martedì 4 agosto 2015

Pubblica amministrazione, la riforma Madia è legge

L'aula del Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge di deleghe al governo. I voti favorevoli sono stati 145, 97 i voti contrari, nessun astenuto. Renzi: «Un abbraccio agli amici gufi»


L’aula del Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge di deleghe al governo sulla riforma della pubblica amministrazione. I voti favorevoli sono stati 145, 97 i voti contrari, nessun astenuto. Il numero legale è stato garantito dalle opposizioni: se fossero uscite, la riforma non sarebbe passata.

Nel pomeriggio, poi, l’Aula della Camera ha approvato anche la fiducia chiesta dal governo al ddl di conversione del decreto sugli enti territoriali, già approvato dal Senato. I voti a favore sono stati 364, i contrari 185.

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, RIFORMA MADIA PASSA AL SENATO. LE NOVITÀ - Il via libera di Montecitorio sulla riforma della PA era arrivato lo scorso 17 luglio. Tra le misure, prevista una stretta sui dirigenti: gli incarichi non saranno più a vita, dureranno 4 anni, con contratti rinnovabili. Saranno valutati da un ente indipendente: nel caso l’ultimo incarico sia valutato in modo negativo, è possibile il licenziamento. Si prevede anche il riordino delle partecipate e dei servizi pubblici locali, oltre a uno spostamento di risorse dal Corpo Forestale dello Stato ai vigili del Fuoco. Alle 15.30 la seduta riprenderà con il voto sugli ordini del giorno e in serata è previsto il voto finale con cui il provvedimento diventerà legge.

Ma non solo. In chiave di semplificazione, si prevederà per il cittadino un unico codice Pin per l’identità digitale. Allo stesso modo, sarà previsto un unico numero telefonico per le emergenze (il 112) da chiamare in tutti i casi. In attesa dei decreti attuativi, poi, la riforma darà vita agli UTG – Ufficio territoriale governativo – con il quale si raggrupperanno (fisicamente) i diversi uffici della burocrazia in un unico edificio. C’è poi una novità per quanto riguarda il silenzio-assenso: si prevedono 30 giorni per avere una risposta o un chiarimento dalla Pa. Nel caso questo non arrivi, si darà per scontato che questa sia affermativa. Infine, si prevedono conferenze dei servizi più snelle.

Viene anche abolito invece il voto minimo di laurea per poter partecipare ai concorsi pubblici. Seppur con limitazioni, poi, tutti avranno il diritto di accedere, anche via web, a documenti e dati della P.A.

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, VIA LIBERA ALLA RIFORMA. RENZI ESULTA - L’approvazione definitiva delle legge è stata rivendicata via Twitter dal presidente del Consiglio Matteo Renzi:


La maggioranza ha votato in modo compatto in Aula, mentre ha votato “no” il nuovo gruppo di Ala di Verdini e dei transfughi di Forza Italia e Gal: «Si tratta di una riorganizzazione piena di criticità», ha accusato il senatore Riccardo Mazzoni, sottolineando il disaccordo sulla mancata applicazione del Jobs Act agli statali e sulla riforma della dirigenza.

Fonte: Giornalettismo

Renzi la smetta di mortificare il sud, adesso ha rotto


Di Francesco Torellini

Da uomo del sud dico che il fiorentino Matteo Renzi la deve smettere di offendere il sud. Come la deve smettere di dire che l’Italia ha svoltato grazie alle sue riforme: è tutto falso. L’Italia non ha svoltato per niente, l’Italia con il governo Renzi ha peggiorato le sue condizioni di vita. Le riforme che sta facendo il suo governo non servono a niente, e i dati diffusi continuamente dimostrano che la sua attività di governo è inutile.

Ma, soprattutto, non ha il diritto di dire che il sud non deve più piangersi addosso e rimbarcarsi le maniche. La smetta, caro cittadino italiano prestato alla politica, perché il sud continua a lavorare sodo per rincorrere una speranza che una classe dirigente incapace ha sempre annullato.

Il non eletto premier liquida il mezzogiorno con un “basta piagnistei”, ma come si permette, lui che non sa nulla del sud. Il sud è sempre stato un grande contenitore di voti per il PCI e DC ieri e, oggi, per tutti gli altri affaristi della politica attuale. E per essere quel grande contenitore di voti al sud si dovevano creare le condizioni peggiori: clientelismo, assistenzialismo, disoccupazione, mafia, precarietà costante, tutti contenitori buoni per far stare male le persone e creare l’approccio giusto per illuderli affinché votassero chi li stava massacrando.

Il sud non si è mai pianto addosso, ha solo pianto quando vede gli affaristi della politica continuare a offenderli. Ed è una prassi consolidata: ognuno che va a governare se ne frega del mezzogiorno, interessa solamente ottenere voti in base alle meschine promesse che continuano a fare durante le campagne elettorale e poi i risultati sono sempre negativi.

Fonte: Quotidianoitalia.it

Il nuovo cda della RAI

Le facce e le storie dei sette consiglieri nominati dalla commissione parlamentare di vigilanza: domani il governo indicherà presidente e direttore generale


La commissione di vigilanza sulla RAI ha nominato sette dei nove membri del nuovo consiglio di amministrazione della RAI, le cui cariche sono scadute lo scorso maggio. Le nomine sono avvenute in base alla cosiddetta “legge Gasparri” approvata nel 2004, dato che il disegno di legge proposto dal governo Renzi lo scorso marzo è stato approvato per ora solo al Senato.

La legge che porta il nome dell’ex ministro delle Comunicazioni Gasparri prevede che il consiglio di amministrazione sia composto da nove membri. Sette dei nove sono nominati dalla commissione di Vigilanza (con voto limitato ad uno, cioè quattro alla maggioranza e tre all’opposizione), mentre gli altri due, e cioè il presidente e il direttore generale, sono scelti dal ministero dell’Economia e delle Finanze – cioè dal governo. Le due nomine dovrebbero arrivare domani, mercoledì 5 agosto. La nomina del presidente diventerà comunque efficace solo dopo il parere favorevole dei due terzi della commissione di Vigilanza (quindi con 27 voti su 40).

La commissione di Vigilanza è formata da 40 membri, tra senatori e deputati. La rappresentanza dei gruppi parlamentari è moto frammentata e è stata da poco riequilibrata: hanno rinunciato a un commissario sia Forza Italia che il Movimento Cinque Stelle (scesi rispettivamente a sei e a cinque commissari) a favore di GAL e dei Riformatori di Raffaele Fitto. Diversi gruppi sono inoltre rappresentati da un solo commissario come ad esempio SEL, Scelta Civica, Autonomie, GAL, ALA, Per l’Italia, Fratelli d’Italia. Il PD ne ha 16.

Fonte: Il Post

La chiusura del Cocoricò non salverà la vita di un solo ragazzino


Di Deborah Dirani

Chiudere per 4 mesi il Cocoricò è un po' come serrare le porte della stalla dopo che i buoi sono andati in gita. Pensare di risolvere, o quanto meno contenere, il problema di quelli che si sfondano di Ketamina o MDMA levandogli una discoteca è davvero come cercare di vincere una guerra armati di piumini da cipria. Eppure questa è l'unica soluzione che è venuta in mente a Roma dopo il clamore mediatico suscitato dalla morte di un ragazzetto che si era calato un pasta.

Come a dire che la colpa è del locale e di chi lo gestisce. Come se i gestori di un locale potessero veramente mettersi di traverso agli spacciatori, ai ragazzini che ti chiedono se vuoi spendere, intendendo se ti vuoi comperare una pillolina della felicità. Come se il problema di quelli che passano i loro week end a smascellare sudandosi l'anima fosse qualcosa di pratico e non di sociologico, o psicologico, se si preferisce. 

Come se non esistessero alternative al sabato sera al Cocco, come se non esistessero altri posti in cui ballare con le sinapsi sconnesse e gli occhi pallati. Come se non esistessero i rave, le tribe, e quelli che la vita se la vogliono vivere col cervello a metà.

La realtà è che per i prossimi 16 week end non si venderà una sola pasta di meno a Riccione e in tutto il resto d'Italia, che il provvedimento applicato con urgenza dal Viminale non salverà neanche una vita. Perché la vita quando ti cali una pasta o ti piombi di Ketamina te la giochi sempre ed è solo questione di fortuna, o di consapevolezza, se all'alba del giorno dopo sei ancora qua a veder sorgere il sole.

La droga, la si metta come si vuole, rientra nelle tappe della ribellione giovanile. Mica tutti possono sentirsi ribelli e rivoluzionari facendo politica e scendendo in corteo a manifestare. Ci sono sempre stati e sempre ci saranno quelli che se ne fregano del mondo o, forse, si preoccupano di qual è il modo migliore per fuggirlo. E questi non smetteranno di ammazzarsi i neuroni saltando sui bassi del D&B. Sarebbe bene che chi ci amministra lo capisse e imparasse a fare i conti con una realtà poco piacevole ma evidente.

Sarebbe bene che oltre che dire ai giovani di non drogarsi si spiegasse loro che se vogliono aumentare le possibilità di sopravvivere all'Ecstasy devono bere litri d'acqua per abbassare la temperatura corporea ed evitare lo shock (che tanti ne ammazza). Sarebbe bene che a questi stessi giovani si spiegasse cosa succederà se frulleranno MDMA e cannabis e alcol.

Sarebbe bene insomma smettere di fare i benpensanti e iniziare a fare i realisti. A Bologna, al tempo delle occupazioni, erano nati dei laboratori sulle droghe: posti un po' così (sono la prima ad ammetterlo) dove un po' di persone (i cosiddetti poliassuntori) testavano su loro stesse gli effetti dei cocktail di roba e si davano da fare per far conoscere e spiegare cosa succedeva quando si andava di là, nel mondo della chimica. Politicamente e socialmente inaccettabili, questi posti, in realtà avevano una funzione sociale importante perché intervenivano in quel vuoto enorme lasciato dalle istituzioni che quando si parla di droga non fanno altro che combattere la battaglia di Don Chisciotte affermando che non si deve prendere. E grazie tante.

Io non mi sono mai fatta nemmeno una canna: fifona, ipocondriaca e ansiosa come sono alla sola idea di perdere il controllo della situazione vado in iperventilazione. Ma questo è un problema mio e non si può contare su un popolo di impanicati per risolvere il problema della droga. Non penso neanche che sia più il caso di piantare il dito nell'occhio dei genitori dei ragazzini che si calano: 9 volte su 10 sono genitori normalissimi che hanno anche spiegato ai loro pargoli che la droga fa male, parecchio male. Penso che non c'entri nemmeno più la solfa del disagio generazionale, che solo una minima parte di chi usa sostanze lo faccia perché patisce una vita che odia.

Penso invece che tre quarti di quelli che trascorrono i loro fine settimana ad alterarsi il cervello lo facciano perché gli va, perché gli piace. Lo trovo assurdo, ma non per questo posso fingere che non sia reale. E se ne prendo atto io potrebbe farlo tranquillamente anche chi amministra me e loro, i tossici del week end. 

Prenderne atto significa imparare che oltre a vietare, proibire e mettere in guardia dai pericoli reali insiti nelle droghe, è importante creare dei luoghi in cui si insegna come contenerne i danni e ridurre così le probabilità di rimanerci sotto. Perché, in effetti, è molto più probabile lasciare il cervello in un viaggio sintetico che lasciare questo mondo a causa dello stesso viaggio colorato.

Perché per un ragazzino che muore avendo sudato ogni singola goccia di sudore e col cuore rinsecchito e il cervello a 45gradi, ce ne sono almeno 10 che avranno per tutta la vita neuroni e sinapsi sfibrati. Perché la verità è che morire per una pasta calata è molto improbabile, soprattutto se sai come ti devi comportare una volta che l'hai presa. La verità è che ognuno nella vita cerca il suo paradiso: c'è chi lo trova al Cocoricò o a un rave o a un after, c'è chi lo trova nel volontariato e nella parrocchia, c'è chi lo trova nelle slot o nello shopping compulsivo. In ogni caso al paradiso aspiriamo tutti, proteggere quelli che lo cercano nella chimica dovrebbe essere una spunta all'ordine del giorno di qualunque governo da cui il "benpensantesimo" è stato finalmente estromesso a favore del realismo.

Fonte: L'Huffington Post

Centinaia di civili rimasti uccisi nei bombardamenti della coalizione internazionale contro l'Isis

La coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti avrebbe causato la morte di oltre 400 civili nel corso della campagna militare aerea in Siria e Iraq contro l'Isis

Alcuni residenti locali si rinfrescano in riva al fiume Tigri, a nord di Baghdad, capitale dell’Iraq, il 30 luglio del 2015. Credit: Ahmed Saad

Almeno 459 civili, tra cui oltre 100 bambini, sarebbero rimasti uccisi nei bombardamenti condotti dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti nel corso della guerra contro l'Isis in Siria e Iraq.

Sabato 8 agosto segna il primo anno dall'inizio della campagna militare aerea intrapresa dalla coalizione nella regione sotto il controllo dello Stato islamico.

Secondo un rapporto pubblicato da Airwars - un progetto sviluppato da alcuni giornalisti professionisti indipendenti e volto a monitorare gli attacchi aerei della coalizione sul territorio - almeno 459 civili sarebbero rimasti uccisi negli oltre 5.800 raid aerei condotti finora.

Airwars sostiene che ci sono almeno 52 casi che occorrerebbe indagare urgentemente. Questi casi sono stati selezionati in base al numero di testimonianze raccolte da due o più fonti attendibili e spesso accompagnate da immagini e video dell'accaduto.

“La coalizione internazionale si vanta che la guerra aerea contro lo Stato islamico è la più precisa e disciplinata nella storia delle guerre aeree,” ha detto il direttore di Airwars, Chris Woods. “Eppure, i fatti indicano una storia ben diversa”.

Con la guerra ancora in corso e la maggior parte delle zone ancora inaccessibili, non vi è alcun modo di verificare il reale numero di vittime causate dai raid aerei.

La coalizione internazionale che combatte per via aerea l'Isis in Siria e Iraq è guidata dagli Stati Uniti ed è composta da 12 Paesi.

Secondo il rapporto di Airwars, solo dieci incidenti che hanno causato la morte di diversi civili sarebbero stati adeguatamente approfonditi e la coalizione ha riconosciuto solo la morte di due civili fra le vittime.

Il Canada è l'unico Paese a dichiarare sempre data e luogo dei propri attacchi.

Secondo le stime ufficiali del governo americano, sono stati colpiti quasi 8mila obiettivi e sono stati uccisi circa 12.500 militanti dell'Isis dall'inizio dei raid aerei.

Ciononostante, lo Stato islamico non sembra perdere le forze e continua a controllare un vasto territorio.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 3 agosto 2015

Matteo Messina Denaro: si stringe il cerchio intorno al superboss di Cosa Nostra

Colpito il sistema di comunicazioni del latitante numero uno della mafia siciliana, che usava i 'pizzini' per dare ordine e gestire gli affari. In manette undici fiancheggiatori


Si stringe il cerchio intorno al latitante numero uno di Cosa Nostra. Dall’alba sono cominciati infatti arresti e perquisizioni, nelle province di Palermo e Trapani, nei confronti di esponenti di vertice delle famiglie mafiose trapanesi e a carico di presunti favoreggiatori del boss Matteo Messina Denaro. L’operazione della Polizia di Stato di Palermo e Trapani è stata coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia del capoluogo siciliano. Ha partecipato anche il Ros dei Carabinieri.

MATTEO MESSINA DENARO, ARRESTATI 11 FIANCHEGGIATORI - Precisamente la polizia ha arrestato undici fiancheggiatori di Messina Denaro. Le misure cautelari sono state notificate ai capi del ‘mandamento’ mafiosi di Mazara del Vallo e dei clan di Salemi, Santa Ninfa e Partanna. Le indagini, finalizzate a disarticolare la rete che supporta la latitanza del capomafia di Castelvetrano, sono una prosecuzione delle operazioni “Golem” ed “Eden” condotte dalla polizia e dai carabinieri e che hanno già portato in carcere favoreggiatori e familiari del boss.

MATTEO MESSINA DENARO, COLPITO IL SISTEMA DEI ‘PIZZINI’ - Con questa operazione gli investigatori hanno colpito il sistema di comunicazioni di Messina Denaro, che come altri capimafia usava i ‘pizzini’ per dare ordine e gestire gli affari. Il centro di smistamento dei bigliettini era in un casolare nelle campagne di Mazara del Vallo. Le indagini sono nate da alcune intercettazioni del 2011.

Lo smistamento dei pizzini, a quanto si apprende, aveva luogo in due masserie nelle campagne di Mazara del Vallo e Campobello di Mazara, di proprietà di due allevatori, oggi arrestati, Vito Gondola e Michele Terranova. Gli inquirenti hanno scoperto che i bigliettini, smistati durante i summit, venivano nascosti sotto terra. Solo al termine delle riunioni i ‘collettori’ li andavano a prendere e li davano ai destinatari. I pizzini venivano ripiegati e chiusi con dello scotch. Erano rigide le regole imposte sulla comunicazione: i messaggi dovevano essere letti e distrutti, e le risposte dovevano infine giungere entro termini prefissati, al massimo 15 giorni.

Per convocare le riunioni gli arrestati, molti dei quali allevatori, utilizzavano termini come ‘concime’ e ‘favino’, cereali dati in genere ai maiali. Gli scambi dei bigliettini a un certo punto hanno subito un arresto, che gli inquirenti ricollegano a un temporaneo possibile allontanamento di Messina Denaro, il cui nome è presente in alcune conversazioni intercettate, dalla Sicilia.

Gli arrestati sono Vito Gondola, 77 anni, Leonardo Agueci, 28 anni, Ugo Di Leonardo, 73 anni, Pietro e Vincenzo Giambalvo, 77 e 38 anni, padre e figlio, Sergio Giglio, 46 anni, Michele Gucciardi, 62 anni, Giovanni Loretta, 43 anni, Giovanni Mattarella, 49 anni (genero di Vito Gondola), Giovanni Domenico Scimonelli, 48 anni, Michele Terranova, 46 anni.

(Foto in copertina: l’ultimo identikit di Matteo Messina Denaro elaborato dalla Polizia di Stato)

Fonte: Giornalettismo

Il federalismo è stato una truffa. E ora ci riprovano con la pubblica amministrazione


Di Stefano Porcari

Correva l’anno 2001 quando il governo di centro-sinistra, affidato ancora una volta a Giuliano Amato, modificò il Titolo V della Costituzione e introdusse il federalismo nel nostro paese. Stretti da una perfida forbice tra la Lega che invocava – allora – “la devolution” dei poteri agli enti territoriali e i Ds che aspiravano a diventare Pd e volevano smantellare lo Stato in nome dei poteri locali, il governo varò la legge e la sottopose a referendum confermativo. Solo in pochi ebbero il coraggio e la coerenza di opporvisi. Deus ex Machina dell’operazione nel centro-sinistra fu il ministro Bassanini, ispiratore di leggi e provvedimenti che hanno picconato ben prima di Renzi l’assetto costituzionale del paese.

Quindici anni dopo il federalismo introdotto d’imperio non funziona, soprattutto sul piano fiscale ed economico, anzi. La crescita dell’autonomia finanziaria dei Comuni, infatti, non sembra aver prodotto alcun beneficio né sui servizi, né sui consumi e sull'occupazione locale. Ma, al contrario, ha portato solo al boom della tassazione locale. A certificarlo, per l’ennesima volta, è la Corte dei Conti nella sua relazione sulla finanza locale.

La riduzione dei finanziamenti statali agli enti locali, non ha prodotto più autonomia decisionale sulla base delle esigenze del territorio ma solo aumenti delle tasse locali.

In quattro anni, dal 2010 al 2014, i Comuni hanno subìto tagli per circa 8 miliardi, compensati da “aumenti molto accentuati” delle tasse locali “per conservare l'equilibrio in risposta alle severe misure correttive del governo”. Solo nell'ultimo triennio, le imposte comunali sono cresciute del 22%: si è passati dai 505,5 euro 2011 ai 618,4 euro pro capite 2014. Nei Comuni con più di 250 mila abitanti la pressione tributaria è arrivata a 881,94 euro a testa. Nei Comuni tra i 60 mila e i 249 mila abitanti la pressione fiscale procapite si aggira sui 649,69 euro. Infine nei piccoli Comuni (fin a1.999 abitanti) si pagano mediamente 628 euro di imposte comunali.

Secondo la relazione della Corte dei Conti, la crescita dell’autonomia finanziaria degli enti locali non sembra aver prodotto alcun beneficio, né sui servizi, né sui consumi e sull'occupazione locale, in assenza “di una adeguata azione di stimolo derivante dagli investimenti pubblici”. La dinamica delle entrate locali, è l'analisi dei magistrati contabili, è dovuta principalmente a due fenomeni: “Il deterioramento del quadro economico, con effetti penalizzanti soprattutto sul gettito risultante dalle più ridotte basi imponibili” e dalle “numerose manovre di risanamento della finanza pubblica, i cui effetti prodotti dal disorganico e talvolta convulso succedersi di interventi sulle fonti di finanziamento degli enti locali hanno determinato forti incertezze nella gestione dei bilanci e nella formulazione delle politiche tributarie territoriali”.

E’ in questo contesto che l’ultima “grande pensata” della demagogia di governo e di opposizione – l’abolizione delle Province – sta innescando un altro possibile cortocircuito. Infatti sempre secondo la Corte dei Conti, le risorse a disposizione delle Province, a riordino non concluso, rischiano di non bastare a "garantire servizi di primaria importanza".Senza interventi "la forbice tra risorse correnti e fabbisogno" tende a una "profonda divaricazione, difficilmente sostenibile per l'intero comparto". Insomma continuiamo ad essere nelle mani degli apprendisti stregoni.

E proprio il principale di essi, Renzi, dal lontano Giappone fa sapere che entro giovedi parte la riforma della pubblica amministrazione. La commissione Affari Costituzionale del Senato lo scorso 31 luglio, ha detto sì all'avvio della "riforma" della pubblica amministrazione. Il ministro Marianna Madia ha dichiarato che poi si aprirà la partita dei decreti attuativi, "che vedo divisi in due pacchetti", almeno in linea di principio. La prima tranche di dlgs dovrebbe partire da "settembre". Lo spirito e gli obiettivi sono gli stessi di Bassanini quattordici anni fa, con i risultati nefasti che abbiamo visto: più imposte, meno servizi, privatizzazioni, nessuna assunzione, riduzione degli organici, punto.

Fonte: contropiano.org

La guerra di Erdogan


Di Giovanni Giacalone

E' da più di una settimana oramai che le postazioni curde dell’YPG e del PKK vengono sistematicamente bersagliate dai jet di Ankara, a differenza di quelle dell’ISIS che non sembrano una priorità per la “guerra sincronizzata al terrore” dichiarata dal primo ministro Ahmet Davutoglu. Risulta ormai chiaro che la guerra all’ISIS della Turchia non è altro che una farsa; un disperato tentativo messo in atto dal partito islamista filo Fratelli Musulmani dell’AKP per rifarsi da una devastante batosta elettorale, utilizzando lo slogan della “guerra al terrore” come scusa per attaccare le milizie curde.

Bombardamenti sistematici sulle postazioni curde

Soltanto nella giornata di giovedì la Turchia ha mandato trenta aerei a bombardare postazioni del PKK in territorio iracheno, ben lontano dalle postazioni siriane dei jihadisti del “Califfato”.

Lo scorso 27 luglio Rete Kurdistan ha reso noto un comunicato del Comando generale delle YPG che denunciava l’attacco da parte dell’esercito turco contro le postazioni della Unità di difesa del popolo (YPG) e dell’Esercito libero siriano (FSA).

“Secondo la dichiarazione l’esercito turco ha bombardato le posizioni delle YPG e del FSA nel villaggio di Zormikhar di fronte alla città di Jarabulus occupata da ISIS- usando un intenso fuoco di carri armati a Kobane ovest alle 4:30 del 24 luglio.In questo attacco sono rimaste feriti quattro combattenti del FSA e diversi abitanti dei villaggi locali. Ieri alle 22:00, l’esercito turco ha bombardato di nuovo lo stesso villaggio con sette turni di carro armato. Uno dei veicoli delle YPG è inoltre finito sotto il fuoco pesante dall’esercito turco turco a est di Kobanê nel villaggio di Al Findire alle 23:00 di ieri.”

Si legge poi:

“Invece di colpire le posizioni di ISIS occupate terroristi, le forze turche attaccano le posizioni dei nostri difensori. Questo non è l’atteggiamento giusto. Sollecitiamo la leadership turca a fermare questa aggressione e di seguire le linee guida internazionali. Stiamo dicendo all’esercito turco a di fermare il fuoco contro i nostri combattenti e le loro posizioni”.

Repressione in Turchia

Nel frattempo continua la repressione nei confronti dei curdi in territorio turco, con l’associazione per i diritti umani IHD che denuncia l’arresto di 872 persone a partire dallo scorso 21 luglio. Giungono inoltre allarmanti notizie da Cizre e Diyarbakir, dove la polizia ha ucciso due ragazzini: Hasan Nere (17 anni) e Beytullah Aydin (10 anni).

Come se ciò non bastasse, sabato scorso la polizia turca ha attaccato una manifestazione anti-ISIS ad Ankara: centinaia di persone erano scese in piazza per protestare contro l’attentato al centro culturale Amara di Soruc che lo scorso 20 luglio aveva causato la morte di 32 persone e il ferimento di 104. Il Centro si stava occupando di alcuni progetti per la ricostruzione di Kobani.

Repressione a trecentosessanta gradi dunque; d’altronde Erdogan aveva a suo tempo annunciato che la Turchia non avrebbe mai accettato una zona autonoma curda a ridosso dei propri confini e a quanto pare sta mantenendo la promessa, grazie anche all’appoggio della NATO e dell’amministrazione Obama, secondo cui la Turchia ha “diritto a difendersi”.

La Turchia e l’ISIS

E’ ben noto oramai che i jihadisti dell’ISIS godevano del supporto di Ankara e gli elementi che confermano tale teoria sono molti: dal transito di jihadisti attraverso il confine turco alle cure mediche ricevute dai comandanti del “Califfato” negli ospedali turchi a ridosso del confine siriano. Ci sono poi i carichi di armi protetti dal MIT, i servizi segreti e diretti ai jihadisti ed anche i tre militari delle forze speciali turche catturati assieme ai jihadisti durante l’ultimo massacro di civili a Kobani, a fine giugno.

Vi è poi il caso di Abu Hanzala, arrestato pochi giorni fa dalla polizia turca con l’accusa di essere membro dell’ISIS. Le autorità di Ankara lo avevano annunciato a gran voce ma senza tener conto che alcuni hanno la memoria lunga.

Abu Hanzala, vero nome Halis Bayancuk e capo cellula dell’ISIS in Turchia, era già stato arrestato nel gennaio 2014 durante un’operazione contro una rete qaedista per poi essere rilasciato da un tribunale della città di Van nell’ottobre dello stesso anno. Un fatto inspiegabile e reso ancor più controverso dalla rimozione di numerosi investigatori e magistrati che avevano coordinato le operazioni contro la cellula di Hanzala.

Un unico obiettivo

Ankara era da tempo seriamente preoccupata per l’avanzata dell’YPG in Siria che non solo aveva respinto l’ISIS a Kobani ma si stava pericolosamente avvicinando a Raqqa, roccaforte dello Stato Islamico. In aggiunta, alle ultime elezioni, i curdi avevano riscosso un notevole successo a danno del partito islamista AKP e c’era dunque bisogno di uno stratagemma per guadagnare consensi, di una nuova “guerra al terrore” che in teoria doveva bersagliare sia l’ISIS che il “terrorismo del PKK”, ma che in pratica punta principalmente a indebolire le milizie curde.

www.giovannigiacalone.net

Fonte: Diritto di critica