giovedì 21 maggio 2015

Atletica in lutto, è morta Annarita Sidoti


È morta Annarita Sidoti, la marciatrice italiana campionessa europea e mondiale, stroncata a soli 44 anni da un male incurabile che la tormentava da diversi anni.

Annarita Sidoti è stata una delle più grandi campionesse dell’atletica italiana e una delle più vincenti in assoluto. Campionessa europea a Spalato 1990, quando aveva solo 21 anni, fece il bis nel 1998 a Budapest. Aveva vinto anche l’oro mondiale, ad Atene, nel 1997.

Vogliamo ricordare Annarita Sidoti così:

L'Isis ha conquistato Palmyra

Lo Stato Islamico ha preso il controllo dell'importante sito archeologico e patrimonio dell'Unesco di Palmyra, nella Siria centrale

Il tramonto a Palmyra, in Siria. Credit: Khaled al-Hariri

I miliziani dello Stato Islamico hanno preso il totale controllo dell'importante sito archeologico di Palmyra, che si trova nella Siria centrale.

Nella notte tra il 20 e il 21 maggio, sono rimasti uccisi oltre 100 soldati dell'esercito regolare siriano. Le truppe governative fedeli al presidente della Siria Bashar al Assad si sono ritirate e migliaia di civili sono in fuga.

--- Guarda la gallery: Le meraviglie di Palmyra

I miliziani dell'Isis controllano ora le strutture militari della città di Tadmur, dove sorge Palmyra. I reperti sono stati portati via, ma le strutture architettoniche sono a rischio.



Palmyra, nota come la perla del deserto, è uno fra i principali siti archeologici del Medio Oriente: ospita monumenti costruiti 2.000 anni fa ed è patrimonio dell'Unesco.

È la prima volta che i miliziani conquistano una città sotto il diretto controllo dell'esercito siriano.

Si teme che la conquista di Palmyra, a 210 chilometri da Damasco, possa portare all'avanzata dell'Isis verso la capitale della Siria. Lo Stato Islamico ha già preso controllo del 50 per cento del Paese, scrive Reuters.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 20 maggio 2015

Ddl ecoreati, cosa cambia in 7 punti

Dopo oltre due decenni di sforzi è stato approvato il ddl ecoreati ieri al Senato. Ecco cosa cambia e cosa aspettarsi.

di Chiara Boracchi


Ci sono voluti 21 anni di fatiche da parte delle associazioni ambientaliste, ma alla fine il Decreto legge sugli ecoreati, ossia sui reati contro l’ambiente, è stato approvato. È successo ieri, in Senato, alle ore 16.30 con 170 voti a favore, 20 contrari e 21 astenuti.

Il testo sostenuto principalmente da Ermete Realacci (Pd, presidente della Commissione Ambiente Territorio e Lavori Pubblici della Camera), Salvatore Micillo (M5S) e Serena Pellegrino (Sel) è passato anche grazie alla collaborazione tra le parti politiche, che in alcuni casi hanno rinunciato alla discussione degli emendamenti rimanenti (come nel caso dell’emendamento sugli air gun avanzato dai 5 stelle) per favorire l’approvazione della legge.

Foto: © Vitadamamma.com

Ma cosa cambia, con questo decreto?

Il pacchetto approvato dal Senato introduce cinque nuovi reati, oltre a prevedere aggravanti importanti in caso di associazione mafiosa e sconti di pena per chi si ravvede, condanna al ripristino e raddoppio dei tempi di prescrizione.

1) I CINQUE NUOVI REATI
Disastro ambientale: atteso da troppo tempo, punisce i colpevoli con la reclusione da 5 a 15 anni. Si applica in caso di danni gravi o irreversibili agli ecosistemi e compromissione della pubblica incolumità. Il reato è aggravato se avviene in un’area protetta.

Inquinamento ambientale: prevede da 2 a 6 anni di carcere e una multa da 10.000 a 100.000 euro per chi “compromette o deteriora in modo significativo e misurabile la biodiversità o un ecosistema o la qualità del suolo, delle acque o dell’aria”. Le pene aumentano nel caso in cui vi sia dolo, siano coinvolte aree vincolate, specie protette o vi siano mori o lesioni gravi a persone (nel caso di lesioni plurime si può arrivare fino a 20 anni); sono ridotte per “semplice” colpa.

Traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività: brutta notizia per i trafficanti di rifiuti, bella per chi segue le regole. Anche qui, da 2 a 6 anni di reclusione con multa da 10.000 a 50.000 euro per chi si disfa illegalmente di rifiuti pericolosi e materiale radioattivo (per intenderci, i rifiuti ospedalieri ne costituiscono un esempio).

Impedimento del controllo: il Ddl prevede da 6 mesi a 3 anni di carcere per chi ostacola l’accesso o impedisce il controllo ambientale di un’area.

Omessa bonifica: se dopo la condanna alla bonifica e al rispristino di un’area inquinata l’imputato non procede, può essere condannato a 4 anni di carcere.

Foto: © Getty Images

2) AGGRAVANTI Il Ddl ne prevede essenzialmente due: quella ecomafiosa, nel caso in cui ecomafiosa vi sia la presenza di associazioni mafiose o associazione a delinquere e se vi è partecipazione di pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio; e quella ambientale, nel caso in cui il reato sia commesso appositamente per eseguire un delitto contro l’ambiente.

3 )LA CONFISCA In caso di condanna, il decreto prevede la confisca delle “cose” o del profitto conseguenti al reato. Se la confisca non è possibile, si deve provvedere a una confisca equivalente. I beni sono poi messi a disposizione della pubblica amministrazione competente.

4) CONDANNA AL RIPRISTINO Avviene nel caso in cui non vi sia la volonta da parte dell’imputato di bonificare e mettere in sicurezza il sito inquinato prima del processo.

5) SCONTI DI PENA Per esempio, in caso di ravvedimento operoso, cioè se prima del processo l’imputato provvede a bonificare e a mettere in sicurezza il sito inquinato e a collaborare concretamente con le autorità, il Ddl consente di ottenere uno sconto di pena dalla metà a due terzi e di evitare la confisca. In questo caso viene sospesa anche la prescrizione.

Foto: © Getty Images

6) SEGNALAZIONE AL PROCURATORE ANTIMAFIA Il pacchetto prevede che il procuratore della Repubblica che procede per i diritti contro l’ambiente segnali la notizia anche al procuratore Antimafia e all’Agenzia delle entrate.

7) ESTINZIONE DEL REATO Quest’ultimo punto riguarda i reati in cui non vi sia danno o pericolo in caso di adempimento a specifiche prescrizioni e al pagamento di una sanzione. La responsabilità amministrativa delle società si estende anche ai nuovi ecoreati.

Fonte: LifeGate

martedì 19 maggio 2015

Il “calcio-scommesse”, di nuovo

Questa volta si parla di Lega Pro e Serie D: c'entra un inchiesta di Catanzaro, riguarda 33 squadre e ha portato a 50 arresti

PAUL ELLIS/AFP/Getty Images

In Italia oggi sì è tornati a parlare di calcio e scommesse. La storia non riguarda però la famosa inchiesta iniziata dalla procura di Cremona, le cui indagini si sono chiuse a febbraio, ma di un’altra, nuova e diversa, che riguarda in questo caso scommesse clandestine relative a partite di Lega Pro – il terzo e più basso livello del calcio professionistico – e di Serie D, il più importante campionato organizzato dalla Lega nazionale dilettanti. La nuova indagine è partita da Catanzaro e riguarda le partite giocate da 33 squadre di Lega Pro e Serie D. La Stampa scrive che l’indagine «avrebbe accertato l’esistenza di due diverse associazioni criminali in grado di alterare i risultati degli incontri di Lega Pro e di Serie D» e ha portato a circa 50 arresti di calciatori, presidenti, dirigenti”. Tra loro ci sarebbero anche «un presunto appartenente alla cosca Iannazzo, potente clan della ’ndrangheta operante nella provincia di Lamezia Terme, e un poliziotto».


LE PARTITE COMBINATE
Sono una cinquantina i fermi emessi. La nuova indagine sul calcioscommesse (condotta dagli uomini del Servizio centrale operativo e della Squadra mobile di Catanzaro) avrebbe accertato l’esistenza di due diverse associazioni criminali in grado di alterare i risultati degli incontri di Lega Pro e di Serie D. In manette sono finiti anche due dirigenti del Monza Calcio: Mauro Ulizio (oggi dirigente Pro Patria) e l’attuale direttore sportivo Gianni Califano.

L’OMBRA DELLA ’NDRANGHETA
I poliziotti di Catanzaro hanno operato nelle province di Catanzaro, Cosenza, Reggio Calabria, Bari, Napoli, Milano, Salerno, Avellino, Benevento, L’Aquila, Ascoli, Monza, Vicenza, Rimini, Forlì, Ravenna, Cesena, Livorno, Pisa, Genova e Savona. Fra i personaggi coinvolti nell’indagine, oltre a calciatori ed ex, presidenti e dirigenti di club, figurano anche soggetti stranieri, un presunto appartenente alla cosca Iannazzo, potente clan della ’ndrangheta operante nella provincia di Lamezia Terme, e un poliziotto. Il direttore dello Sco (Servizio centrale operativo) Renato Cortese ha definito «esorbitanti le ramificazioni della ’ndrangheta non solo nei settori classici in cui operano le cosche ma anche nel mondo dello sport».

GLI INCONTRI
Era proprio indagando sulla cosca Iannazzo di Lametia Terme che gli uomini della Mobile di Catanzaro e dello Sco centrale, hanno scoperto il mondo delle partite «alterate». Ne hanno documentate ben 15 di Lega Pro e 13 di Lega nazionale dilettanti. Partite dei campionati appena terminati, mentre sono in corso i gironi di promozione e retrocessione. In tutto le squadre coinvolte sono 33. Non si può quindi parlare di «mele marce» ma di un sistema. Nelle oltre 1.300 pagine del fermo di polizia, si racconta tutto, le partite truccate, i soldi, i riferimenti.



Fonte: Il Post

Terzo giorno di proteste contro il governo in Macedonia

Nikola Gruevski è coinvolto in uno scandalo intercettazioni. Le proteste vanno avanti dall’inizio del mese, ma il premier nega ogni accusa


In Macedonia circa 150 persone hanno risposto all’appello del leader dell’opposizione Zoran Zaev che ha chiesto di occupare la piazza davanti al parlamento di Skopje fino a quando il primo ministro conservatore Nikola Gruevski non consegnerà le sue dimissioni. Gruevski è accusato di aver cercato di organizzare brogli elettorali e di coprire la morte di un ragazzo di 22 anni. Ieri migliaia di persone sono scese in strada per chiedere nuove elezioni.

Anche cinquanta sostenitori del premier si sono accampati con alcune tende a circa due chilometri dai contestatori per confermare il loro sostegno al governo. Askanews

Fonte: Internazionale

lunedì 18 maggio 2015

Quegli 800 corpi dimenticati in fondo al mare


Ottocento corpi, forse di più, ottocento morti di uno dei peggiori naufragi della storia che resteranno in fondo al Mediterraneo: recuperarli costa troppo. Nonostante le promesse di dare degna sepoltura alle vittime della strage del 19 aprile scorso, quindi, nessuno si occuperà di loro. “Faremo di tutto per recuperare il relitto ma anche per recuperare le salme di quelle persone che sono morte inseguendo la libertà”, aveva detto il premier Matteo Renzi, circostanza smentita dal procuratore di Catania, Giovanni Salvi, che ha invece fatto sapere: “resteranno in fondo al Mediterraneo. Quei corpi non servono alle indagini”.

Viene da chiedersi come ci si sarebbe comportati se nel relitto ci fossero stati i cadaveri di 800 italiani o francesi o dei cittadini di un qualsiasi altro Paese occidentale. Di certo non sarebbero stati lasciati in balia degli abissi e dei pesci. A sottolineare l’assurdità di tanta indifferenza, il presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti: “Per l’ennesima volta – ha spiegato – principi basilari di civiltà e umanità sembrano passare in secondo piano davanti a presunte motivazioni economiche. Non c’è fine all’orrore. Quei corpi in fondo al mare hanno diritto a una degna sepoltura”.

Ripamonti torna poi sulla “differenza” che spesso si fa nel trattare vicende i cui protagonisti sono culturalmente e territorialmente lontani dal nostro Occidente: “Ci sono più di 800 famiglie che non sanno se i loro cari sono vivi o morti, è un dovere recuperare quei corpi e per quanto possibile dare loro un nome. Lo dobbiamo fare, è una questione di civiltà. Chiediamo a coloro che in questo momento devono decidere della sorte di quei morti di provare a mettersi nei panni dei congiunti che aspettano di sapere. Proviamo a pensare se in fondo al mare ci fossero i nostri figli o i nostro fratelli”.

E invece nulla ancora si muove. Le stragi passano, i morti si dimenticano. E il Mediterraneo si conferma come una enorme, orribile, fossa comune.

Fonte: Diritto di critica

La #BuonaScuola, il lavoro e le classi sociali


Scritto da: Laura Bonaventura

Partiamo da un concetto fondamentale. Il lavoro non c’è. Non c’è in Italia e comincia ad essercene poco anche all’estero: la disoccupazione in Europa è al 24%, in Italia al 41%, in Grecia e Spagna per una persona che lavora ce n’è un’altra disoccupata.

La ricetta del governo Renzi è molto simile a quella dei governi precedenti e la illustra lo stesso Presidente del Consiglio nell’ormai famosa lezione alla lavagna. Per combattere la disoccupazione bisogna alternare la scuola al lavoro, sul modello (a scelta o mixato) tedesco, austriaco, svizzero e altoatesino.

Quello che però il governo, e la politica in generale, dimentica è che la scuola al mondo del lavoro è attaccata come una cozza allo scoglio.

Matteo Renzi, prima di entrare in politica, ha frequentato il liceo classico, poi la facoltà di giurisprudenza e infine è approdato alla Chil Srl, un’azienda di marketing di proprietà del padre dello stesso premier, Tiziano Renzi. Attenzione, non c’è niente di male a dare un lavoro al proprio figlio, garantendogli un futuro stabile e duraturo. Lo farei anch’io se avessi un’azienda. L’avrebbe fatto mio padre se avesse avuto un’azienda. Ma mio padre faceva l’operaio. Colpa sua, direte voi. Può darsi. Resta il fatto che io, come tantissimi altri, della scuola e dell’università non avevo certo un’idea romantica, piuttosto direi venale.

Matteo Renzi non lo sa, ma per molti giovani e giovanissimi il liceo o la facoltà di giurisprudenza sono e sono state degli approdi formativi proibiti. Perché se non hai la Chil Srl alle spalle studiare latino, filosofia o (di questi tempi) legge, vuol dire, nella migliore delle ipotesi, finire a fare lo stesso lavoro che potresti iniziare a fare a 16 anni. E anche se qualcuno ce la fa a diventare un filosofo, un magistrato o un latinista, non tutti hanno il coraggio di tentare la via meno sicura per pagare l’affitto e le bollette.

Matteo Renzi non lo sa, ma la scuola è una questione di classe. Di classe sociale per la precisione. E non va meglio nella patria della meritocrazia, gli Stati Uniti. Il Washington Post, lo scorso ottobre, ha illustrato come un ragazzo povero ma molto bravo alla fine si trova comunque in una condizione peggiore rispetto a un ragazzo ricco ma mediocre.

Matteo Renzi non lo sa, ma come scrive Tullio De Mauro su Internazionale (riprendendo un articolo del britannico Guardian) lavorare stanca e distoglie dallo studio. Non è così per tutti ovviamente, e certo lavorare part-time o nei fine settimana è un’esperienza formativa unica per i giovani (esperienza di cui io personalmente non mi sono mai pentita), ma per la maggiora parte significa sacrificare un pezzetto del proprio futuro peggiorando il proprio rendimento scolastico e universitario. Matteo Renzi non lo sa (e nemmeno Giuliano Poletti) ma chi spina birre, sistema magazzini e pulisce bagni e locali pubblici non è mai il figlio del padrone della Chil Srl. E se lo è, come dimostra il caso americano citato sopra, fare molto bene a scuola, per lui, non è necessario per rimanere ricco.

Matteo Renzi non lo sa, ma il problema della disoccupazione non sparisce con la riforma della scuola. Il problema della disoccupazione esiste anche perché le classi sociali sono immobili. Se nasci povero al 99% muori povero, se nasci ricco al 99% muori ricco, in tutto il mondo.

La riforma renziana ci darà senza dubbio la tanto desiderata alternanza fra scuola e lavoro. Ma a fare le scuole professionali e tecniche e i tirocini in azienda saranno gli stessi di sempre. I figli dei padroni delle Chil Srl frequenteranno le scuole migliori, i corsi che fanno curriculum, gli stage a New York e Londra. E se tutto ciò non dovesse bastare avranno comunque un posto da dirigente assicurato. O magari perfino in politica.

Fonte: Qualcosa di Sinistra

domenica 17 maggio 2015

Giornata internazionale contro l'omofobia e la transfobia


Oggi è la giornata internazionale contro l'omofobia e la transfobia. Il 17 maggio del 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità cancellò l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.