Virginia Raggi passerebbe al secondo turno. Secondo i dati di Ipr Marketing e Tecné del 20 aprile (prevedevano già l’ipotesi di un ritiro di Bertolaso) sarebbe Alfio Marchini ad arrivare al ballottaggio con Raggi, mentre il candidato del Pd Roberto Giachetti e la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni sarebbero i candidati più in difficoltà. Per Ipr Raggi sarebbe al 26 per cento e Marchini al 23 a tre punti di distanza sia da Giachetti che da Meloni, entrambi al 20 per cento. Tecné dice che Raggi è al 27 per cento, mentre Marchini e Meloni sarebbero pari al 21 per cento con Giachetti al 20. In entrambi i sondaggi Francesco Storace è al 2 per cento. Poi c’è il dato dell’astensione: al 40 per cento per Ipr e al 51 per cento per Tecné. Repubblica ha riassunto oggi i principali dati che circolano:


«Virginia Raggi ha un quarto del mercato dei voti, attestandosi intorno al 25%. Roberto Giachetti del Pd, Giorgia Meloni e Marchini si spartiscono il restante 60%, con circa il 20% a testa. Resta un 15% per gli altri candidati, voti che però potrebbero essere determinanti per la vittoria al secondo turno di uno dei favoriti. In ogni caso, seppure con qualche eccezione, i ricercatori concordano sul fatto che dalla decisione di appoggiare l’imprenditore romano il centrodestra ha solo da guadagnare».

Fonte: Il Post

Anche la Colombia ha legalizzato i matrimoni gay

La Corte costituzionale ha stabilito il diritto per tutti a sposarsi, in uno dei paesi più religiosi del Sud America

(EITAN ABRAMOVICH/AFP/Getty Images)

La Corte costituzionale della Colombia ha legalizzato i matrimoni gay, stabilendo con una maggioranza di sei giudici su nove che i matrimoni gay non violano la costituzione e che i giudici e i funzionari dello stato devono assicurarsi che il diritto al matrimonio venga garantito a tutti i cittadini. La sentenza diventerà irrevocabile ed effettiva tra un mese: a quel punto la Colombia, un paese a larghissima maggioranza cattolica, sarà diventato il quarto del Sud America ad aver legalizzato il matrimonio gay, che è già possibile in Argentina dal 2010 e in Uruguay e Brasile dal 2013.

Una decisione della Corte costituzionale del 2011 aveva già reso possibile la registrazione di unioni tra persone dello stesso sesso da parte di giudici e notai, ma diversi funzionari pubblici si erano rifiutati di registrare i matrimoni omosessuali a causa della vaghezza del linguaggio usato nella sentenza e per il fatto che il Parlamento non era riuscito ad approvare una legge sul tema, come richiesto dalla Corte costituzionale. Con la decisione di ieri, le circa 70 unioni registrate fino a oggi saranno automaticamente convertite in matrimoni. Un anno fa la Corte costituzionale aveva già deciso che le coppie gay possono adottare bambini anche quando non sono figli biologici di nessuno dei due o delle due partner.

La decisione della Corte è stata in realtà la conseguenza di un voto dello scorso 7 aprile su un ricorso che chiedeva di vietare esplicitamente la possibilità del matrimonio gay. In quell’occasione la Corte aveva giudicato inammissibile il ricorso, rendendo così già possibili in principio i matrimoni gay: se una cosa non è contraria alla costituzione, allora deve essere permessa dalla costituzione. Ieri, con la diffusione delle motivazioni della sentenza di inizio aprile, questo principio è stato esplicitato dai giudici: “tutte le persone sono libere di decidere di avere una famiglia in accordo con il loro orientamento sessuale e di ricevere uguale trattamento per la legge e la costituzione”, dice la sentenza. Secondo diversi giornali, è comunque probabile che gli oppositori del matrimonio gay proveranno a organizzare un referendum per cambiare la costituzione e vietarlo.

Fonte: Il Post

Il muro al Brennero è il simbolo di una sconfitta europea

La polizia schierata a Matrei, al confine tra l’Italia e l’Austria, il 3 aprile 2016. (Awakening/Getty Images)

Oliver Meiler, giornalista

Una recinzione metallica non è molto diversa da un muro, anzi, a dire il vero non lo è affatto. Quindi quei lavori al Brennero, in quella stretta valle di confine tra il sud e il nord del continente, tra il Tirolo italiano e quello austriaco, tra due paesi storici dell’Unione europea, sono di una tristezza notevole.

La barriera sarà lunga 370 metri e alta quattro. I pali sono già stati piantati, bisogna solo montare la rete. Sono gli austriaci a installarla, sul loro territorio, appena più in là del confine che da quasi vent’anni, grazie a Schengen, non esiste più. L’Italia assiste all’impresa con un misto di indignazione e turbamento. Matteo Renzi ha commentato: l’ipotesi dell’Austria di chiudere il Brennero “è sfacciatamente contro le regole europee, oltre che contro la storia, contro la logica e contro il futuro”.

Ancora lo sbarramento non c’è. Per il momento il traffico sarà semplicemente rallentato per ottimizzare i controlli, e il limite di sicurezza sarà fissato a trenta chilometri all’ora. Ma in caso di emergenza, ha annunciato Vienna, si chiuderebbe, e la barriera verrebbe alzata. Dopo il loro incontro, il 28 aprile a Roma, i ministri dell’interno dei due paesi si sono detti ottimisti sul fatto che la chiusura totale non ci sarà. Ma l’ottimismo, si sa, non è mai stato una categoria politica molto solida.

"Il confine azzurro, quello del mare, non si può chiudere neanche con una barriera

Con emergenza l’Austria intende l’afflusso intenso di persone che nei prossimi mesi potrebbero fuggire da guerre e miseria attraverso il Mediterraneo. Dalla Libia alla Sicilia per proseguire verso nord, per esempio passando per il Brennero. Dopo la chiusura della rotta balcanica, questa prognosi non è solo plausibile: è tragicamente certa. Per molti profughi, la pericolosa traversata nel canale di Sicilia è l’unica via di scampo. 

Appelli nel vuoto

Ma Vienna localizza l’emergenza soprattutto a Roma. Gli austriaci non credono che gli italiani siano in grado di arrestare il flusso migratorio. E anche questa prognosi è corretta. Come potrebbe essere umanamente possibile, anche volendolo? Il confine azzurro, quello del mare, non si può chiudere neanche con una barriera.

Invece, negli ultimi anni gli italiani si sono fatti carico della nobile impresa di soccorrere decine di migliaia di profughi dal rischio di naufragio. E nel farlo hanno salvato anche la dignità dell’Europa. Lo hanno fatto in un periodo in cui questa stessa Europa preferiva guardare dall’altra parte e ignorare le tragedie nel Mediterraneo come se fossero una faccenda meramente italiana.

Naturalmente è vero che spesso gli italiani hanno violato le norme della convenzione di Dublino: hanno fatto passare tanti migranti con un cenno del capo, senza registrarli. Ad alcuni, probabilmente, hanno perfino messo in mano un biglietto di treno per il nord. Ma chi può rimproverarglielo?

I loro appelli alla solidarietà, alla condivisione e alla giusta ripartizione del carico, si sono persi nel vuoto. Sono rimbalzati contro gli egoismi nazionali. Gli effetti del trattato di Dublino, su questo ormai sono quasi tutti d’accordo, ormai sono uno spettacolo grottesco. Eppure il testo della convenzione è ancora in vigore. E l’Austria lo invoca con un atteggiamento duro e diffidente. È probabile che queste posizioni siano motivate anche da questioni politiche interne, cioè austriache. Ma questo non migliora le cose, anzi.

Le lancette della storia riportate indietro

La costruzione del muro del Brennero potrebbe diventare il simbolo del fallimento dell’Europa sulla questione dei profugh. Proprio il Brennero, che è più di un passaggio tra le Alpi, più di un asse tra i mondi. In Sudtirolo, che per un secolo ha sofferto a causa della separazione dal resto del Tirolo, l’eliminazione della barriera era stata percepita come una riparazione di un’ingiustizia storica. Tutt’a un tratto, il passo che prima divideva le due regioni era diventato un elemento unificante. Adesso si rischia di tornare indietro, di rinunciare a nobili conquiste.

Gli italiani dicono che l’Europa muore se il Brennero chiude. Sembra una visione drammatica, anche un po’ patetica. Ma è pure piuttosto realistica.

(Traduzione di Floriana Pagano)

Fonte: Internazionale

Cinquantamila finlandesi presentano una petizione per uscire dall'Euro

La richiesta costringerà il parlamento a discutere la proposta, ma la maggioranza dei cittadini resta favorevole alla moneta unica

La bandiera finlandese accanto a quella dell'Unione europea

Il parlamento finlandese giovedì 28 aprile ha iniziato a discutere su una petizione firmata da oltre 53mila cittadini che chiedono di indire un referendum sull’uscita del paese nordico dall’euro.

La decisione finale arriverà solo tra quattro settimane e con ogni probabilità non porterà a un'uscita della Finlandia dalla moneta unica (cosiddetta "Fixit"), anche se l'elevato numero di firme sembra indicare un certo grado di insoddisfazione tra la popolazione rispetto alla situazione economica del Paese.

“Si tratta di un dibattito preliminare e i parlamentari sono tenuti per legge a discutere la proposta perché la petizione ha superato la soglia minima delle 50mila firme necessarie per essere esaminata”, ha spiegato il portavoce del parlamento finlandese.

La petizione è stata promossa dall'europarlamentare del Partito di Centro Paavo Vayrynen con lo scopo di ridare alla nazione la sua indipendenza economica e politica.

Tornare al marco finlandese permetterebbe di svalutare la moneta nei confronti dell’Euro e aumentare le esportazioni per aiutare l’economia in affanno.

La Finlandia, infatti, è cresciuta quest’anno dello 0,5 per cento dopo tre anni consecutivi di contrazione le cui cause principali sono da cercare nell’alto costo del lavoro e nella crisi del colosso della telefonia Nokia, la principale azienda del paese.

Il governo di centro destra negli ultimi tre anni ha incontrato serie difficoltà a rispettare i vincoli di bilancio dell’Unione europea e a migliorare la competitività delle esportazioni a causa dell’euro forte.

La Finlandia è l’unico dei paesi scandinavi a essere entrato nella moneta unica e secondo il governo i costi e le incertezze di una Fixit sarebbero superiori ai guadagni.

Nonostante l’iniziativa, la maggioranza dei finlandesi continua a essere favorevole alla moneta unica: in base a un sondaggio condotto da Eurobarometer, il 64 per cento degli abitanti vuole restare nell’Eurozona.

Tuttavia un rapporto pubblicato da un think tank conservatore ha calcolato il costo per tornare al marco finlandese di circa 20 miliardi di euro e considera l’ipotesi realistica nel lungo periodo.

“Uscire dall’euro non sarebbe facile, ma dobbiamo considerare quanto potrebbe aiutare il Pil a crescere”, sostiene Vesa Kanniainen, professore di economia all’Università di Helsinki e autore del rapporto.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 28 aprile 2016

Guido Bertolaso si ritira

Forza Italia, che aveva promosso la sua candidatura a sindaco di Roma, sosterrà invece Alfio Marchini

(Roberto Monaldo / LaPresse)

Guido Bertolaso, ex capo della Protezione Civile, ha ritirato la sua candidatura a sindaco di Roma. Forza Italia, che l’aveva promossa e sostenuta fin qui, sosterrà invece la candidatura dell’imprenditore Alfio Marchini. Di seguito il comunicato diffuso da Forza Italia dopo una riunione dei suoi dirigenti:


Il nostro obbiettivo è vincere per dare ai romani un governo della città all’altezza della capitale d’Italia. Oggi la situazione di Roma è drammatica, e bisogna adottare delle soluzioni urgenti: per noi è insopportabile assistere allo stato di progressivo declino che sta conducendo Roma al collasso definitivo. Abbiamo preso atto che per vincere occorre una proposta unitaria delle forze moderate e liberali, con un forte spirito civico: una risposta fuori dalle logiche di partito e dagli interessi dei partiti. Per questo, con il dottor Guido Bertolaso abbiamo deciso di sostenere e fare nostra la candidatura dell’ingegner Alfio Marchini. Non è una scelta nuova. Marchini era stato la nostra prima opzione, ed era caduta per i veti posti da un alleato della coalizione.


Per questo avevamo chiesto a Guido Bertolaso il sacrificio di scendere in campo per unire il centro-destra, con il consenso di tutti. Non per colpa sua, né per scelta nostra, quella che era nata come una soluzione unitaria oggi è diventata una candidatura divisiva. Non possiamo permettere che i romani si trovino a scegliere fra la continuità della disastrosa gestione del Pd e l’avventurismo irresponsabile dei Cinque Stelle. Con la stessa generosità e spirito di servizio con cui Guido Bertolaso aveva messo da parte progetti molto importanti per candidarsi a sindaco, oggi si è reso disponibile a ritirare la sua candidatura per convergere su quella nelle migliori condizioni per vincere. Per due volte, ha dimostrato grande responsabilità e amore per la città di Roma, che non dimenticheremo. D’altronde Roma e l’Italia avranno ancora bisogno di lui.


La candidatura di Bertolaso era in difficoltà da mesi: la Lega Nord se ne era allontanata presto e poco dopo anche Fratelli d’Italia aveva preso un’altra strada, candidando a sindaco la sua leader Giorgia Meloni. Nell’ottobre del 2015 Berlusconi aveva detto ad alcuni giornalisti di voler candidare Alfio Marchini, ma poi non se n’era fatto nulla. Alfio Marchini ha 51 anni ed è un imprenditore edile e consigliere comunale di Roma; alle elezioni del 2013 si era candidato sindaco solo col sostegno di una lista civica, prendendo il 9,48 per cento dei voti.

Fonte: Il Post